...ho sentito il dovere di
urlare che davvero da questi mali devastanti è possibile
guarire. Nel 2003 è uscito "CHIARA SOLE": un libro
autobiografico. In tutto questo tempo ho continuato il mio
lavoro di volontariato spostandomi di città in città. Ma non
era ancora sufficiente. Nel mio cuore c'era e c'è il
desiderio di cambiare le cose e per questo nasce
MondoSole
un Centro di cura, un Centro per chi soffre di disturbi
alimentari: il mondo clinico che lavora a braccetto con
quello esperienziale che ha come obiettivo il reinserimento
completo in tutte le sfere della vita. Chi ha questo male
terribile ha bisogno di essere Accompagnato e preso per
mano, perchè il mondo spaventa! Ragazze, ragazzi, signori...
nessuna vergogna, ma solo la forza di chiedere aiuto:
dimostrazione di consapevolezza e di desiderio di essere
sereni e felici. Ho la convinzione che unendoci possiamo
fare tanto... chi sta male, chi è stato male ha tanto da
dare e sicuramente la forza per vincere il braccio di ferro
con le ingiustizie a cui quotidianamente assistiamo. "Puoi
raccontarmi tutto quello che provi avendo la certezza che
dall'altra parte del filo telefonico qualcuno può capire il
senso di tante espressioni particolari come "avere il senso
di colpa per quello che si è mangiato", avendo la certezza
che da questa parte nessuno ti giudica per quello che fai.
So che soffri, so che a volte, se non sempre, vedi tutto
nero. ma io ti assicuro che invece è possibile vedere il
mondo anche sotto altre gradazioni di colori. non lasciarti
andare al dramma che stai vivendo,non permettere alla
malattia di rubarti altro tempo prezioso. Te lo dice una
ragazza che i medici consideravano spacciata, dicevano che
non sarei mai guarita e invece io ci sono riuscita e ora
vivo una vita normale, come ci sono riuscita io puoi farcela
anche tu…"
ChiaraSole Ciavatta
Di seguito ho scritto un
riassunto del dolore racchiuso in 14 anni di vita. Quella Sofferenza oggi si è trasformato in
ricchezza.
Avevo 11 anni quando mi sono ammalata in
modo più evidente. Ero in quinta elementare. All’epoca mi
sentivo infinitamente inadeguata di fronte ad ogni singola
situazione. Sentivo che non ero mai abbastanza. Mi sentivo
inadatta. Non capita. Mi sentivo ingombrante e così ho
cominciato a saltare i pasti a scuola. Era la quinta
elementare, anno in cui è arrivato il primo ciclo mestruale
e con esso il cambiamento delle mie forme. Ho compreso molto
dopo che faticavo ad accettare quel corpo che aumentava, che
diventava più femminile.
Ero una bambina in carne e avevo sempre avuto un rapporto
particolare con il cibo.
In una rielaborazione successiva, mi sono resa conto che fin
da piccola il cibo è stato per me un vero e proprio
compagno, quasi un baby-sitter. A posteriori posso dire che
all’età di sei anni, davanti ai tanto amati cartoni animati
avevo delle vere e proprie abbuffate di binge (abbuffate
senza vomito) che non vivevo con dolore, ma solo con
piacere. Ovviamente a quell’età manifestavo in questo modo
già un disagio in risposta a dinamiche familiari complesse.
Quel senso di inadeguatezza si è trasformato in una prigione
che io credevo fosse controllo, in realtà era qualcos’altro
a controllare me e si chiamava anoressia.
Inizialmente tentavo di controllare il cibo, non ci
riuscivo, ma poi i miei schemi hanno avuto la meglio su
tutto e quello che io credevo fosse forza di volontà ferrea
in realtà non era altro che un mostro violento che non dava
spazio, apparentemente, alle emozioni. Ogni volta che
mangiavo un piccolissimo boccone in più rispetto a quello
che io ritenevo consentito, sentivo un senso di colpa tale
che avrei preferito uccidermi.
con il lavoro fatto su me stessa ho compreso che quel cibo
significava avere in me più vita, così come lo stesso
significato ce l’aveva prendere peso.
Dicevo che volevo dimagrire, che era quella la cosa
importante. DOVEVO DIMAGRIRE! Era una questione di vita e di
morte. La mia vita dipendeva da questo: da come sentivo la
pancia gonfia o piatta. Da come mi vedevo (e la visione di
me era distorta).
E’ stato difficile comprendere che quel voler DIMAGRIRE non
era un termine adatto… perché una signora che va dal
dietologo che vuole perdere 3/4 kg vuole dimagrire, IO
VOLEVO CONSUMARMI, io volevo morire.- Io volevo sradicare
quel senso di inadeguatezza dato da ciò che ancora ai tempi
non sapevo. Ogni centimetro di me fatto di carne aveva su
scritto vita e io lo dovevo togliere, in questo modo
inconsapevolmente avevo l’illusione di non soffrire più.
Negli ultimi anni ho riletto vecchi diari in cui c’è
un'unica ripetizione ed è proprio quella che ho appena
detto: voglio morire.
Io cercavo di azzerare tutto, di controllare tutto.
La mia vita era fatta di programmi: mi alzavo prima di
andare a scuola per correre e continuavo quando tornavo.
Mangiavo cibi tristi e privi di sapore. La vita non doveva
avere sapore perché ogni sapore era un’emozione nuova per me
ingestibile.
Per questo ogni cosa era calcolata e programmata. Se
qualcosa scombinava i miei programmi, io andavo
letteralmente in panico. Gli imprevisti erano veri nemici!
Avevo attacchi di panico!
Ero ossessionata da un mio personale ideale di perfezione
(che non esiste nella realtà). A scuola dovevo avere tutti
11.
Ogni cosa doveva essere come volevo io e basta.
Non erano ammessi errori. Uno sbaglio o comunque ciò che io
reputavo tale, mi comportava un senso di colpa pazzesco. A
scuola vivevo grandi ansie e puntualmente facevo ogni
compito in classe piangendo dall’inizio alla fine.
Ero molto nervosa.. e avevo crisi di nervi incredibili.
Mi sono ammalata intorno al1985 e in quegli anni è stato
molto difficile comprendere cosa effettivamente avessi. Si
pensa che l’anoressia sia solamente restrizione assoluta del
cibo, ma in realtà non è così. Come ho spiegato fino ad ora
l’anoressia è tante cose. E questo va dal cibo al modo di
vivere i rapporti.
Io mi sentivo forte. Avevo dei momenti in cui ero giù di
morale, ma che superavo, o meglio, credevo di superare,
grazie ai miei schemi malati che mi proteggevano da un
dolore che non volevo né sentire né riconoscere.
A 12 anni c’è stato il primo ricovero d’urgenza per una
gastrite acuta, questo era l’unico dolore che sentivo.
Ma quell’infinito senso di apparente potenza non poteva
essere destinato a durare e il mondo mi è crollato addosso
tutto in una volta. Un giorno dopo la mia consueta seduta in
palestra tra corsa, macchine e sauna avevo la mia solita
razione auto imposta di tre biscotti di soia e in un lampo,
senza neanche accorgermene, ho terminato l’intero pacco.
Non ho sentito nessun sapore. Ho mangiato con una violenza
incredibile.
Ho visto il buio.
Non ero io. Non ho capito più niente. Non capivo cosa fosse
successo. So solo che in quel momento avrei voluto farla
finita. Non sapevo cosa fare.
Da quel giorno è cominciato quello che per me è stato il
vero inferno!
Inizialmente le abbuffate erano distanti tra loro e per
recuperare il tanto cibo che ingerivo mi sottoponevo ad una
restrizione alimentare incredibile.
Lo sport compulsivo continuava.
Mangiavo, correvo, digiunavo.
Le ossessioni aumentavano sempre più e io diventavo ogni
giorno più irascibile e intrattabile.
Già da prima mi ero molto isolata e quelle che erano le mie
amiche di scuola erano state da me allontanate. Con l’inizio
del binge il senso di vergogna è diventato tale da non
riuscire a mostrarmi.
Soprattutto i primi anni della mia malattia è stata
caratterizzata da una sorta di divisa. Il mio abbigliamento
doveva coprire tutte le forme. Le mie maglie arrivavano fino
alle ginocchia. In questo modo avevo l’illusione mentale che
le persone non mi vedessero.
Questi indumenti dovevano avere caratteristiche precise come
ad esempio, scivolare in modo che non potessero sottolineare
nulla di ciò che c’era sotto. Qualunque forma era bandita.
Sono stati anni durante i quali non riuscivo a guardare
negli occhi le persone. Mi vergognavo a fare qualunque cosa,
anche a chiedere un caffè. Camminavo per strada pensando che
tutti guardavano me. In questo modo proiettavo sugli altri
il mio dolore.
Nel frattempo, qualunque peso io avessi mi vedevo sempre più
enorme. Cercavo lo specchio come in attesa di una conferma.
Speravo che Lui amico e nemico specchio mi dicesse che IO
ANDAVO BENE COSI’ COM’ERO, ma capitava che più io ci stavo
davanti, più le mie forme aumentavano. Un effetto ottico
complesso da descrivere. Il mio corpo aumentava sotto i miei
occhi, sentivo le cosce letteralmente bruciare. Erano
lacrime a fiumi. Era un dolore infernale. Io dicevo SONO
GRASSA, faccio schifo, non valgo nulla. Quello specchio, le
vetrine per strada, qualunque superficie riflettente erano
giudici inconsapevoli. Questo sentire è valso per tutto il
periodo della patologia a periodi più forte a periodi più
debole. Specchi, vestiti, bilance ogni cosa è stata abusata.
Ho impiegato tempo e tanto lavoro interiore per comprendere
il significato di quell’infinita visione distorta di me: io
non riuscivo a vedere, comprendere e accettare le vere
sofferenze nascoste sotto i vari sintomi della malattia. Ma
quel dolore era infinito, immenso e da qualche parte dovevo
scaraventarlo: ebbene la vittima è stato proprio il mio
corpo, essendo il dolore immenso, non potevo far altro che
vedermi IMMENSA!
Una vita fatta di rabbia, senso di colpa e tanto vuoto nero.
Nel frattempo anche le conflittualità a casa erano sempre
maggiori. Nel periodo dell’anoressia no, ma poi ogni tipo di
rapporto è peggiorato.
Quella restrizione, quella perfezione tra virgolette non
poteva durare e io sono scoppiata.
E in me cresceva sempre più rabbia, rancore, ODIO!… un
sentire che non riuscivo ad esprimere in nessun modo.
L’unica cosa era farmi male. I miei sintomi mi hanno
protetta a quell’età da quel sentire così doloroso e
devastante. Era una sofferenza troppo grande per poter
essere affrontata e l’anestesia data dalla restrizione prima
e dall’eccesso poi mi hanno permesso di continuare a vivere.
Ovviamente ho cominciato a prendere peso e così ancora da un
dietologo. In quel periodo ho scoperto il vomito quasi
spontaneamente che nel tempo ha devastato il mio organismo.
Ho rimpianto presto quel misero pacco di biscotti. La
compulsione che mi portava ad avere le abbuffate (a divorare
le emozioni) era una forza potentissima. Qualcosa che è
davvero difficile da spiegare a parole. Non si tratta di una
scelta. In quel momento non si vede nulla. Non si sente
niente. Non esiste nessuno. Può morire una persona cara e
non ci si accorge di cosa sta accadendo. Non esistono
pensieri. Si è disposti a qualunque cosa per raggiungere
quella droga chiamata cibo. E in una crisi di binge e
bulimia, quella droga non basta mai. Ancora, ancora e
ancora! Quasi a voler riempire un vuoto senza fine. C’è solo
buio. Se non riuscivo a mangiare quando sentivo la
compulsione avevo delle vere e proprie crisi di astinenza
arrivando a farmi del male in ogni modo… dal bruciarmi allo
strapparmi la carne sotto ai piedi a mangiarmi carne e
unghie dei piedi e delle mani. Dovevo mangiare, dovevo fare
e chi si metteva tra me e il cibo io in qualche modo lo
eliminavo. Non esiste più dignità. Si mangia qualunque cosa…
dal cibo surgelato, nelle pattumiere. Quell’impulso è troppo
violento e ci si muove come un automa. Avevo abbuffate
ovunque… non era possibile programmare quel momento così
vorace, così potente. NON ESISTEVA FORZA DI VOLONTA’!!!
Durante l’attacco bulimico c’è un grande punto di godimento
che a volte può portare addirittura l’orgasmo, ma una cosa
che ricordo molto bene è anche il dopo.
La disperazione che si sente quando ci si ritrova per terra,
in bagno… prive di forza. Ricordo il senso di vuoto. Ricordo
l’immagine della cucina o del luogo di turno in cui mi
trovavo piena di rimasugli di cibo ovunque, carte sparse.
Sporco dappertutto.
Quel vuoto senza fine, quella solitudine.
In questo momento mentre scrivo mi viene in mente un
immagine: ero a Perugia per una cura e avevo un mio
appartamento situato sopra un fast food e a un supermercato,
quindi non esattamente il posto migliore. L’appartamento era
piccolino, la cucina talmente piena di carte, sportine da
non riuscire a camminare. C’era appiccicaticcio ovunque e io
in bagno piena di dolore, stesa per terra, sapore di sangue
in bocca. Ero lì sola.
Ricordo che mi sentivo mancare, mi sono messa a parlare a
voce alta… speravo in un attacco di cuore. Speravo che
quell’inferno finisse, allo stesso tempo mi chiedevo come
potevo fare a spiegare cosa cavolo stavo vivendo. Come
cavolo si spiega quel meccanismo, quel dolore, quella
disperazione?!
Andando avanti le crisi bulimiche sono sempre più vicine
fino a quello che noi chiamiamo il giro… cioè crisi continue
ininterrottamente.
Sono arrivata a mangiare 20 chili di pasta in un giorno e
vomitavo una media di 40 volte.
Ho oscillato continuamente dai 36 ai 90 kg. 5 anni di
amenorrea più oltre 50 giorni di dismenorrea. Correvo una
media di 20 km al giorno. Osteoporosi. Danni ai denti, tanto
da doverne rifare diversi. Danni allo stomaco. Ho massacrato
talmente tanto il mio organismo che negli ultimi anni della
patologia, per un blocco metabolico, ho preso 30 kg in un
mese pur avendo un’alimentazione regolare. Svariate
problematiche oggi risolte.
Ma la parte del sintomo alimentare è quella evidente. Io ero
malata in tutto. In casa la disperazione si tagliava con il
coltello, per rimanere in argomento e le conflittualità nel
tempo sono diventate ingestibili. Eravamo una famiglia
distrutta!
Nei rapporti ero incredibilmente contraddittoria. Vivevo le
relazioni con un atteggiamento morboso come a voler divorare
le persone. Cercavo, volevo e facevo di tutto per averlo, un
rapporto duale di fusione durante il quale volevo inglobare
l’altro non permettendogli di avere una sua vita al di là di
me. Erano per me delle vere dipendenze affettive.
I rapporti sentimentali che ho avuto sono stati spesso una
grande illusione sulla malattia. A volte ho pensato che
potessero essere il veicolo della risoluzione di tutto e a
volte ci ho anche creduto. Il punto è che spostavo il
baricentro su un'altra persona e mi illudevo che in questo
modo le cose andassero meglio. Per qualche tempo è stata un
illusione anche apparentemente credibile. Ma il punto di
benessere non poteva essere cercato al di fuori di me, si
trovava dentro me! Le risposte alle mie domande non potevano
certo darmele un fidanzato. I Infatti dopo periodi di
apparente benessere, c’erano sempre grandi ricadute, e non
solo alimentari, pregne di dolore e sofferenza tanto per me
quanto per la persona a me accanto.
A periodi mi sono isolata e infatti ho perso tutte le mie
amicizie, altre le ho perse per i miei comportamenti
assolutamente incomprensibili.
Nel mio isolamento, a periodi, ho cercato di uscire, di
mischiarmi insieme agli altri, ma era difficile… non
riuscivo a rapportarmi con il mondo e così indossavo
continuamente delle maschere. Anche per questo correlato
alla dipendenza alimentare ho avuto problemi legati
all’alcool e alle canne. Mi sono messa in situazioni
pericolose subendone le conseguenze in quello stato di
torpore, purtroppo è facile trovare persone che se ne
approfittano e così alle cause originarie della malattia si
sono sommati nuovi dolori emersi durante i 14 anni.
Durante tutti gli anni di malattia la mia famiglia ed io
abbiamo cercato svariati tipi di aiuti e ho viaggiato tanto
per questo motivo. Sono stata ricoverata. Ho raggiunto note
figure terapeutiche in giro per l’Italia. Si è sempre
tentato da un certo punto in poi di trovare la strada. Non
sempre ero convinta di volerne uscire nonostante il grande
dolore e questo avviene per tanti motivi… uno di questi è
che la malattia mi dava un’identità. Io non avevo una mia
individualità. La malattia me ne dava una!
Soprattutto mia madre, mio fratello e poi mia zia hanno
cercato di aiutarmi… ma non potevano avere un buon esito.
Queste patologie riguardano anche la famiglia. Il nucleo
familiare è importante, può dare sostegno, ma non può
aiutare in termini di cura.
Un problema psicologico così serio deve essere preso in
carico da chi ha le competenze e gli strumenti per trattarlo
e in più da chi non è emotivamente coinvolto.
Come dicevo prima questa malattia è fatta di sensi di colpa
ed è facile che all’interno di una famiglia ammalata di
anoressia bulimia, nei momenti di disperazione, volino
parole in più dandosi reciprocamente la colpa di questo o di
quello, a noi è successo. Non solo, una cosa su cui non sono
affatto d’accordo, è la sbagliata informazione che si fa a
proposito di queste patologie. Non appena se ne sente
parlare si additano i genitori e più spesso la madre come un
essere immondo e questo non aiuta nessuno e soprattutto non
cura.
Io ero molto arrabbiata con i miei familiari, il conflitto
era davvero forte nei loro confronti. Le cause della mia
malattia fanno principalmente capo a dinamiche familiari e
non a colpe.
Oggi ho compreso una cosa che dico sempre. Siamo tutti figli
di figli di figli di figli.
I genitori non nascono tali, ma prima di tutto nascono figli
e ognuno vive in casa propria le dinamiche della sua
famiglia di origine. Ebbene quelle dinamiche vengono
ovviamente portate nella nuova famiglia che si crea e ogni
singolo individuo che nasce avrà un suo modo di codificarle.
Ho trovato la risposta di cura adatta alla mia natura è ho
compreso il perché di tanta mia distruttività, accettando
che il TUTTO E SUBITO NON ESISTE.
Ho compreso perché ho tentato di togliermi la vita.
Ho compreso il perché di tanto odio.
E le cause erano davvero tante. Ho deciso di andare a fondo
e dietro ai miei sintomi, ma sempre chiedendo aiuto. Perché
troppe volte mi sono ritrovata tra me e me facendomi proprio
questa stessa domanda: perché A ME?
Ma non è sufficiente comprendere le cause, da lì poi è
necessario procedere il lavoro su se stessi per
rielaborarle, metabolizzarle, digerirle e in base a quelle
costruirsi la vita.
Pian piano… arriva il concedersi di vivere le emozioni. E
l’inserirsi nella vita di tutti.
Chi mi conosce da sempre mi chiede perché ho deciso di
rimanere nel sociale dopo tanto dolore.
La mia risposta è che ho avuto la fortuna non solo di avere
una conoscenza diretta di queste malattie: anoressia, binge,
bulimia, nes (abbuffate notturne in uno stato di non
consapevolezza, purtroppo non se ne parla mai) depressione,
alcool ecc, ma anche di conoscere i pregi e i difetti di
tanti metodi di cura, dai ricoveri alle terapie di ogni
genere, questo principalmente mi ha portato a decidere di
rimanere nel sociale per mettere la mia esperienza a
disposizione di chi soffre di anoressia e bulimia.
Quando stavo male, desideravo profondamente, avere davanti a
me una persona che mi prendesse sul serio per quello che
stavo dicendo, i significati profondi di certe espressioni.
Mi accorgevo che all’orecchio di chi non viveva in
quell’incubo potevano sembrare cose folli, ma io le sentivo
e avrei dato qualunque cosa per avere dall’altra parte
qualcuno in grado di dirmi TI CAPISCO! Ma non di dirlo a
parole, avevo bisogno di sentirlo!
Non da una persona qualunque, ma da chi quel mostro l’aveva
conosciuto e che ormai non faceva più parte di lei/lui.
Rimanere nel sociale non era una scelta prestabilita. E’
venuta nel tempo quasi naturalmente.
Da diversi anni trascorro le mie giornate con le persone che
si rivolgono a noi, vivo con loro la quotidianità a
MondoSole con grande gioia ed entusiasmo.
Dal mio punto di vista queste patologie sono ancor oggi
molto sottovalutate e non a ragione. Probabilmente ancora
non si è compreso la potenza di questi mali. Non si è capito
quanto la malattia riesca ad essere subdola e paradossale,
colpisce in prima persona chi ha il sintomo evidente, ma
riguarda tutte le persone che ruotano intorno ad essa. Si
tratta di una lotta quotidiana, mai da fare da soli, tutte
queste persone vanno aiutate. Arrivare ad un punto di
benessere richiede impegno personale sia nel percorso
introspettivo che in quello pratico, questo impegno va
ricercato, sostenuto, incoraggiato insieme agli operatori,
perché chi soffre di questi mali non è un extratterestre non
in grado di capire, ma una persona piena di sofferenza che
ha bisogno di trovare la sua personale identità e
individualità. Ha bisogno di imparare a sentirsi. Ha bisogno
di essere aiutato ad andare oltre al tutto e subito, ad
imparare ad andare oltre agli entusiasmi iniziali nelle cose
e procedere con la costanza. Chi sta male non va plasmato o
omologato, ma aiutato a capire chi è profondamente e le
guide, cioè gli operatori, devono, per questo, essere
presenti in ogni sfera della vita giorno per giorno.
ChiaraSole Ciavatta
fondatrice MondoSole
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