la mia DIPENDENZA
AFFETTIVA divorava me e l'altro!
Se vado a ritroso nel tempo mi rendo conto di come la mia
vita sia stata sempre piena di mille, all’epoca le chiamavo
fisse, oggi le chiamo anestesie. Cibo, alcol, canne, schemi,
ma forse il primo grande disagio è stato quello della
DIPENDENZA AFFETTIVA.
Non è un caso in quanto sono cresciuta in una famiglia in
cui le dimostrazioni di affetto erano inesistenti,
soprattutto da parte paterna, quindi fin da piccolissima mi
sono legata tanto a quella che per me è stata una sorta di
seconda madre, la mia vicina di casa; una donna sola e
fortemente instabile, che con me aveva creato un rapporto
esclusivo, fatto di un “amore” che non poteva assolutamente
comprendere altre persone. Amava ricordarmi in modo morboso
di quanto i miei famigliari fossero sbagliati e scorretti,
soprattutto mio padre e la mia sorella maggiore e nel
momento in cui provavo ad avvicinarmi ad altre persone, come
una bambina capricciosa si chiudeva a riccio, facendomi
sentire in colpa perché avevo trascorso qualche ora lontano
da lei. Poi è arrivata l’età dei primi sguardi, ragazzini
che ti iniziano a piacere, è al mio primo probabile morosino
(come si dice dalle mie parti) gli ho detto di no perché
dovevo studiare; non mi sentivo pronta a costruire un legame
vero, perché nella mia testa ero già piena di quell’amore
platonico fatto di intere giornate a pensare a lui,
appostamenti sotto casa, beh nulla di strano vista la tenera
età, peccato che la mia “fissa” sia durata ben sette anni.
Ho avuto diverse relazioni, più o meno brevi, più o meno
importanti, ma la cosa che le rendeva tutte ad ugual misura
insostenibili, era quella mia maledetta natura conflittuale,
allora pensavo frutto del mio pessimo carattere. Nei momenti
in cui il sintomo alimentare era quotidiano e prepotente, il
legame con l’altro diventava tutto sommato più equilibrato,
ma nei periodi in cui si placava, cedeva il posto ad un
sintomo altrettanto distruttivo ed invalidante, la
dipendenza affettiva.
La sensazione che la tua vita senza l’altro non abbia senso,
il voler trascorrere ogni attimo con lui, non volerlo
condividere con nessuno: amici, familiari, lavoro, passioni,
e poi un attimo dopo come una furia ti avventi su quella
stessa persona con una rabbia accecante.
Porte rotte, oggetti scaraventati, parole cariche di odio,
mille sono gli esempi che mi tornano alla mente, una sera
sono pure finita all’ospedale in preda ad una crisi
isterica, perché non mi aveva telefonato alla solita ora. E’
proprio vero che le persone si incastrano in relazioni
malate, perché la cosa allucinante è che al di là di un
sentimento, che ad un certo punto sarebbe pure auspicabile
farlo passare in secondo piano, io dipendevo da loro quanto
loro dipendevano da me, il conflitto era il collante
perfetto.
La convivenza ha sicuramente amplificato a mille il mio
sintomo.
Vivere con una persona significava per me inglobarla
totalmente. Non potevamo fare cose diverse in due stanze
diverse, non potevamo fare cose diverse nella stessa stanza,
si doveva condividere tutto e chiaramente solo ciò che a me
interessava fare in quel momento. Due sere alla settimana
gli era concesso il calcetto con gli amici, ma alle nove io
ero già accanita a controllare l’orario e se tardava anche
di dieci minuti era l’inferno. Ma il mio inferno era già
iniziato molto tempo prima, in quanto fantasticavo
morbosamente su quel possibile ritardo, pregustando
avidamente il momento del conflitto (ovviamente tutte queste
cose le ho viste e comprese lavorando su di me). Se poi
scoprivo che il ritardo era dovuto non all’imprevisto, non
contemplato, ma ad un momento di svago con gli amici, per
lui era finita. SEMPRE E SOLO CON ME GLI ERA CONCESSO LO
SVAGO! Mi soffermo sul calcetto perché la fitta che provai
quando A., sempre dimesso e disponibile, ammise che i suoi
continui ritardi dipendevano proprio dal voler passare meno
tempo con me, fu terribile. Il rapporto si stava lentamente
sfaldando e all’apice si arrivò la sera in cui gli sputai
nella faccia e gli misi le mani addosso, prendendole di
rimando.
Su consiglio dei miei referenti già A. aveva fatto il primo
passo, non assecondandomi più, non avvallando le mie
isterie, ma questo non faceva altro che incrementare la mia
rabbia. L’unica cosa che non è mai riuscito a fare è stata
quella di allontanarsi e lasciarmi sola nel momento in cui
io cercavo il conflitto. L’unica soluzione per salvare un
rapporto ormai distrutto era quello di interrompere la
convivenza e così due anni fa mi trasferii nella mia prima
casa
MondoSole. Vivere con le mie compagne di percorso per
me ha significato la rinascita, ho iniziato con il tempo a
fare baricentro su di me, assumermi le mie responsabilità,
che se iniziano dalla cura e dalla gestione di se stessi,
della propria stanza e della casa, culminano con tanto
impegno e dedizione nell’essere in grado di prendere in mano
la propria vita.
All’inizio è uno sforzo continuo, non esiste il tutto e
subito, inizi con lo storcere meno il naso quando scopri che
il tuo A. ha trascorso una bella serata con gli amici, la
volta successiva riesci quasi a dirgli quanto tu sia
contenta che si sia divertito, anche se non lo pensi ancora
minimamente, e poi arriva il giorno, e questo si che è
inaspettato e meraviglioso, in cui davvero sei contenta che
abbia trascorso una bella serata.
Ti rendi conto che l’amore che ci lega non si misura in
quanti minuti io mi dedico esclusivamente a te, ma è un
qualcosa di ben più profondo e anche se quella sera tarda o
non ti telefona, ormai il nostro amore è forte ed
indiscusso.
Allontanarsi per poi ritrovarsi più vicini che mai, ognuno
nella propria INDIVIDUALITA’, sempre.
A proposito, il 24 ritorno a convivere con A., e adesso
quando dormo da lui e capita che A. vada a calcetto, come
stasera, io lo aspetto guardandomi un film o preparandogli
la cena e lui vi giuro è puntualissimo perché non vede l’ora
di stare con me. Ciò mi lusinga, è normale, ma lungi
dall’essere la REGOLA.
GRAZIE DI CUORE.
SIMONA P.

