Valentina
G. ho cercato di mangiare il mio dolore e mi sto
saziando con la vita
Vuoto e solitudine sono le parole che più hanno
accompagnato la mia vita e il mio vocabolario da che io
abbia memoria. Il cibo è sempre stato qualcosa che mi
riempisse, colmasse il vuoto, mi sfamasse, anche se la
mia fame non voleva cibo, ma altro… Ho ingoiato dolci e
tutto quello che trovavo, ma avrei voluto un bacio, un
abbraccio, una carezza per non sentire quel vuoto, per
non sentirmi sola, anche se sola non ero… Io piccolo
esserino fragile e sensibile da bambina, mi sono
travestita da donna forte e coraggiosa da grande, in
realtà dentro mi sono sempre sentita quella bimba
indifesa bisognosa di essere protetta.
Già dalle elementari il cibo non mi bastava e spesso mi
arrampicavo di nascosto sul tavolo della cucina per
rubare le merendine dalla dispensa.
Intorno ai
14 anni poi mi imposi una dieta rigidissima nel
tentativo di tenere "sotto controllo" il mio corpo che
cambiava... E fu l'inizio del tunnel!
Gli anni delle superiori li ricordo come un buco nero di
sofferenza...
mi sentivo protetta e a mio agio solo fra le pareti
domestiche.
Giorni di restrizione alimentare si alternavano ad
abbuffate compulsive, tante ossessioni, tantissimo
studio, tanti pianti e isolamento, tanti ragazzi in
testa, storielle, nessun grande amore...uscivo spesso
con mia mamma, in vacanza andavo con i miei genitori, e
intanto facevo viaggi studio all’estero perché qualcosa
premeva affinché me ne andassi via. Così dopo la
maturità mi trasferì a Londra. Amici e parenti
guardarono alla mia scelta come grande atto di coraggio
e forza, in realtà fu un puro tentativo di fuga da me
stessa.
Lì vissi la prima esperienza infernale: continui
attacchi di compulsione feroce, mai provata prima, un
violento bisogno di cibo, che devi fare tuo e poi
trattenere dentro: il Binge. In due mesi presi oltre
20kg…Furono momenti di vera solitudine, in cui il cibo
mi sfamava, mi teneva compagnia, mi consolava ed
rappresentava l'unica fonte di piacere, nonostante i
forti sensi di colpa. Dopo quasi un anno tornai a casa
sfinita, ma non dissi niente a nessuno, anche per il
peso di dover soddisfare delle aspettative di
perfezione, di non dover mai fallire, non dare ulteriori
problemi in famiglia.
Negli anni successivi il dolore ha trovato poi la sua
forma nella Bulimia... E io vivendo con la valigia
sempre pronta per partire,
per provare a
trovarmi e intanto allontanarmi sempre più dal mio male
interiore, per
mettere delle distanze geografiche fra me e questa
malattia che intanto mi divorava.
Ho fatto esperienze emotivamente forti per darmi prova
che la mia non fosse vera sofferenza, che non avessi
motivo né diritto di stare male, anche se il dolore
cresceva dentro di me e si preparava a diventare un
vuoto incolmabile. Il cibo é stato in tutti questi anni
un rifugio, un potente anestetico per la mancanza di una
mia identità, annullando il tempo, riempiendo occhi,
bocca e pancia fino a stare male... Quando ero
lontana però i sintomi si
facevano sempre più feroci di quando stavo a casa.
Questo, ho capito poi, che rappresentava la mia volontà
di strappare il cordone ombelicale materno e da altre
dinamiche malate. Ma era talmente doloroso e faticoso,
che preferivo tornare nel nido familiare, che ritenevo
mi avesse comunque difeso dal tanto temuto mondo esterno
e che non riuscivo ad affrontare lontana dalle mie
certezze sintomatiche.
Negli anni dell'università cercai di costruirmi una vita
sentimentale al fianco di un ragazzo di cui ero
innamorata, ma fu
una delle mie più forti dipendenze e anestesie. La
fusione fu totale perché ci legava un filo malato. Ci
eravamo riconosciuti nella sofferenza di anime sole, che
insieme pensavano di poter trovare la forza per
affrontare il mondo. Ma
dopo cinque tormentati anni di
continui conflitti,
riuscì a mettere fine a questa storia fatta di amore,
passione e dolore. Ma proprio questa rottura mi gettò
nella disperazione totale, facendomi comprendere che
avevo bisogno di aiuto.
E il
destino aveva voluto portarmi a vivere a Rimini, proprio
di fianco alla sede di MondoSole, dove entrai
spaventata, in punta di piedi. Ma ad accogliermi c'era
un luogo pieno di luce, calore e ragazze come me.
Lungo il percorso ho dovuto affrontare tutte le mie
paure, accogliere la rabbia, oppormi alle resistenze e
sentire la sofferenza che i sintomi avevano cercato di
mettere a tacere, per capire quali dinamiche mi avessero
accompagnata lungo la crescita e perché mi fossi
rifugiata in rapporti di dipendenza, odio e amore,
rifiuto e abuso, fatti di troppo o niente con cibo,
ragazzi, sesso, sport, studio, alcool, lavoro e amicizie
e ho avuto bisogno di sintomi, ossessioni, barriere,
ordine, schemi… Ho toccato limbi di non-vita e apatia
senza accorgermene, picchi depressivi, di buio dove
speri solo che tutto finisca, passando per eccessi di
alcool e sballo, stati di euforia totale, tutto nel
tentativo di anestetizzarmi, di non sentire il dolore
che spingeva dal profondo!
Ma ora so perché: io avevo fame di essere voluta,
desiderata, scelta ed é una fame vorace che non é mai
sazia, perché né il cibo, né qualsiasi altro oggetto,
avrebbe mai potuto soddisfare quel bisogno così arcano,
che aveva radici lontane nella mia storia, e che ho
dovuto riconoscere e capire per legittimare il mio
dolore e trovare la forza dentro di me per essere oggi
una donna in cammino verso la propria libertà.
Oggi, grazie al percorso di crescita intrapreso e alle
persone meravigliose incontrate, sono una persona nuova,
che ancora ha tanto da scoprire su di sé e il rapporto
con gli altri, ma non ho più paura di affrontare la
vita, con le sue insidie e l'infinita varietà di
emozioni che può offrire ogni giorno. Ho un lavoro
gratificante, amiche sincere e un nuovo amore con cui
faccio progetti per il futuro.
Con la mia testimonianza ringrazio ancora le persone che
mi hanno accompagnato fino a qui, anche se tante di loro
ho la fortuna di viverle nel quotidiano.
A chi la legge invece, auguro che possa trovarci la
speranza di pensare che tutti hanno diritto alla
felicità e… la felicità è reale solo se viene condivisa!

