la mia morte, la mia vita... LA MIA RICCHEZZA CONSAPEVOLE!!!
Francesca: Ciao a tutti
Oggi voglio usare il mio tempo per raccontare di me, ma non
della mia malattia, non della mia storia malata.
Della mia vita da quando sono entrata a MondoSole.
Questo perchè sento necessario il bisogno di condividere
quella che è la strada verso la guarigione, in mezzo a tanti
post carichi di dolore.
Il dolore, innanzitutto. Il dolore che non si perde nei
ricordi, che non è mai qualcosa di distante, ma è un
elemento che è stato capace di donarmi morte, e vita.
Premetto che mi sono sempre affidata ad esperti dei disturbi
comportamentali, ma non dando loro completa fiducia.
Nel 2004 leggo la storia di ChiaraSole su Internet, e decido
di scriverle. Scrivo a lei, scrivo al Dott. Mugnani. Mi
rispondono e sono estasiata dall'attenzione che ricevo: per
la prima volta nella mia vita mi sento COMPRESA. Ma sono
scettica.
Passano anni, e nel 2008 mi ritrovo ad essere separata, con
una bambina meravigliosa di 6 anni, con un sintomo che dopo
un breve periodo di respiro è di nuovo (soffrivo di bulimia
già da 17 anni) giornaliero. Soffocante. Sento un LATRATO di
dolore dentro di me ogni volta che guardo mia figlia, perchè
le sto dando una madre che è un involucro di rabbia, paura,
dolore, cibo,cibo,cibo, e ancora paura.
Io stessa mi faccio paura.
Vado da ChiaraSole, e sento subito il desiderio di mettermi
in gioco. Di entrare a MondoSole. Il suo abbraccio di
accoglienza mi scioglie da ogni dubbio.
Inizia la cura, ma continua la distruzione. Vivo una vita
doppia.
Il mio percorso è particolare, perchè avendo una bimba posso
andare a Rimini solo 3 giorni alla settimana, e se da un
lato invidio le ragazze che possono fermarsi, dall'altro
continuo a cullarmi nella malattia.
A Ferrara continuo ad essere un essere umano che in modo
automatico porta avanti la vita tra lavoro, giochi con la
figlia, cibo, cibo...e ancora cibo, e sempre e ancora
vomito. A Rimini, a MondoSole, lavoro su me stessa, ma non
riesco a staccarmi dal pensiero di tornare a casa, e
dall'amore per l'unica cosa che desse un senso a me stessa:
la bulimia.
Si parla poco di quanto davvero si ami il proprio sintomo.
Io lo amavo, perchè in esso mi identificavo. Come nella
sindrome di Stoccolma la vittima si innamora del carnefice
che la tortura, io restavo aggrappata alla malattia perchè
non vedevo altro in me.
MA. C'è Chiara. C'è il gruppo. E il percorso continua, e con
fatica, con rabbia talvolta, recupero mattoncini di me che
avevo perso nel passato. Riesco di nuovo a parlare coi miei
genitori, e ad accettarli per quello che sono. A
ringraziarli, soprattutto, per avermi dato la possibilità di
curarmi. Non è facile da genitore, chinare il capo e
riconoscere che oltre certi limiti il proprio aiuto può
diventare deleterio. I miei l'hanno capito, e sono grata di
questo.
A Rimini conosco un'altra realtà: la condivisione. Dove
tutto prima era MIO (mio dolore, mio cibo, mia vita) ora
tutto diventa NOSTRO. Supero la diffidenza iniziale verso
chi come me condivide una malattia e arrivo lentamente a
capire che con queste persone posso condividere una
guarigione. Davanti a me ci sono ragazze ad un buon punto
del percorso. Altre che vengono solo per REGALARE la loro
guarigione, e guardarle è un toccasana. Anche io posso.
Comincio a crederci. Mi affeziono a tante persone stupende.
Alcune non resistono, vanno via. Altre restano e sono ancora
qui, a tenermi per mano, e io a tener per mano loro.
Reciprocità.
Lentamente allora mi sono riappropriata del cibo, del corpo,
del desiderio di vivere non solo per mia figlia, ma per me.
Ricordo una cena con amiche, a Ferrara. Ceniamo a buffet.
Situazione devastante per me. Mangio, sono agitata ma
mangio, e mi nutro. Torno a casa e sento il desiderio di
vomitare, poi rifletto: le donne intorno a me mangiavano
come me, e nessuna ora starà vomitando. Posso provare, oggi,
a non farlo? ci ho provato. Per arrivare a quel punto avevo
già lavorato tanto su di me. Non è stato un miracolo, ma è
stato una delle tante prove che lentamente mi hanno portata
prima a nutrirmi, poi a mangiare, e ora a farlo con gusto.
Quanto affiora durante un percorso! Ogni piccola parte di sè
ha bisogno di essere presa in mano, guardata, riconosciuta,
carezzata, e poi, solo POI...SENTITA. Difficile provare
emozioni. Per anni il cibo ha coperto tutto. Non sapevo
esprimermi.
Ora sto imparando giorno dopo giorno a PARLARE. Ogni sfera
della mia vita è in evoluzione. E' incredibile vedere come,
quando il sintomo non è più attivo, affiori tanto. E' questa
forse la più grande delle paure che fa restare attaccati
alla malattia per anni: si sa, si sente, che c'è tanto "non
detto", e si ha paura di sè, del giudizio degli altri...ma
parlare, Diomio, parlare è un passo che ogni giorno, in
terapia, in gruppo, nella vita, mi sta aiutando
incredibilmente.
Affidarsi significa usare tutti gli strumenti a
disposizione.
Il gruppo, la terapia, la condivisione dei pasti, dei
momenti insieme, la cena fuori, la parola. L'emozione.
Questo post per me ha un valore. Il valore del riconoscere a
me stessa che tanto ho fatto, ma tanto ho ancora da fare.
La mia vita è appena iniziata. Nei primi tempi l'ho rimirata
molto soddisfatta di me, ora devo alzarmi e costruirmi una
vita REALE. Un lavoro, una relazione, una rete di amicizie.
Sono passi giganti che voglio riuscire ad affrontare come mi
è stato insegnato: con consapevolezza.
Un abbraccio a chi avrà avuto voglia di leggere.
Francesca

