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SI PUO’ GUARIRE DALLA BULIMIA E DALL'ANORESSIA

I PROBLEMI CON IL CIBO, PER CHIARA, SONO INIZIATI A 6ANNI.

MANGIARE PER LEI ERA COME FICCARSI UN COLTELLO NELLA PANCIA.

GUARITA, HA VOLUTO CONDIVIDERE IL SUO CALVARIO. E HA FONDATO UN CENTRO DI CURA PER I DISTURBI ALIMENTARI A cura di Carmen Scotti foto di Alfredo Lo Presti

Cibo masticato, sputato, desiderato, rifiutato, odiato. Intorno a tutto questo ha ruotato gran parte della mia vita. Non c’era altro. E quando diventò un fardello troppo grosso da sopportare tentai il suicidio.

Avevo 18 anni all’anagrafe, ma cento nel cuore e nella testa. Aprii il mobiletto dei farmaci, ingoiai tutto quello che trovai all’interno, poi, prima di perdere i sensi affidai la mia sopravvivenza al destino. Chiamai il mio fidanzato: “Sono Chiara, sto morendo”, dissi. Poi misi giù. “Se arriverà in tempo vorrà dire che devo vivere” pensai. Lui mi portò in ospedale e mi salvarono. Dopo quell’episodio mi feci tatuare un sole sul polso e modificai il mio nome in Chiara Sole, vestendolo di speranza.

Una fisarmonica impazzita

I miei problemi con il cibo sono cominciati a 6 anni. Il medico di famiglia aveva detto ai miei genitori che ero un po’ in sovrappeso, così loro presero a controllare ogni cosa che mangiavo. Io mi abbuffavo di nascosto, mandavo giù tutto quello che trovavo e lo facevo con gioia gustandomi ogni boccone. Una volta mi sorpresero a mangiare un uovo di cioccolata intero, e me le diedero di "santa ragione". Pensavano che avrei imparato la lezione, ma non fu così. In una famiglia in cui ogni argomento ruotava intorno al cibo e l’ossessione per la forma fisica assumeva sembianze quasi palpabili, non poteva che andare a finire male. I problemi veri, quelli più evidenti, cominciarono a 11 anni, con l’arrivo delle prime mestruazioni. Era colpa mia se il mio corpo non era più quello di una bambina, se diventavo più rotonda, se i miei fianchi cominciavano ad ammorbidirsi, ad allargarsi?

Pensavo alla disapprovazione dei miei genitori, e provavo impotenza e disperazione. L’unica cosa che potevo dare era dedicarmi ossessivamente all’esercizio fisico e smettere di mangiare. Così cominciai una dieta rigidissima, dividendo i cibi permessi da quelli tabù. Passavo la giornata a correre, spesso saltavo i pasti e ogni boccone in più rispetto a quanto pianificato mi procurava un senso di colpa insopportabile. Dovevo dimagrire a tutti i costi, la mia intera vita dipendeva solo dal responso quotidiano della bilancia. Man mano che perdevo peso, mi sentivo sempre più sicura di me stessa, convinta di avere il totale controllo sul mio corpo. Non mi rendevo conto che era la malattia a controllare me, i miei gesti le mie giornate. Le persone normali vogliono dimagrire, io volevo annullarmi, scomparire. Il cibo era la vita, e io non ne volevo più sapere di vivere. Mangiavo solo cibi senza sapore, sempre gli stessi. Temevo di non riuscire a gestire un sapore diverso, un’emozione nuova. Avevo paura che anche un piccolissimo cambiamento nello schema del quotidiano avrebbe potuto uccidermi. Cominciai ad avere anche crisi di panico.

All’improvviso mi sembrava di soffocare. A 12 anni arrivò il primo ricovero d’urgenza, per una gastrite acuta legata al mio folle regime alimentare. Io ero diventata solo una spettatrice: l’anoressia stava distruggendo il mio corpo e io mi ci ero accoccolata dentro.

Un giorno, dopo l’allenamento quotidiano di tre ore e la sauna, presi in mano il pacco di biscotti alla soia che avevo in borsa. Di solito me ne concedevo tre, ma quel giorno fui presa da un impeto incontrollabile e divorai tutto il pacchetto. Un biscotto dietro l’altro, con le lacrime agli occhi.

Iniziò così un’altra fase, quella delle abbuffate compulsive. Passai sa 36 a 90 chili nel giro di pochi mesi, in altrettanto tempo, espellendo il cibo attraverso il vomito, tornai ai 36 chili. Il mio corpo si allargava e scompariva, come una fisarmonica impazzita. Arrivavo a mangiare chili e chili di pasta al giorno senza sentire nessun sapore o avere nessuna soddisfazione. Mangiavo, ma era come se mi ficcassi un coltello nella pancia, sentivo solo dolore. Mi chiudevo in bagno e vomitavo anche 40 volte al giorno. Dopo qualche mese cominciai a vomitare sangue, a perdere i capelli, a combattere contro l’osteoporosi. Il ciclo mestruale era scomparso, i miei denti si erano cariati a causa del continuo contatto con i succhi gastrici. Ma non era ancora abbastanza per me. Mi guardavo allo specchio, 36 chili per un metro e settanta, e mi vedevo una botte. Mi facevo schifo. Le poche volte in cui mi avventuravo per strada indossavo maglioni larghi, camminando a passi veloci e a testa bassa.

Anestetizzata dal dolore

Non ero più capace di parlare con la gente, ne avevo paura. Immaginavo che tutti ridessero di me. Morivo, un giorno dopo l’altro. Eravamo soli, io e la mia rabbia, e non c’era posto per nessuno. Quando avevo bisogno del cibo, me lo procuravo, anche dalla pattumiera, se necessario, anche surgelato, crudo. Se non trovavo niente da mangiare avevo terribili crisi isteriche, mi strappavo la pelle dalle mani e dai piedi. Il dolore fisico mi serviva per non sentire il vuoto che mi portavo dentro. Più dolore c’era fuori, meno ne sentivo nel cuore. Una volta mi trovavo a Perugia per una terapia. Il mio appartamento era sopra a un fast food e io non riuscivo a starne lontana. Mi ricordo lo sporco della stanza, il cibo sparso dappertutto, il mio corpo steso sul pavimento del bagno. Mi ricordo il sapore del sangue in bocca, dopo il vomito, la solitudine e il mio desiderio di avere un infarto, un ictus, o qualcosa che mi aiutasse ad uscire da quell’inferno. Tornai a casa e presi 30 chili in un mese, a causa di un blocco metabolico. La mia vita era distrutta e anche quella della mia famiglia. Loro non sapevano come aiutarmi e io non volevo essere aiutata. Ogni giorno il muro che avevo davanti diventava sempre più alto. Fui ricoverata decine di volte, provai terapie familiari e sedute di psicoanalisi, cercai aiuto anche in Florida, ma non servì a niente. Le poche storie d’amore che ebbi in quegli anni erano anch’esse, a modo loro, delle dipendenze distruttive. Mi illudevo che la persona che avevo accanto potesse darmi l’antidoto alla morte. Ma non funzionava mai. Rimasi in fondo al burrone ancora per quattro anni, poi attraverso una terapia ininterrotta di tre anni, cominciai a guarire. Mi risollevai perché ero stremata. Non riuscivo né a vivere né a morire. Ma non riuscivo neanche più a sopportare il limbo, perenne, in cui fluttuavo. Un bravo psicologo mi prese per mano, dolcemente, e passo passo mi insegnò a guardarmi dentro.

Sempre più a fondo. Mi resi conto che gran parte dei miei disturbi nascevano da dinamiche familiari complesse, problemi che i miei genitori si portavano dietro da prima ancora di diventare genitori, e che erano piombati su di me da bambina, schiacciandomi completamente. Firmai una tregua con il cibo. Imparai a familiarizzare con i diversi sapori, a capire che il cibo è un gesto di amore, che va assaporato con calma, come la vita. Dopo la cura dallo psicologo, scelsi un ricovero in una comunità terapeutica, perché avevo bisogno di re imparare la quotidianità, di capire cosa significasse vivere ogni giorno con altre persone, interagire con loro e imparare a mettermi in gioco.

Appena uscita, scrissi un libro e raccontai in un sito la mia esperienza. Volevo parlare del mio dolore, adesso che me l’ero lasciato alle spalle, aiutare chi stava soffrendo e non riusciva a risalire, attraverso la testimonianza della mia malattia. Mi risposero centinaia di persone e nel 2004 scelsi di creare “MondoSole”, un centro per la cura dei disturbi alimentari.

Quand’ero anch’io nel baratro, desideravo più di ogni altra cosa avere una persona che mi ascoltasse e che guardandomi negli occhi mi dicesse: “Ti capisco, perché io quel mostro l’ho portato dentro e ora l’ho scacciato per sempre”. Io so riconoscere l’inferno negli occhi di chi viene da me, e posso dirgli con certezza: “Se lo vuoi veramente, puoi ricominciare a vivere”.

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DCA

lotta anoressia bulimia bingeI disturbi alimentari (anoressia, bulimia, binge eating, ecc.) sono patologie incredibilmente dolorose. Il sintomo evidente riguarda sempre il cibo e il corpo, ma è necessario ricordare che si tratta di un male molto profondo, per questo è importante andare oltre alla superficie sintomatica. I sintomi alimentari comunicano emozioni, dolore e sono la manifestazione di un disagio storico spesso incomprensibile anche per chi lo vive. I sintomi alimentari diventano, paradossalmente, una sorta di rifugio inconsapevole dalla realtà che ha fatto e fa male. Il corpo e il cibo come oggetti che ci si illude di poter controllare. spesso si ritiene che l’unico problema di chi soffre di queste patologie sia proprio quello del corpo, ciò che trae in inganno è proprio il termine DIMAGRIRE. Sul corpo ogni persona materializza il dolore interiore e in questo modo cerca di “dimagrire” proprio quel dolore che in quel momento non ha un nome. I pensieri riguardanti corpo, cibo e i relativi sensi di colpa, imprigionano mente e cuore di chi soffre di questi mali. Chiedere aiuto è il modo per comprenderne a pieno il significato storico e presente.

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