L'infinita sofferenza non ha bisogno di
etichette esterne... esiste e basta e non è meno dolorosa per
questo, anzi, lo è di più, perchè NON SI VEDE! ChiaraSole
Contenuti
Un'avventura meravigliosa cominciata esattamente il 17.06.2008.
Mi riferisco ad un un blog dal nome Amoressia... spazio online di
riflessione, di confronto comune su temi importanti e profondi.
E' stato un periodo di circa due anni di crescita comune, di
crescita introspettiva, di interrogativi e spero che sia stato di
aiuto.
Il blog Amoressia vi saluta certamente non con un addio, bensì
con un arrivederci a presto.
Per il momento ho deciso di dedicare questa pagina con i post più
significativi. Ringrazio tutti voi e mi e ci avete seguito e,
ovviamente ringrazio l'intera redazione wefree per questa
opportunità fantastica.
A presto
ChiaraSole
I PICCOLI ADULTI CRESCONO
italiasalute.it: Spesso avere figli
precocemente tranquilli e maturi viene considerata una fortuna in
quanto responsabili e concilianti. Sicuramente sono meno faticosi di
altri , ma frequentemente nascondono un dolore che non riescono ad
esprimere. In tal senso, dunque, essere figli perfetti non è indice
di benessere psicologico.
Accade che i bambini o gli adolescenti blocchino le proprie normali
crisi di crescita perché consapevoli che nell'ambiente circostante
vi sono già seri problemi o fragilità degli adulti per cui imparano
presto a cavarsela da soli senza “disturbare”.
Crescendo possono ottenere anche molti successi in ambito scolastico
o sociale ma, nonostante l’apparente forza ed equilibrio, possono
essere soggetti a crisi depressive od a disorientamento.
Sono vissuti con l'idea di dover diventare ciò che gli altri si
aspettavano da loro e ciò li rende molto vulnerabili, specie in
quelle situazioni in cui è necessario compiere scelte complesse e
personali. Hanno un ideale di perfezione che può rendere la loro
vita molto infelice.
Certe irrequietezze, gli errori, gli insuccessi sono necessari ad
una graduale crescita del bambino ed a diventare adulti più forti.
Gli adulti devono essere abbastanza maturi da non scaricare
aspettative sui figli, da ricordarsi che non devono assolutamente
essere strumento di compensazione dei propri fallimenti e che hanno
bisogno di essere rassicurati e non di dover rassicurare.
Diventare ed essere genitori non è facile. Si ha una responsabilità
nei confronti dei figli che deve superare quella nei confronti di sé
stessi. Aiutiamo loro a crescere gradualmente e serenamente con la
consapevolezza che non esiste perfezione e che gli errori
fortificano.
Che dici... ti riguarda?!?
ChiaraSole
CUTTER, alzi la mano chi sa cos’è?
Cutter deriva dal verbo inglese TO CUT e
significa tagliare. Il cutter è una forma di autolesionismo che
si manifesta attraverso tagli autoindotti sul corpo, ma in
realtà non “solo” quelli. Diciamo che con cutter si possono
racchiudere tutte quelle manifestazioni di autolesionismo contro
se stessi: focalizzare l’attenzione su una porzione del proprio
corpo fino a farla sanguinare o, comunque, fino a farsi del
male. Questo può avvenire in svariate forme ad esempio con delle
pinzette accanendosi contro qualche pelo incarnito o presunto
tale, fino a farsi sanguinare in modo importante, oppure, contro
a brufoli oggettivamente inesistenti ci si possono creare reali
cicatrici. Il cutter viene praticato sia a mani nude che con
vari strumenti da lamette, taglierini, unghie, coltelli,
forbici, ecc.
Si tratta di una problematica che esiste da sempre, ma solamente
da poco è stata battezzata con questo nome nome. La compulsione
può essere talmente forte e cieca che può portare la persona a
mettere seriamente a rischio la propria vita.
Di seguito parte di uno scritto tratto da
un articolo a cura del Dott. Matteo Mugnani
“Cosa succede dunque, ci chiedevamo? Cosa spiega questo
fenomeno, che dunque non è in verità nuovo, ma è solo una nuova
forma di espressione e di tentativo di trattamento del disagio
umano?
Basta ascoltare le parole di chi ci descrive queste sue
pratiche, per capirne di più, ascoltare quali pensieri, fobie,
ossessioni generano queste spinte inarrestabili ad agire così
sul proprio corpo. Ce ne parlano come di pratiche di estrazione
dal corpo di un'impurità, di un qualcosa di illecito, di non
casto, ce lo illustrano come una vera autopunizione perchè nel
corpo, dentro al corpo, sentono che c'è qualcosa che non
dovrebbe esserci, che loro non vogliono più avvertire. (…)Si
propone dunque una scissione tra ciò che è interno al soggetto e
al suo corpo, che dovrebbe essere a tutti i costi puro e buono,
e ciò che è esterno, nel mondo attorno a lui, sui cui vengono
proiettati il male, l'impurità, la perversione. E il corpo e la
pelle come suo ultimo avamposto, come linea di confine, sono
vissuti come la barriera che separa il bene dal male, il puro
interiore dall'impuro esterno. Ma se l'impuro abita all'interno
del soggetto, se il desiderio che muove la vita del soggetto è
avvertito come un'ospite insopportabile, come una forma di
impurità interna, allora ecco che il soggetto si convince in
modo illusorio di poter "materializzare" questa sua parte
impura, di poterla "sostanzializzare" ad esempio nel sangue che
esce dalle ferite autoindotte, o di punire questa parte con le
pratiche masochistiche. Ma il progetto fallisce perchè s'imbatte
nella verità ultima della natura umana, che come hanno
dimostrato le teorie freudiane, è una natura in parte anche
perversa, in cui l'illusione di poter espellere da sé e dal
proprio corpo questa dimensione vissuta come impura, può essere
superata solo passando per un'altra via, più stretta, che punta
invece ad un riconoscimento e ad una accettazione di questa
dimensione perversa, emanazione della pulsione di morte, che
abita la natura umana.”
Nel mio libro accenno ad alcuni episodi di
cutter con forbici, unghie, mani e non solo.
36) TESTA O CROCE
Quello che accomuna molte delle ragazze che stanno vivendo
questo tipo di problemi, oltre ovviamente al rigettare ogni
sostanza nutritiva, è il martoriarsi fisicamente.
Ho ancora ricordi freschi delle torture volontarie alle quali
Chiara si sottoponeva, nonostante tutti i miei tentativi di
impedirle simili barbarie su se stessa.
Lei, posseduta dallo stolto demone distruttore, sentiva le mie
parole come provenienti da eco lontane, troppo flebili per
essere ascoltate e percepite con decisione.
Si mangiava le unghie.
Già, ma non come qualsiasi adolescente con quel vizio dettato da
un po’ di insicurezza o nervosismo.
Si mangiava le unghie, e con abili contorsioni, anche quelle dei
piedi, ma lo faceva andando fino in fondo e causandosi terribili
infezioni.
Sapeva che non doveva, eppure continuava e neppure il dolore la
frenava. Neppure l’uscita di tutto quel sangue. Anzi, quasi la
eccitava. Quasi la faceva godere in un amplesso masochistico con
sé stessa, con il suo dolore, con la sua voglia di mortificarsi.
Allo stesso modo, con la stessa tenacia, arrivava a mordersi la
carne dei talloni, delle dita, fin quando il vivo della pelle,
gridando bruciore accecante, non la risvegliava da quel torpore
innaturale. Allora si abbandonava al pianto più sconfortato, e
mani sanguinolente e piedi che le avrebbero fatto male ad ogni
passo si rannicchiavano attorno al suo corpo, e soffrivano
assieme a lei.
Tuttora, guardandole le mani, è possibile riconoscere alcune
altre piccole cicatrici; sì, proprio lì, vicino al tatuaggio a
forma di sole che fa’ bella mostra di sé sul suo polso. Quale
posto migliore, se non ci sono portacenere nei paraggi, in cui
spegnere le sigarette?
Erano vere e proprie torture, delle quali potrei parlarvi a
lungo, dai pugni contro le pareti, o contro tutto ciò che era
solido (procurandosi anche una frattura), ma è giunto il momento
di rendervi partecipi di quella volta in cui, per propria
volontà, scelse di farla finita.
Sono giorni che desidero scrivere questo post.
Giorni che rimando. Giorni che provo a mettermi davanti ad un foglio
di word bianco e le dita non partono tanto è lo sgomento e lo
sdegno. Un dolore che purtroppo esiste sempre e non solo ora perché
i fatti di cronaca ci informano di questo scempio all’asilo Cip Ciop.
Vedere quel video di quel piccolo bimbo di 10 mesi preso a botte, la
donne gli tirava i capelli e l’altro bimbo un pochino più grande si
è avvicinato per dare un po’ di affetto e comprensione.
Non so, non ci sono parole, non ce ne sono mai. Non ne ho non solo
oggi che fatti così gravi emergono alla luce del sole, non ci sono
parole nè verso queste persone evidentemente disturbate né verso
quello che sono le percosse in senso generale. Scrivo con emozione
queste righe. Mi viene spontaneo fare più ragionamenti ad ampio
raggio.
Purtroppo nella nostra cultura le percosse sono state un tragico
metodo educativo basti pensare al modo di dire “darle di santa
ragione”. Ancora oggi si sentono persone che ritengono giusto
picchiare o dare dicono “solo una sculacciata o uno schiaffone” per
far capire. E dire che di informazione su quanto le percosse in
senso generale interrompino la comunicazione se n’è fatta. Si è
parlato dei danni delle violenze. Chi è stato vittima di percosse
nelle proprie mura domestiche sa che oltre ad imparare cosa fosse il
terrore puro non ha appreso anche perché spesso erano condite da
parole. Quali e quanti traumi si porta appresso una persona che è
stata vittima di percosse.
Un’altra cosa che fa riflettere è sulla supervisione dei luoghi che
hanno a che fare con chi dovrebbe prendersi cura dell’altro a
partire dall’educazione in poi. Chi si prende carico di valutare
l’insegnante?!
Perché mi sento di aggiungere che, Pistoia è un estremo incredibile,
esistono insegnanti accorti, ma allo stesso tempo, sento storie
incredibili. Punizioni che non dovrebbero esistere che un bimbo non
ha le capacità di comprendere né metabolizzare. La domanda nasce
spontanea se da una parte una famiglia si trova in difficoltà per
dinamiche personali e dall’altra la scuola non si fa carico in
nessun modo del benessere educativo della persona, che aiuto avrà
quell’essere umano che sta crescendo?!
Sfogliando la vita delle persone mi rendo sempre più conto che
prendere botte sembra la normalità… ebbene NON E’ NORMALE. Non lo
era ieri e non lo è oggi. Purtroppo chi è stato picchiato ha
conosciuto quella realtà come normalità e spesso la ripropone nelle
realtà che andrà a creare, si svilupperà così una catena senza fine
se individualmente non ci si metterà con coraggio davanti a se
stessi a guardare le proprie profonde situazioni per interrompere
questo giro.
Gli asili, le scuole… come dicevo, ho avuto modo di conoscere
insegnanti realmente interessati al loro mestiere, farlo con
passione, ma fatti gravi purtroppo sono all’ordine del giorno e una
vera supervisione sarà ora di farla.
ChiaraSole
giornata contro la violenza sulle
donne
Un argomento, un concetto, un’emozione, ma
soprattutto un fenomeno che purtroppo vale sempre… tutto l’anno
e non solamente un giorno, ma attraverso il 25 Novembre l’ONU ha
ufficializzato una data per sensibilizzare l’opinione pubblica
su un dramma che colpisce una marea di persone.
Porto una mia testimonianza del passato scritta nel libro
CHIARASOLE romanzata insieme all’amico David De Filippi. Gli
incontri con la sessualità malata sono stati diversi…
Era arrivata alla soglia dei 17 anni,
Chiara, età nella quale i petali della rosa stanno schiudendosi
per trasformare un promettente bocciolo in un fiore stupendo.
La lotta con la bulimia era una battaglia massacrante, e lo era
diventata anche nei rapporti con la famiglia e con chiunque
circondasse l’esistenza di Chiara.
I tentativi fatti dalla sua famiglia per cercare di arginare la
degenerazione verso l’autodistruzione non si limitavano al
ricorrere alla medicina e al parere dei luminari, ma anche ad
iniziative volte alla disperata risoluzione del tutto.
Senza pensarci troppo, la mamma di Chiara organizzò un viaggio
assieme alla figlia, sperando che gli svaghi di un villaggio
turistico potessero aiutare la ragazza a distrarsi.
In quel periodo, completamente svuotata dalla malattia, Chiara
pesava circa quaranta chili, e i tratti somatici che
l’accompagnavano erano tipici dell’incedere malato del suo
demone. Gli zigomi innaturalmente sporgenti, gli occhi
infossati, le scarne mani, quadrate come palette appese a due
manici legnosi che erano le braccia.
Sveniva spesso e il continuo rigettare la privava di quei
liquidi fondamentali per poter affrontare normalmente il feroce
caldo estivo; era un momento sbandato, per lei.
Cercava sollievo fisico e mentale e da un certo periodo aveva
iniziato ad introdurre l’uso di alcolici nella sua scellerata
introduzione di alimenti nel corpo. Un alcol gentile, amorevole,
che le consentiva di svagarsi in quanto, grazie a lui, tutto
improvvisamente assumeva i toni giocosi dell’irrealtà,
consentendole di non pensare alla quotidianità infernale.
Finito di non mangiare la cena, dove era però stato ingerito
parecchio vino, Chiara decise di trascorrere il resto della
serata in compagnia di altri ragazzi presenti nel villaggio. Un
po’ di svago le avrebbe fatto sicuramente bene, quella sera,
così optò per valorizzarsi un minimo di fronte allo specchio,
quindi uscì.
Immediatamente, il suo essere fresca e femminile, le fece notare
un ragazzo decisamente carino; era uno degli animatori della
zona turistica, ma lo stato d’animo di Chiara non lasciava
presupporre a storie di nessun genere, neanche fuggevoli, così
proseguì la propria serata senza badare agli insistenti sguardi
ammirati di quel giovane predatore.
Raggiunta la discoteca, venne invasa dai fumi e dai suoni
assordanti e quasi le sembrò, aiutata dall’alcol che aveva
costituito la sua cena, che l’incubo che viveva da sempre fosse
solo un ricordo lontano.
Tra gli schiamazzi, D’un tratto, qualcuno propose il classico
dei classici: bagno in piscina a mezzanotte!
In un ribollire di spruzzi e grida festanti, eccola al centro
dell’enorme vasca, ragazza che sembrava felice di vivere,
ragazza spensierata come tutti.
Era strano questo suo modo di essere. Era un altalenarsi di
eccessi che rispecchiavano la totalità del suo carattere. Era
capace di vivere gioie e momenti bellissimi in famiglia, e
un’ora dopo ritrovarsi a vomitare la propria vita nel water.
C’era gioia attorno a lei, voglia di vita, voglia di divertirsi,
e lei la percepiva e si adeguava, attrice superba, al ruolo da
impersonare in quella circostanza.
Ed ecco ricomparire lui, il ragazzo carino di poco prima, con
perle di gocce ad adornargli il viso e un sorriso che colpiva il
centro del petto.
Pieno di attenzioni e con fare da vero gentleman, il ragazzo
ricopriva Chiara di ogni premura, facendola sentire protetta e
corteggiata allo stesso tempo.
Le piaceva il modo che aveva di guardarla, come se lei fosse la
più bella di tutte, una vera donna distante anni luce dai
problemi di sempre e quando lui la invitò sotto la doccia post
bagno, lei non pensò altro che a seguirlo.
Aveva dei bei modi e la sensazione che lui, assai più grande, le
rivolgesse così tanti gesti carichi di affetto la appagava
incredibilmente.
Raggiunte le docce, i due ragazzi si accorsero che erano chiuse,
ma sfoderando un nuovo sorriso capace di sciogliere anche i
cuori più gelidi, il ragazzo prese Chiara per mano.
Le chiese di accompagnarlo nel proprio alloggio, dal quale
avrebbe prelevato le chiavi per le docce; lei, pensando con la
ragione dell’alcol, non si domandò nulla, e lo seguì.
Entrando in camera, sempre per mano, Chiara notò un ragazzo
addormentato su uno dei letti presenti in quel locale e subito
le venne suggerito di fare piano, al fine di non svegliare
quell’irascibile compagno di stanza.
Raggiunsero il bagno con passi felpati e una volta dentro, il
ragazzo dai modi splendidi le fece notare la presenza della
doccia. Che senso avrebbe avuto tornare indietro e fare la
doccia assieme a tutti gli altri, quando lì avrebbe potuto
averne una tutta per lei?
Ancora in balia degli eventi e stordita da quel film romantico
che pensava di stare vivendo, Chiara entrò nella doccia e prese
a lasciar scorrere l’acqua, come un eccitante abbraccio fluido.
Chiuse gli occhi e immaginò di essere in una fresca cascata di
montagna, lontano da tutto, finalmente fuori dai suoi pensieri…
A quel punto, Chiara aprì gli occhi e vide il giovane gentiluomo
entrare nella doccia assieme a lei.
Ancora sopraffatta dall’alcol, non era in grado di rendersi ben
conto di ciò che stava accadendo, ma capì che c’era qualcosa di
strano e istintivamente si ritrasse, cercando di uscire.
Voleva solo tornare in camera dalla mamma, percepiva troppa
negatività in quel momento.
Lui la prese per le spalle, però, ed era dolce come in pochi
erano stati con lei. Le chiese di non uscire, di restare lì con
lui a godere di quel meraviglioso momento.
Poi, d’un tratto: “Togliti il costume!”. Il costume?! Ma come?
Perché?
Quella era una doccia fatta per lasciar scivolare via i sali
della piscina, una doccia come quelle che si fanno sulla
spiaggia! Perché mi sta chiedendo di togliere il costume?!
Chiara rispose di no, tentando nuovamente di allontanarsi.
Improvvisamente, come all’ingresso di un orco in un sogno che
sembrava meraviglioso, quello che era stato un giovane nobile
d’animo si mostrò per quello che era.
Iniziò ad innervosirsi e spingendo Chiara contro l’angolo della
doccia per impedirle di uscire, prese a sfilarle il costume.
Impietrita, spaventata e sconcertata, Chiara rimase immobile e
preda dell’imbarazzo e della vergogna cercò di coprire quelle
che ora erano le sue nudità.
Le ossa che sbucavano dalla pelle erano come aghi crudeli e
taglienti; di certo la sua magrezza non l’avrebbe difesa da
tutto ciò.
Si avvicinò, il giovane predatore, prendendo ad accarezzarla in
modo proibito, a baciarla, a soffiarle addosso un alito voglioso
di sesso crudo.
Il terrore la bloccò, soprattutto nel pensare che un altro suo
simile avrebbe potuto sbucare dalla porta, e iniziare egli
stesso ad abusare di lei.
Prese a pregarlo, Chiara.
Lo faceva a bassa voce, timorosa di svegliare l’altro, e
cercando di tenerlo distante con le braccia troppo esili per
essere utili.
Dio, aiutami… Ho paura… Aiuto, aiutami…
Ma il giovane animale non si fermò e la prese con tutta la
violenza immaginabile.
Per favore… No… Basta… Ti prego… Fermati… Basta…
Il coltello di carne continuava a trafiggerla, sventrandola,
dandole dolore sia fisico sia spirituale.
Quella lama era entrata in lei, in una lei chiusa e
inaccogliente, una lei che non voleva, ma che era diventata il
solo desiderio di quell’uomo animale.
Durò pochissimo, ma durò per sempre.
Restò lì, Chiara, accovacciata ora a terra, con lo scrosciare
dell’acqua che non la lavava dal senso di sporco del quale non
aveva colpe, se non quella di aver ecceduto nell’inebriante
alcol.
Restava immobile, mentre il centro del corpo, essenza stessa
della sua femminilità, pulsava dolorosamente ferito e offeso nel
profondo.
Voleva solo uscire di lì, tornare nella sua camera, ma non le fu
permesso.
Fu raccolta da terra e sospinta verso il letto vicino al
dormiente co-inquilino del ragazzo infame.
Piangeva, singhiozzava in silenzio, tutta tremante alla sola
idea che il potenziale complice si svegliasse e ricominciasse da
dove il primo aveva abbandonato.
Stava lì, rannicchiata come un bambino che dorme, ma lei non
dormiva, anche se ciò che aveva vissuto aveva le sembianze di un
incubo.
Il tempo passava, ma non nella sua testa. Viveva dentro di sé un
attimo eterno, in cui la parola stupro aveva un significato
concreto e tangibile, lama di carne dentro il suo corpo.
Implacabile, lo scorrere del tempo fece entrare la prima luce di
un giorno che sarebbe stato ancora più vuoto dei precedenti, e
lei, ancora lì, rannicchiata e scossa, trattenuta dal braccio
dormiente del carceriere.
Solo a mattino giunto riuscì ad alzarsi e a scivolare via grazie
alla complicità del sonno del ragazzo per bene, del ragazzo dai
modi raffinati, dal ragazzo che le aveva fatto quanto più di
ignobile avesse potuto farle.
Aspetta… Le disse il ragazzo uomo bestia, o forse semplicemente,
temette di sentire quella parola quando ormai era finalmente
fuori, finalmente libera come la fresca aria che l’accarezzava
affettuosamente. Si sentiva gonfia, il ventre rigido come fosse
stato di cuoio, saturo di impurità e di veleno prepotente.
Camminando come in un incubo, raggiunse l’alloggio della mamma,
e la trovò seduta sul letto colma di preoccupazione per non
averla trovata dopo una ricerca durata qualche ora. Colma di
vergogna e di terrore, Chiara improvvisò una scusa puerile,
sostenendo di essersi addormentata vicino ad uno scoglio e
subito dopo cadde in una specie di trance. Ma venne accolta
duramente, in modo istintivamente preoccupato, come solo una
mamma in ansia può essere.
E come se non avesse sopportato abbastanza, una sberla le voltò
la faccia.
Rimase in silenzio, Chiara. Un silenzio suo, solo suo. Un
silenzio buio. Un silenzio nero come il nulla.
Avanzò lentamente verso il bagno, e con ancora una mano pulsante
a farle bruciare la guancia, aprì il rubinetto di quella doccia
amica, e iniziò a sfregarsi, come a volersi depurare da ciò che
aveva subito.
Si lavò con maniacale accuratezza; poi, si stese sul letto
sicuro e crollò in un sonno mortale, nel quale l’unica cosa che
riaffiorava alla mente era il volto ansimante dell’animale che
le penetrava l’anima. I giorni successivi furono terribili,
costellati di ricordi a fotogrammi, e di suoni che
riecheggiavano nella sua mente. Quel modo di stare male era del
tutto diverso, non era causato da se stessa, dal suo
autolesionismo, ma da una precisa cattiveria da parte di un
uomo.
Perché? Perché le aveva fatto questo? Perché quando la
incrociava sorrideva maliziosamente, come a volerla schernire
ulteriormente, dopo il torto fattole?
Quella vacanza si sviluppò nel peggiore dei modi, sommando
ulteriori insicurezze alla situazione di Chiara; a al rientro,
sentendosi sporca, indegna e colpevole di un segreto che sarebbe
rimasto tale per molto tempo, precipitò con maggior intensità al
centro del suo vortice malato.
Questo racconto può sembrare estraneo alle vicende della
malattia, ma in realtà è radicato nella malattia stessa.
Purtroppo esistono individui abominevoli per i quali nutro
talmente poco rispetto da non potermi permettere di qualificarli
come vorrei (in fin dei conti, una censura morale deve esistere,
soprattutto nell’utilizzo delle parole scritte).
E non li qualificherò, relegandoli nell’oblio dell’indifferenza.
Ma mi rivolgo a coloro che ascoltano e percepiscono con le
vibrazioni dell’anima.
Soggetti in grado di approfittarsi del debole equilibrio di una
ragazza, ne esistono. Ne esistono eccome. Guardatevi attorno,
ragazze. Guardatevi attorno come loro guardano voi. E diffidate.
Spesso il bisogno di evadere dalla propria realtà anoressica o
bulimica, porta all’avere la necessità di voler vivere una
storia appassionata, un amore pseudo-normale, uno spot di vita
come ogni altra ragazza.
Be’, ragazze mie; voi siete come ogni altra ragazza.
Mettetevelo in testa.
Raccogliete questo sole che avete dentro di voi, e fatelo
brillare sopra i tratti del vostro viso.
Voi siete esattamente come qualunque vostra coetanea. State
passando un momento drammatico, orribile, devastante. Ma ne
verrete fuori. Credeteci. Credeteci con me!
“The sun will rise again”, è una frase rubata agli Iron Maiden.
Un titolo bellissimo… “Il sole torna a sorgere ancora”.
E’ vero. Il sole, il vostro sole, tornerà a sorgere.
E allora, quel giorno, vivrete tutto ciò che desiderate. Sogni,
amori, desideri, passioni.
Tutto. Tutto quanto.
Con un’intensità superiore a quella che potreste mai immaginare.
Forza!
Un abbraccio…
Non ce la faccio
Un’altra frase ripetuta milioni di volte. NON
CE LA FACCIO, NON CI RIESCO. E’ IMPOSSIBILE!
Penso di aver detto e ridetto queste frasi, queste formule una
quantità infinita di volte. Tante da non saperle quantificare. Il
mio non ce la faccio era rivolto prevalentemente all’obiettivo
finale delle singole “missioni” che mi prefiggevo e non mi
soffermavo a tutti quei micro-obbiettivi che mi dividevano dalla
meta.
Quel maledetto tutto e subito della malattia che impedisce di
valutare e sentire la realtà del tempo che passa momento per
momento, ma lo fa captare come una valanga tutta in una volta.
Quindi se dovevo avere o ottenere qualcosa
doveva essere nell’immediato e di conseguenza era impossibile e
doveva risultare tale. Modo “perfetto” per non fare nulla. Il
concetto di percorso e cioè, di fare ogni cosa un passo per volta,
era per me inconcepibile. Facendo un esempio sintomatico potrei
paragonare il tutto a: “se si vuole perdere del peso, allora quei
dieci chili devono abbandonarmi ieri, cioè immediatamente”. Tutto
quanto sempre senza tempo.
MI sono ritrovata a dire non ce la faccio nelle situazioni più
disparate, spesso esisteva senza neanche tentare, senza neanche
sforzarmi.
Esisteva anche, ovviamente, di fronte alle
violente compulsioni bulimiche, come se il problema si riducesse,
per quanto doloroso, al mangiare tanto o poco. Ho avuto l’idea per
molto tempo che non avendo più il o i sintomi alimentari poi sarei
stata bene, non mi rendevo conto che le mie difficoltà erano
nascoste proprio da quei problemi sintomatici.
Non ce la faccio, non ce la faccio, non ce la
faccio… spesso proprio perché non riuscivo a vedermi, a capirmi, a
trovarmi, a comprendermi anche perché tanto anestetizzata dalla
malattia. Non ce la facevo perché annebbiata dalla frenesia, dalla
fretta, dalla depressione, dall’euforia, dall’iperattività, dalla
rabbia, dall’apatia di fare tutto, ma anche di non fare niente.
Ma poi, chiedendo aiuto, dando tempo al tempo,
con pazienza, lasciando spazio alle mie fragilità e alle mie forze,
ho compreso che quello che sembra impossibile è in realtà
fattibile…. Provandoci!
Perché?
Perchèèèè???
Perché?!?!?!
Perché????
Perché a me?!?!
Questa domanda è stato un vortice incredibile di dolore che mi ha
accompagnato per tanto tempo.
Durante gli anni sintomatici, la parte razionale spesso riconosceva
l’”assurdità” di quegli stessi sintomi, ma la forza emotiva che mi
costringeva a massacrarmi era più forte. Quell’autodistruzione aveva la
meglio su tutto e non mangiare o mangiare tanto… il bisogno viscerale di
sradicare ogni brandello di carne dal mio corpo come a voler togliere le
colpe del mondo da me era necessario. Una corsa contro il tempo, quindi
contro la vita. Ma quella continuava comunque a pulsare e ogni sintomo,
ogni percezione più o meno distorta erano una grande schiavitù
disarmante: una prigione che amavo e odiava e che mi dava grande
adrenalina fondamentale alla mia esistenza. Nei momenti di disperata
lucidità ricordo vividamente il mio chiudermi a guscio in camera, in
qualche luogo protetto o al porto a me tanto caro. La testa tra le mani
e il continuo ripetermi e chiedermi perché? Perché A ME?
Perché questa corsa all’autodistruzione… per un po’ è stato un piangere
sul mio dolore e quel fatidico PERCHE’ A ME non mi è servito a molto.
Poi gli anni passavano confusa e illusa da un DA DOMANI inutile ero
sempre più sommersa e avvolta da sudicio vomito e affogavo in un fiume
di lacrime e ho deciso di capire davvero quel, o meglio, quei PERCHE’.
Aiutata da una professionista ho compreso tutte le cause delle mie
compulsioni, della mia malattia.
Perché a me è una domanda che ha tante risposte per ognuno.
Aggiungo una cosa… prima di questo percorso oltre ad averne fatti tanti
altri avevo in me la convinzione di sapere già tutto di me. Di avere
ogni risposta. Di avere tutto chiaro i perché e i per come di ogni cosa.
Ho imparato che fino a quando si è soli a guardarsi e guardare le
dinamiche che riguardano la propria vita si rimane l’unico arbitro di
tutto, di conseguenza è praticamente impossibile cambiare prospettiva e
angolazione nell’osservare cose e situazioni. Ho imparato, mettendomi in
discussione, che ogni perché ne nasconde un altro e tutto quanto è come
un gomitolo intrecciato che ha bisogno di tempo per essere srotolato,
compreso e digerito.
ChiaraSole
Mi sento sola
Una delle frasi che ho sentito dire di più, e che ho detto di più, è
MI SENTO SOLA!
Ma non quella solitudine dettata dal non stare insieme alle persone,
bensi’ quel tipo di solitudine che esiste anche in mezzo alla folla. Un
vuoto che infiamma lo stomaco e spesso anche le parole.
“…. Mi sento così sola…” Per quanto mi riguarda quell’espressione in
realtà significava tante cose. Provo ad elencarne alcune letture.
La sofferenza che vivevo dentro che andava al di là dei miei sintomi
(cioè dalla percezione abnorme del mio corpo, dal fatto che mangiassi
una foglia di insalata, o 20 chili di pasta) la sentivo talmente mia e
inspiegabile all’esterno, da farmi catapultare in un’altra dimensione
nella quale nessuno poteva venire.
Non riuscivo a dare un nome a tutte quelle emozioni… era un gomitolo
infinitamente ingarbugliato di sensazioni che non ero in grado di
riconoscere e quindi di spiegare a nessuno. Mi riempivano tanto da
svuotarmi, comprendo che sembra un paradosso, ma ciò che non si
riconosce trasmette effetti anche contraddittori e mi facevano sentire
un grande vuoto. Da li il senso di solitudine estremo.
MI sentivo sola, perché evitavo di condividere ciò che provavo, un po’
per vergogna, un po’ perché mi sentivo folle. Non denunciavo l’esistenza
di quanto io stessi vivendo, tutto abitava SOLO dentro di me… le persone
intorno non potevano saperlo e io spesso mi aspettavo che lo
immaginassero senza nessuna mia comunicazione. Io non capivo, ma gli
altri dovevano capire da un mio sguardo, da un atteggiamento.
E allora mi arrabbiavo… perché nessuno capiva e io MI SENTO SOLA!
MI sentivo sola, perché mi isolavo. Mi sentivo sola perché pensavo di
essere la mia malattia, ma una persona non è la sua malattia ma quello
che riesce a fare della stessa nella sua vita chiedendo aiuto.
ChiaraSole
www.chiarasole.it
31 Dicembre… Abbasso i bilanci!
Un altro anno è passato. Inesorabile tempo che scandisce ogni momento
facendo in modo che i pensieri determinino il bene o il male, il
positivo o il negativo della nostra esistenza.
Tra qualche istante si sentiranno nell’aria lo schioppettate delle
bottiglie di champagne e spumante che segnerà il passaggio al nuovo
anno. Un anno tutto da scrivere. Una cosa che, purtroppo, ero solita
fare alla fine di ogni anno era i MALEDETTI BILANCI che guarda caso
puntavano solo ed esclusivamente a guardare cose terribili. I bilanci
riuscivano sempre, ma proprio sempre, a rovinare ogni fine anno e ogni
compleanno e tutto si riassumeva in un'unica spiegazione: il tempo
passava e io stavo ancora male, il tutto condito da pensieri come
“ancora non ho creato nulla, non sono riuscita a realizzare niente, non
valgo nulla alla mia età, ecc.” Una tristezza infinita che mi portava
inevitabilmente a sabotare altri momenti di vita che, chissà, magari
potevo vivere in modo più spensierato… anzi che POI ho vissuto
spensieratamente, perchè ho imparato che in quel modo non facevo altro
che trovare situazioni e atteggiamenti per chiedermi in me in mondo
incomprensibili che avevano solo bisogno di immense e potenti anestesie
perché quel dolore era troppo grande, troppo mio, troppo isolate, troppo
profondo.
Spesso tutto questo nasceva, oltre che per cause personali familiari,
anche per motivi simili al Natale… ERA CAPODANNO e bisognava divertirsi
per forza, fare cose incredibili, fare tardi…
Una costrizione insopportabile…
Quindi, detto tutto questo, propongo di vedere il 31 Dicembre e l’1
Gennaio… come il passaggio naturale dalla fine di un anno all’altro… con
la possibilità di darsi l’opportunità di scrivere un anno tutto nuovo
all’insegna del benessere interiore con l’aiuto di chi ha gli strumenti
per darlo… pensando che da soli si arriva ben poco lontani. E che l’anno
passato, per quanto doloroso possa essere stato, è sicuramente pregno di
insegnamenti importanti.
Tutti questi anni insieme, uno dopo l’altro… faranno arrivare al
traguardo.
ChiaraSole
Aiuto è Natale!
Natale non è solamente il 25 Dicembre, ma
tutto il periodo che va in particolare dall’8/12 al 6 Gennaio.
Questo momento è molto difficile per chi soffre di disturbi
alimentari. Ricordo i miei Natali con sofferenza. Sono stati sempre
faticosi, dolorosi e ricchi di incomprensioni.
Natale, oltre al significato religioso, porta con se tanti altri
significati.
Al di là dell’aspetto alimentare, è come se a
Natale si respirasse nell’aria una sorta di dovere: quello cioè di
dover essere felici e in armonia a tutti i costi. Certo che quando
questo equilibrio non lo si possiede non è tanto facile far pace con
se stessi.
Girare per le strade e vedere persone
abbracciarsi, luci colorate, pacchettini, regali, dolciumi, persone
che sgranocchiano cibi prelibati spensieratamente, famiglie che si
amano… ebbene tutto questo e molto di più mi rattristiva moltissimo.
Mi faceva odiare tanto il Natale, neanche io capivo bene il perché…
ovviamente buttavo tutto sul cibo come sempre. Era sempre colpa
dell’aspetto sintomatico: del mangiare, del dover stare tante ora a
tavola. Sicuramente, avere tanta della mia droga a disposizione non
aiutava, ma il punto vero non era quello.
Il fatto era che dovevo festeggiare la vita
quando non è avevo alcuna voglia, quando di voglia di vivere ne
avevo davvero poca. Dovevo stare con la mia famiglia, tutta la mia
famiglia, ipocritamente, sapendo che gli equilibri interni erano
assolutamente precari. Quel dover essere felice mi pesava
tantissimo. Tutto non doveva essere rovinato da nulla, tutto
apparentemente “perfetto”.
E, puntualmente, non reggevo e mi rifugiavo
nel mio amato e odiato cibo.
Oggi scrivo questo post, perché già da anni, mi adopero come posso,
affinchè le persone che soffrono di questo male incredibile si diano
la possibilità di scoprire il natale senza le vesti del dovere.
So che molte delle sensazioni che ho scritto
qua sopra e tante altre che non ho scritto sono a comuni a chi
soffre di disturbi alimentari, ma quello che dico è… perché il
Natale deve essere per forza brutto perché lo è sempre stato? Per un
anno, e non solo, può essere all’insegna di se stessi.
Della propria riscoperta o scoperta. Quella
nascita può coincidere con la propria, con una scelta tanto
importante quanto lo è la lotta per vivere. Quanto lo sono far
cadere le maschere e scegliere di essere anzichè dover essere.
Questo Natale ognuno può regalarsi la possibilità di chiedere aiuto,
o chi già sta seguendo un percorso di rilanciare la propria
motivazione con tutta se stessa.
Io vi dico che è possibile vivere il Natale
senza pensare che sia un dovere viverlo perché tutti se lo aspettano
da noi… e che tutto va al di là del significato stesso che
istituzionalmente ha: ognuno può dare il significato proprio a
questo periodo.
Può pensare di scegliere di assecondare i propri desideri… di darsi
un’altra chance con tutto l’aiuto necessario.
Questo è il mio augurio per questo Natale 2008 e cioè di seguire te
stessa/o!
Io ci sono!
ChiaraSole
Internet e Disturbi Alimentari
Internet può essere molto prezioso per il
mondo dei disturbi alimentari se punta a portare chi vive questo
profondo male nella realtà. Il puro confronto tra persone che
soffrono senza una mediazione non porta a molto, anzi, rischia di
portarle e portarli a insegnarsi reciprocamente gli espedienti
malati.
Internet è anche un mezzo di comunicazione e può essere usato in
modo sano e in modo malato. Molte persone tendono a nascondersi
dietro ad un monitor proprio per il terrore di interagire con il
mondo, la sfera sociale è una di quelle più colpite da queste
malattie.
A mio giudizio i siti, i blog, i video pro ana (anoressia) e pro mia
(bulimia) hanno un impatto terribile su tutte le persone che
rischiano di ammalarsi o che comunque stanno già male ed è proprio
per questo che è bene parlarne, fare informazione, ma non
pubblicizzarli.
La dimensione anoressico-bulimca è un mondo a parte. E’ un mondo in
cui ci si illude di tenere sotto controllo cibo e corpo, si tenta di
fare questo, mentre invece è la malattia che controlla la persona e
non la fa essere libera. Io mi sentivo forte, mi illudevo di
esserlo, ma poi ho compreso che non ero mai libera di avere pensieri
lontani dai miei sintomi: cibo, calorie, corpo, percezione del mio
corpo. E questi sono solo i sintomi della malattia. Gli espedienti
attraverso i quali anestetizzavo il dolore che era sepolto dentro di
me e che non volevo e non riuscivo a riconoscere. Quando ero
inconsapevole della verità che custodivo dentro per me il problema
era davvero il corpo, ma poi curandomi, grazie al mio percorso, ho
capito, mi sono scoperta.
Secondo me bisognerebbe intervenire su due fronti… da una parte la
censura, ma dall’altra queste persone che soffrono, spesso senza
esserne consapevoli a causa dell'onnipotenza della patologia che
anestetizza, vanno avvicinate coinvolgendo i familiari dando loro
consigli pratici e spiegando profondamente cosa sono queste malattie
nelle varie sfaccettature.. (Per aprire un blog si scrivono i dati,
estremi sulla privacy permettendo.)
Le persone che si imbattono nei siti pro ana e mia possono cercare
di mettersi in contatto con le ragazze ma è necessario avere delle
competenze. Può ad esempio indirizzarle verso altre realtà sempre
via internet. Esistono forum e blog sani e propositivi. Psicologi
ecc. Raramente è bene parlare con chi soffre di queste patologie
dell’aspetto prettamente sintomatico ovvero di come quanto ci si
alimenta e/o dell’aspetto ponderale: è meglio avvicinarsi parlando
d’altro come ad esempio l’aspetto umorale.
ChiaraSole Ciavatta
- tratto da un'intervista fatta recentemente -
LA MALATTIA – pagina di diario -
Io non capisco ogni giorno mi riempio la testa
e il cuore di buoni propositi
DA DOMANI BASTA ABBUFFATE
da quanto tempo è che me la racconto?
da quanto tempo mi illudo di poter vincere questo male che è una
sorta di cancro al cervello?
è inutile che io mi illuda lui è più forte di me
la Chiara cattiva che chiamo da sempre Francesca mi vuole morta e io
non riesco a contrastarla
ogni istante provo a resistere all'impulso maledetto dell'abbuffata
ma inesorabilmente fallisco e continuo con la solita cantilena
NON CE LA FACCIO PIU’ VOGLIO MORIRE
provo uno schifo pazzesco verso me stessa
ma è mai possibile che la mia testa abbia tutto questo potere su di
me?
è mai possibile che non riesca minimamente a decidere di seguire la
strada del bene invece che quella del male?
e quel che è peggio è che dipende tutto da me questo non è un male
che si può guarire con le medicine si tratta di un male psicologico
la mia testa può farmi vivere o portarmi alla morte e io non riesco
a combattere questo spirito distruttivo che ho dentro
maledetto maledetta me e il mio non riuscire a reagire
quando mi dicono che dipende da me mi viene un nervoso tale che
spaccherei tutto intorno
NON CE LA FACCIO
possibile che nessuno capisca che non è una mia volontà quella di
mangiare chili di schifezze?
la mamma si arrabbia quando trova il frigorifero vuoto e in parte ha
ragione ma io non sono semplicemente golosa come dice lei
come faccio a spiegarle che quello che mi spinge a fare quelle cose
è una parte di me che io non riesco a gestire?
è come una calamita incontrastabile quella che mi spinge verso il
mio cibo
che rabbia mi sento impotente davanti a me stessa
mi guardo allo specchio e provo uno schifo pazzesco mi odio perché
quando ho bisogno di mangiare non guardo in faccia a nessuno
calpesto chiunque si trovi sulla mia strada
anche ieri sera
mi vergogno di me stessa
ero con il mio amore poveraccio a dover star dietro ad una come me
per l'ennesima volta ho fatto l'amore con lui per poter arrivare al
mio scopo
avevo bisogno di un'orgia alimentare mi pulsava tutto il corpo
sentivo dolori ovunque stavo male
DOVEVO MANGIARE
siamo stati insieme e io non ho pensato a lui neanche per un momento
volevo che stesse bene ma per arrivare alla mia meta malata
stavamo lì a letto e la mia mente immaginava grandi immensi buffet
vedevo panini ovunque
salse
lasagne
immaginavo cibi pregni di olio
come posso comportarmi così verso una persona che mi dimostra amore?
ovviamente lui non si è accorto di nulla ma appena abbiamo finito io
sono corsa in cucina mentre lui si è addormentato
ma che razza di male terribile è questo che mi obbliga ad arrivare a
bassezze simili?
non sono più io
questa persona non è Chiara
a volte mi sento quasi indemoniata
quella parte folle che è dentro di me io non la conosco non sono io
ieri sera sempre per facilitarmi il tutto ho bevuto parecchio alcool
mi faceva schifo il pensiero di fare sesso e così mi sono
anestetizzata e sono ricaduta nel solito errore
eppure ormai dovrei saperlo che quando bevo il bisogno di mangiare
aumenta spropositatamente
non più tardi di una settimana fa la mamma mi ha trovata svenuta nel
bagno
ero a terra e non riprendevo i sensi fra alcool cibo vomito
poveri genitori quante ne stanno passando a causa mia
che senso ha vivere così?
perché devo vivere così in questa prigione dorata invisibile da
fuori
una prigione solo mia che mi fa trasformare in una persona che odio
con tutta me stessa
ogni mezzo è buono per raggiungere il mio scopo
ora sono stremata mi sento molto debole ho vomitato
ininterrottamente per quasi due ore
non so dire quanta robaccia sia riuscita a spingere a forza dentro
al mio stomaco prima di correre in bagno per liberarmi di tutto
mi vergogno tanto non ho più dignità e sento sempre dolori sparsi
per tutto il corpo
sento questo vuoto che è come un pozzo nero senza fondo una voragine
che devo assolutamente riempire con la vita con il cibo
con il mio amato/odiato cibo
l'unico capace di darmi un po' di sollievo
ma poi cosa succede subito dopo?
devo liberarmene perché quelle calorie mi farebbero perdere questa
falsa sicurezza che la magrezza mi regala
la rabbia più grande viene dal fatto che razionalmente capisco tutto
mi rendo conto di tutto ma poi la Chiara cattiva prende il
sopravvento mi spazza via e mi fa tutto il male che mi sta facendo
anche ora
e nessuno mi capisce io desidero solo la morte
ormai sono anni che vado avanti così
sono anni di sotterfugi
purtroppo divento incredibilmente astuta quando voglio mangiare
che vergogna quante schifezze ho fatto quante leggerezze ho commesso
come ti ho detto ho appena vomitato
è incredibile come questo atto mi metta subito davanti alla più
devastante realtà
subito dopo il vomito se riesco a non continuare a mangiare mi
prende la disperazione
penso che se un giorno mi ammazzerò sarà proprio durante uno di
questi momenti
ma diario mio sappiamo bene entrambi che non ho le palle neanche per
farla finita
e quindi continuerò a morire vivendo
sì perché ormai sono morta dentro
nulla mi fa contenta non provo interesse per nessuna cosa che non
sia il cibo
lo sogno lo vedo ovunque e lo bramo
maledetto
io so che ogni volta che rimetto rischio la vita e così cosa faccio?
continuo a vomitare ancora e ancora sperando la tanto attesa
emorragia interna che forse mi porterà un po' di pace
un'emorragia e in venti minuti è finito tutto
e invece niente continuo a espellere sangue ma ahimè sono solo i
capillari a rompersi
la mia vita è fatta di sangue e lacrime ormai
non so che devo fare
so solo che voglio morire è l'unico mio desiderio perché tanto so
che non guarirò mai
Tratto dal libro CHIARASOLE "UN'ESPERIENZA DI
VITA E DI MORTE"
Spero sia uno speccho anche per te... come ci
sono riuscita io chiedendo aiuto... puoi farcela anche tu!
ChiaraSole
Binge Eating Disorder (B.E.D.)
….il binge è stato il varcare una soglia
sconosciuta devastante.
Me ne ero dimenticata, ma con le varie rielaborazioni, ho ricordato
che già ne soffrivo da piccolina, dall’età di 6 anni circa. Ma
allora lo vivevo solo come piacere senza veri sensi di colpa
personali, ma solo verso le persone accanto a me.
Questo ingresso, in questo mondo fatto di regole nuove è stato
allucinante.
Dopo quella prima piccola perdita di controllo per un po’ di tempo
ho ripreso la mia routine, con i miei yogurt, i miei biscotti
tristi, la mia corsa.
Pensavo che tutto fosse rientrato.
Quei devastanti sensi di colpa erano un ricordo, c’erano quelli
quotidiani, quelli che facevano parte ormai della mia vita. Il
pensiero di aver mangiato troppo. Il costante pensiero del cibo, il
controllo degli affetti… ecc.
Ma poi le cose sono sempre più crollate… quel giorno, quello che ho
battezzato come IL PASSAGGIO ha segnato una nuova fase della mia
malattia quella del binge. Gli attacchi compulsivi inizialmente
erano distanti e io cercavo di recuperarli con i digiuni, con la
corsa e non mi rendevo conto che così facendo ne chiamavo altri in
realtà.
Da lontani sempre più vicini. IL binge è stato il peggioramento
dell’anoressia.
Ricordo che in quella prima fase sono passata da 54 kg a 90 in poco
tempo quando le abbuffate si sono intensificate. Non riuscivo a
stare lontana dal cibo.
Era una compulsione continua. Quello che chiamo il giro.
Uscivo di casa… rubavo, dovevo mangiare, mangiare, mangiare! Come a
dover recuperare per 1000 tutto quello che non avevo ingerito fino a
quel momento.
Che vergogna. Andavo a scuola, ma facevo di tutto per evitarlo. Mi
facevo letteralmente schifo, mi scuso per il linguaggio, ma non
saprei definirlo in altro modo.
Tendevo a colpevolizzarmi molto perché pensavo di non avere forza di
volontà a sufficienza. Non capivo che era una patologia. Sentivo che
esisteva in me qualcosa che era potente, ma continuavo a
sottovalutarlo.
Tanti buoni propositi, la fatidica espressione DA DOMANI…
continuando a sottovalutare quella belva che si nutriva di me. E
intanto continuavo a peggiorare. Si trattava della fine degli anni
’80 inizio ’90. Questa problematica non era minimamente considerata.
Trovavo sollievo solamente mentre ingurgitavo qualcosa, ma non cibo
qualunque. Tutti quegli alimenti di cui nel tempo mi ero privata o
che comunque avevo mangiato con grande parsimonia e controllo: dai
carboidrati in poi.
Quando non mangiavo il senso di vuoto e solitudine era talmente
forte da desiderare solo di morire.
Ero stanchissima, senza energie. Con una depressione importante.
E’ difficile da spiegare tutto questo, ma so bene che chi mi sta
leggendo lo capisce profondamente, purtroppo.
Ed è anche per questo che ti invito ad alzare una mano con quel
briciolo di energia che ti senti di avere per chiedere aiuto.
Continuerò nel prossimo post… per qualunque cosa sono qui.
ChiaraSole.it
DEFINIZIONE:
Binge Eating Disorder (B.E.D.) più comunemente
detto BINGE
(abbuffata compulsiva).
Molto simile alla bulimia, con abbuffate ma senza vomito. Manca
infatti la fase di ripulitura dalla trasgressione alimentare e la
persona resta invaso dal senso di colpa e dal gonfiore dell'eccesso.
Il binge può essere un'evoluzione della bulimia ed è diffuso sia tra
le donne che tra gli uomini. Può provocare obesità.
Il Passaggio – Anoressia – Binge…
sintomi!
Come dicevo nel post precedente tanta rigidità anoressica non poteva
durare.
Una cosa è scolpita nella mia mente e vedo che è comune a tante persone.
Il momento del passaggio. Della perdita dell’illusione del controllo.
Della fine dell’anoressia.
Quel giorno per me è cominciato il vero inferno.
Ricordo che avevo l’abitudine malata di fare sempre interminabili sedute
di palestra. Poi salivo in cucina. Mi concedevo pochi biscotti light.
Erano biscotti molto tristi e alquanto insapore.
Quel giorno il pacco era da cominciare.
L’ho aperto e in un istante mi sono trovata con la carta vuota tra le
mani. All’interno della confezione non c’era più nulla. Cercavo i
biscotti e non ne vedevo più.
Li avevo divorati tutti io senza poter decidere niente.
Un intero pacco di biscotti.
Tutti in una volta quando ogni boccone era sempre ragionato, calcolato,
controllato, pensato nei minimi particolari.
In quel momento mi sono sentita morire. L’espressione senso di colpa non
descrive affatto ciò che ho provato. Volevo sprofondare dentro di me. Ho
chiamato mio padre piangendo. Non sapevo cosa fare. Non riconoscevo la
persona che ero. Sentivo dolore fisico in tutto il corpo: come se mi
stessero trafiggendo 100 coltelli tutti in una volta. Urli, pianti…
nulla era in grado di farmi provare un po’ di sollievo. QUEL DOLORE
PESAVA TANTISSIMO!
Non volevo tutta quella vita dentro di me.
Tutto quel nutrimento.
Io, e solo io, dovevo decidere…. Avere il controllo. Anche se in realtà
non l’avevo mai avuto. MI ero illusa di averlo, ma la malattia si era
impossessata di me, si nutriva della mia vita e decideva per me.
Il tutto si è “risolto” con ore di corsa per cercare di rimediare, per
mettere a tacere bruscamente i sensi di colpa…. Ma ormai quello pseudo
controllo era morto.
Continuerò nel prossimo post…
ChiaraSole c4@chiarasole.it
www.chiarasole.it
Anoressia - alcune sfaccettature
Si è portati a pensare che l’anoressia sia solo restrizione assoluta
alimentare.
Così come si pensa che una persona ammalata di anoressia sia solo una
persona di pochi chilogrammi.
A me sembra decisamente riduttivo!
E’ vero che molte persone arrivano a pesare pochi chili, ma quelle
stesse persone quando hanno cominciato a variare la loro alimentazione
pesavano diversamente e non erano forse comunque anoressiche?
Il vocabolario descrive l’anoressia mentale come sindrome nevrotica
caratterizzata dal rifiuto sistematico del cibo e questa è l’idea comune
delle persone, ma assolutamente riduttiva e incompleta del dramma che si
vive.
L’anoressia è una forma mentis.
Quando io ero anoressica ho vissuto brevi periodi di digiuno. Ricordo le
mie giornate profondamente ossessive. Ogni cosa aveva orari. Il mio
ideale di perfezione era assolutamente surreale. A scuola dovevo avere
tutti 11: un 9 era un fallimento.
I cibi erano accuratamente selezionati. Gli affetti dovevano essere
controllati. Ogni cosa doveva essere sotto il mio controllo e se non lo
era vivevo frustrazioni dolorose. Non sentivo la stanchezza grazie
all’iperattività e ai nervi anoressici che mi tenevano su in una forma
di euforia onnipotente.
Se qualcuno mi diceva che qualcosa non andava io non gli davo retta, io
sapevo cosa dovevo fare.
Io ero anoressica in tutto, in tutte le sfere della vita.
Avevo grandi problemi relazionali con le compagne di scuola.
Facevo tanto sport. Tantissima corsa. E mi nutrivo, ma a modo mio.
Ricordo un periodo durante il quale avevo grandi crisi di nervi ogni
volta che qualcuno mi contraddiceva. Era il mio mondo e doveva andare
avanti così, anoressicamente con un controllo compulsivo…. Che però non
poteva durare! Da un punto di vista ponderale non si vedeva, ma gli
atteggiamenti erano molto particolari.
Stavo male, volevo scomparire, mi vedevo enorme, eppure mi nutrivo: con
i miei schemi, con i miei riti e programmi, con cibi concessi ed altri
tabù.
Continuerò nel prossimo post….
ChiaraSole
L'infinita sofferenza non ha bisogno di etichette esterne... esiste e
basta e non è meno dolorosa per questo, anzi, lo è di più, perchè NON SI
VEDE!
E’ meglio se mi chiudo in casa
Mi piacerebbe sfruttare questo spazio per ragionare insieme a voi su
tanti aspetti delle patologie che riguardano più o meno tutti.
Partendo dal, o meglio, dai sintomi si riesce sempre a capire molto di
se.
Isolarsi significa sottrarsi alla vita per svariate paure, ma è davvero
complesso ammettersi il timore di affrontare le relazioni, il timore di
crescere, il timore di avere responsabilità, ecc.
Così è frequente che si ricorra inconsapevolmente ai dolorosi sintomi.
Oggi vorrei soffermarmi particolarmente sulla visione di se stessi.
Ricordo quando mi vestivo coprendomi dalla testa ai piedi per la
vergogna di come ero fisicamente, di come mi percepivo. Mi illudevo che
il mio problema era come apparivo agli occhi degli altri e così prima o
dopo finivo per chiudermi in casa, perché non volevo essere vista, per
la vergogna.
Poi ho compreso che io proiettavo negli altri ciò che vedevo in me. Come
se tutti potessero percepire la visione distorta che io stessa avevo del
mio corpo, ma questo non valeva solamente per il fisico… come sempre
quella è la punta dell’ice berg, ma per qualunque altro aspetto negativo
la mia bassa autostima riteneva possedessi.
Usavo il sintomo per non vivere, per non uscire, per non affrontare le
difficoltà, le paure.
Era sempre così: sicuramente le persone pensavano di me che non valevo
nulla, ma in realtà ero io a pensarlo. Nel mio essere enorme, mi sentivo
invisibile.
Quell’enormità dettata da un dolore senza nome, mi faceva sentire che le
persone potevano avercela con me costantemente, quando in realtà ero io
ad essere arrabbiata con me stessa. PROIETTAVO SEMPRE TUTTO FUORI,
perché fermarmi a guardarmi dentro faceva davvero male e i miei sintomi
mortali e autolesionistici mi proteggevano da tanta sofferenza
anestetizzandola.
Pensavo fosse una lotta tra me e il mondo quando in realtà si trattava
di una lotta tra me e me.
Si, sono stata davvero enorme, molto più che enorme… ben al di là dei
miei 90 chili, era il mio dolore ad essere grassissimo! Proprio come il
vostro!
ChiaraSole
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Giù la maschera!.... LE MASCHERE
PROTETTIVE.
Quanto conta poco l’apparenza. Raramente una persona è come si
presenta.
Non riguarda solamente il grande mondo dei disturbi alimentari, ma
ovviamente ora mi soffermerò particolarmente su questo.
Parlando di me: quando stavo male ero martellata mentalmente da doveri.
Dovevo essere bravissima in tutto, dovevo dimostrare di essere forte,
non dovevo dimostrare le mie fragilità, le mie emozioni, dovevo
rispettare un ideale di perfezione inesistente, dovevo primeggiare per
affermarmi.
Dovevo insomma. Dovevo, dovevo e dovevo.
Con i tanti “dovevo” che avevo percepito imposti da varie dinamiche
familiari, sentivo che loro si aspettavano questo da me, che tutto il
mondo voleva questo, ebbene a quel punto non c’era più spazio proprio
per la persona più importante e cioè IO.
E così inconsapevolmente sono stata costretta ad inventarmi tutta una
serie di maschere comode e scomode allo stesso tempo.
Avevo come un guarda roba di maschere: quella “giusta” per ogni
occasione.
Indossavo il “vestito-maschera” per ogni situazione non vivendo mai però
e non riconoscendomi in nessuna di essa. Anche per questo a periodi
alterni mi sentivo costretta a chiudermi nel mio mondo di depressione
nera, chiudermi in casa, perché quelle recite dopo un po’ risultavano
davvero insostenibili. Io non sapevo chi ero. Non sapevo Riconoscere
cosa mi piaceva, cosa desideravo fare. L’unica cosa che mi rimaneva era
nascondermi per un po’ e prendere fiato, anestetizzarmi con i miei
sintomi e proteggermi. MI ribellavo con violenza oppure entravo in
letargo.
C’è voluto aiuto, lavoro e tempo per LASCIARE IL DOVER ESSERE PER
L’ESSERE, per comprendermi e conoscermi, per disintegrare quelle
maschere: impostori, ospiti che fungevano anche da protezione per la mia
sensibilità che non voleva sentire.
ChiaraSole
“Come ti vedo bene oggi” “Oddio,
sono ingrassata”
Anni fa, quando stavo male, se qualcuno mi
diceva “come ti vedo bene oggi” lo vivevo come un’offesa mortale,
perché pensavo che mi dicesse che ero ingrassata. Soffrivo tanto per
questa affermazione. Può sembrare strano, perché porta in se un
complimento, eppure per me era vissuta come una violenza, come
un’incomprensione… anche da qui arriva la campagna di
sensibilizzazione che abbiamo proposto.
Decodificando il tutto con la rielaborazione di oggi sentivo che
quelle persone non notavano in me il dolore che provavo, perché
fuori non si vedeva. Interpretavo quel vedermi bene a modo mio, o
meglio, a modo della malattia. Le persone mi dicevano semplicemente
che ero viva e questo non lo sopportavo, perché volevo solo che
vedessero il mio non voler vivere.
Magari loro vedevano semplicemente una luce nei miei occhi
differente dal solito, ma il male che era in me interpretava quella
frase a modo suo strumentalizzandola.
“Come ti vedo bene oggi” significava diversa da ieri o comunque da
tempo addietro, quindi un possibile cambiamento… altra cosa
insopportabile, perché non controllabile, proprio come le emozioni.
Bene significava, per me, inevitabilmente più viva, non emaciata,
ero una persona che non faceva trasparire sofferenza e questo mi
annientava.
Non sopportavo che gli altri non potessero vedere quanto io stavo
soffrendo.
Per me far vedere il mio dolore significava risultare sciupata, con
i pestoni, deperita. C’è voluto tempo per i interiorizzare che la
sofferenza non ha peso e ho compreso che le persone non potevano
vedere ciò che era dentro di me. E non lo potevano vedere a
qualunque peso a 20/30/60 o 100 kg.
Quando raccontavo che soffrivo di anoressia-bulimia e mi si dicevo
che non si notava, che ero una ragazza normalissima… il ritratto
della salute, inizialmente era per me un grande dolore. Poi ho
compreso che nessuno poteva comprendere ciò che non gli era stato
profondamente spiegato.
La cosa importante, dal mio punto di vista, è non nascondersi
indossando maschere come per tanto tempo anche io ho fatto.
E' difficile, è dura, fa male.
Quando si soffre di quel dolore irraccontabile, indescrivibile a
parole è davvero complesso pensare di lavorare su se stessi.
Complesso chiedere aiuto.
Quella sofferenza a cui è persino strano dare un’”etichetta” come
anoressia, bulimia, binge…
Ci si appella ad un “TUTTO E SUBITO” impossibile.
Si spera che esista un click magico capace di cambiare le cose
dall’oggi al domani, ma questo non esiste.
ESISTE la possibilità di un percorso.
Esiste il chiedere aiuto, vero atto di forza.
Esiste il raggiungere tanti piccoli obiettivi passo dopo passo fino
ad arrivare alla possibilità di essere liberi e non mi riferisco
solamente alla sfera alimentare, ma a tutte le sfere della vita da
quella sociale, relazionale, affettiva, sessuale, professionale.
La dimensione temporale è fortemente alterata quando si sta male di
queste problematiche perché è come se esistesse solamente il QUI E
ADESSO. Ieri e oggi sono spesso inconsapevolmente strumentalizzati.
Per me è stato così e constato ogni giorno che non lo è stato solo
per me.
Datevi del tempo per il vostro percorso. Concedetevi di ritrovarvi
senza porre scadenze impossibili, in questo modo i risultati
arriveranno, paradossalmente, prima del previsto.
ChiaraSole c4@chiarasole.it
www.chiarasole.it
TESTIMONIANZE DAL BLOG
Vi presento Romina Renzi
Inserito da chiarasole il 11/07/2008 - 15:23
La testimonianza di Romina:
una storia di sofferenza e di rinascita
Mi chiamo Romina Renzi, ho 25 anni. La mia storia “sintomatica” è
iniziata molto presto. A 16 anni, in seguito a una delusione amorosa,
che è stata solamente la goccia che ha fatto traboccare un vaso già
pieno, sono iniziati i primi sintomi anoressici e i rituali che li
accompagnavano. Ore e ore di studio e sport associate a quantità di cibo
sempre più esigue,fino ad arrivare quasi a nulla.Dai 16 ai 19 anni, a
una superficiale visione esterna, ero la ragazza perfetta, ovviamente
solo in apparenza. Voti altissimi a scuola, eccellente nello sport. In
realtà la mia malattia mi stava consumando. A 19 anni, dopo l’esame di
maturità, sono crollata per la prima volta. A malapena ho terminato
l’esame orale, prima di essere ricoverata in un reparto neurologico a
Rimini. Ma poi, siccome la mia depressione aumentava giorno dopo giorno,
sono stata trasferita in una clinica psichiatrica dove più che una cura
ho fatto sterile reclusione. Dopo due mesi di permanenza, sono tornata a
casa, più distrutta di prima anche perché, nel frattempo, avevo scoperto
il mio nuovo “compagno di viaggio”: il vomito. Nella mia mentalità ai
tempi malata, speravo di aver trovato la tanto attesa liberazione.
Finalmente potevo mangiare tutto quello che volevo, senza che questo
fosse accompagnato dalla mia fobia di ingrassare. Ma ero entrata, senza
rendermene conto, in un’aspirale terribile, chiamata bulimia. Ho passato
l’anno successivo in preda a sintomi bulimici quotidiani. Mi abbuffavo
quotidianamente più volte al giorno, non c’era più lo studio, ma
rimanevano ore e ore di sport oltre ad altri milioni di rituali legati
alla pulizia, ai diuretici e a episodi di autolesionismo di varia
natura. Ero a pezzi e mia madre, la persona con cui vivevo, era
distrutta. Non ero più io. C’era chi diceva che fossi impazzita e fuori
di testa. Questo mi ha ferito tantissimo, perché chi soffre di queste
terribili malattie non è pazzo, “semplicemente” ha dentro di sé talmente
tanto dolore da non riuscire a elaborarlo inconsciamente e proprio
attraverso la malattia e ciò che la accompagna, lo comunica a chi sta
attorno. Mi ferisce tuttora vedere che queste malattie vengono associate
al desiderio di essere magre e belle. Non c’entrano niente il peso e la
bellezza e c’entra poco anche il cibo. Io non volevo essere magra e
bella, io volevo sparire. Volevo disperatamente che qualcuno si
accorgesse di me. Per favore, non leghiamo più queste malattie
semplicemente al peso e al cibo; sono solo un mezzo. Io, escludendo la
prima fase anoressica durante la quale sono arrivata a pesare 43 chili
per un metro e sessantacinque circa di altezza, ho sofferto per tanti
anni di bulimia, pur rimanendo normopeso. E un’altra cosa che fa
malissimo è sentirsi dire “hai preso peso, quindi stai bene”, perché si
inizia a pensare: “Oddio, allora vuol dire che sto ingrassando, vuol
dire che non si vedrà più che sto male”. È una sensazione terribile. A
20 anni c’è poi stato il terzo e ultimo ricovero nella stessa clinica,
ma dopo due mesi la situazione era ulteriormente peggiorata. Sono
tornata a casa e, a soli 20 anni, ero disperata. Non vedevo luce,
futuro, vita possibile per me. Ho cominciato a lavorare e la situazione
è leggermente migliorata, ma “convivevo” con regolari crisi depressive e
bulimiche. Poi, a 22 anni, al culmine della disperazione, sono entrata
in una libreria e ho comprato il libro di ChiaraSole. Mi ha colpito il
suo viso, il sole che emanava dalla copertina, e il titolo: Anoressia e
bulimia: una storia di vita e di morte. L’ho letto in due ore, ho subito
contattato ChiaraSole, e dopo qualche giorno ho conosciuto lei e il
Dott. Matteo Mugnani, persone a cui sono e sarò sempre grata.
Nell’Agosto del 2004 è cominciato il mio vero percorso di cura a
MondoSole durato circa due anni e mezzo. Anni durante i quali, con il
loro aiuto, mi sono ricostruita una vita sociale, affettiva e
lavorativa. Anni durissimi, ma pieni, ricchi. Ho sofferto tantissimo, ci
sono stati momenti in cui ho pensato che tutto quel dolore mi avrebbe
uccisa, ma fortunatamente, così non è stato. Sono viva adesso, viva
davvero. Amo molto il mio lavoro e la mia vita, adoro stare con i miei
amici e faccio sport in modo sano. Per me oggi parlarne è una vera
liberazione, mi sento liberata dalla vergogna che, purtroppo, accompagna
queste malattie. Nessuno deve vergognarsi di avere un cuore così tanto
grande da essere capace di soffrire. Alla Romina di qualche anno fa, e
quindi a ogni persona che ne soffre, voglio dire che è possibile stare
bene e sentirsi emotivamente piene, senza sentirsi pesanti, unendosi a
chi sta male e a chi è stato male. Adesso provo emozioni, vedo colori di
cui nemmeno sapevo l’esistenza perché non ne avevo mai fatto esperienza.
È stata durissima, ma ne è valsa la pena e non c’è un giorno che non
vorrei rivivere, neanche il più terribile, perché anche da quello ho
tratto insegnamento. Morire implica sempre una rinascita. Per quanto
riguarda i mass media, mi ferisce e mi fa arrabbiare vedere con quale
semplicità e cattiveria si parli di queste malattie, prendendo come
capri espiatori sempre e solo la moda e il cibo. Che i telegiornali ci
risparmino le notizie di modelle in fin di vita o morte, perché ci sono
milioni di impiegate e commesse che vivono quotidiani inferni magari di
bulimia e non si sentono comprese! Non limitiamoci a parlare del fatto
compiuto, quando è troppo tardi, andiamo sempre alle cause. A mio
avviso, è l’unico modo che abbiamo per guarire e per trovare la pace.
Per finire, un grazie a ChiaraSole, al Dott. Matteo Mugnani, alla mia
famiglia, ai miei amici, a ogni persona che mi è stata vicina e a chi ha
avuto il coraggio e la forza di guardare oltre.
I chili dell'anima
Inserito da chiarasole il 22/08/2008 - 12:45
Leggo sempre gli interventi sul blog di Chiara e non posso non mettere a
ripetizione la colonna sonora che mi accompagnava ogni santissimo minuto
della mia giornata che passavo davanti al mio di blog. Nella
disperazione più totale e nella solitudine più grande cercavo non so
neanche io bene cosa, vagando tra il mio ed altri blog...
Forse cercavo qualcuno che capisse ciò che mi stava succedendo, cercavo
qualcuno che parlasse la mia stessa lingua, quasi un codice segreto che
conoscevo solo io. Nessun'altro. Neanche le persone che mi volevano più
bene e mi erano più vicine… Ma neanche il blog bastava, il mio dolore
non cessava e tra le varie persone che conoscevo virtualmente trovavo
solo altre persone che soffrivano come me; e con il tempo, insieme, si
andava sempre più giù.
Mi chiamo Elisa e non so dire con precisione quando cominciò. Già da
bambina, anche se non portavo con me un sintomo preciso, non ero di
certo felice: mi sentivo sempre un peso per tutti, avevo l’impressione
che tutti ce l’avessero con me, instauravo sempre amicizie morbose che
crollavano subito quando l’altra si stancava e via dicendo. C’era
qualcosa che strideva e che non funzionava, io lo sentivo bene ma lo
potei sentire in maniera netta solo quando conobbi l’anoressia. Era
l’estate dei miei 17 anni, niente di particolare in quel periodo, solo
la fine di una storia d’amore durata qualche mese ma che per me si
rivelò la goccia che fece traboccare un vaso già bello pieno e che prima
o poi doveva esplodere.
Da lì la fatidica dieta per perdere qualche chilo (in fondo ero
normopeso!) ma che si rivelò per me l’inizio di un inferno fatto di
restrizioni alimentari fortissime (arrivando a mangiare solo due
omogeneizzati al giorno), ore e ore in palestra dopo la scuola, palestra
in casa e ore e ore a scuola tra i banchi passate nel calcolo delle
varie calorie ingerite e bruciate.
Inizialmente ricordo un grande senso di onnipotenza; ancora adesso non
riesco a capacitarmene di come riuscissi a fare tutte le cose che facevo
con quel nulla che ingerivo ma dentro avevo un mostro che mi alimentava.
La mia vita per un bel periodo fu questo: un susseguirsi di riti, schemi
rigidissimi e digiuni che in realtà erano solo una profondissima
sofferenza che dovevo esternare in qualche modo, fare vedere a chi mi
era intorno, alla mia famiglia che qualcosa non funzionava e che
qualcosa mi faceva stare profondamente male; il modo che io incontrai e
che conobbi era tramite il cibo.
Ci volle del tempo per decidere di voler realmente guarire perché non
sapevo cosa mi aspettava, avrei dovuto affidarmi ad altri quando mi
fidavo solo di me stessa e di nessun altro, voleva dire abbandonare
tutto ciò che quotidianamente mi dava un’illusoria sicurezza, avrebbe
significato VIVERE! Inoltre lasciai correre un po’ di tempo prima di
iniziare il percorso di guarigione perché non mi ritenevo abbastanza
sottopeso per iniziare un percorso di cura così “serio”, “non ero
abbastanza malata” per quello che pensavo. Ma parliamoci chiaro, non è
una questione di chili, non è possibile misurare in chili una tale
sofferenza! Quando decisi di volere realmente guarire ci misi da subito
tutta me stessa…non è facile e non è immediato, ci vuole tempo e tanto
coraggio, è doloroso a tratti ma si ricomincia a vivere e a riscoprire
la vita sotto nuovi occhi. Il cibo è la parte più semplice “da
sistemare” perché è solo il sintomo evidente, è il resto che chiede più
forza ma TUTTO E’ POSSIBILE, e soprattutto non esiste NESSUNO che non
possa guarire e stare bene!
Oggi mi ritengo fortunata di aver vissuto quell’inferno perché sono
sicurissima che altrimenti non sarei la persona che sono ora… e oggi mi
piaccio e oggi adoro la vita con le sue gioie e le sue difficoltà che si
possono incontrare in ogni giorno ma è bello viverla nei momenti belli e
in quelli meno piacevoli.
E credetemi…tutta quella fatica del percorso di cura? Ne vale
assolutamente la pena per quello che si vive dopo e per come lo si
vive!!!
Vi presento Chiara Bianchi... "Binge Eating Disorder"
Inserito da chiarasole il 19/09/2008 - 09:39
Chiara Bianchi nasce a Urbino il 26 ottobre di 24 anni fa. Cresce a
Fermignano insieme al papà Cesare, la mamma Rosa e il fratellino Davide.
All’apparenza Chiara è una ragazza modello: 100/100 alla maturità,
attiva in parrocchia, nel volontariato, fidanzata in casa e senza tanti
“grilli nella testa”. Chiara è solare all’esterno ma il suo mostro la
sta divorando dentro. Quel mostro ha un nome ben preciso: disturbi
alimentari.
Chiara si diploma, si iscrive all’università e nel frattempo intraprende
una “dieta fai da te” perché si vede un po’ troppo in carne. Scopre che
oltre alla dieta c’è un’altra possibilità: il digiuno completo e nel
giro di qualche mese arriva a perdere circa 10 chili. L’alternativa al
digiuno era frutta e verdura in quantità ridottissime. L’anoressia la
stava consumando ancora per poco perché da un momento all’altro Chiara
si ritrova nel baratro della bulimia, nella fattispecie il binge-eating
(abbuffate compulsive senza vomito).
Dopo tanta restrizione Chiara si ritrova a mangiare in continuazione, da
mattina a sera, per cercare di saziare quella fame infinita, quel vuoto
incolmabile che sente dentro di se.
Chiara non vomita, non che non ci abbia provato, eccome, ma non c’è mai
riuscita. Chiara dopo ogni abbuffata passa giorni a cercare di smaltire
correndo, nuotando, camminando da Ca’Vanzino al Bivio Borzaga e
digiunando. Ha scoperto che il movimento e il digiuno sono ottimi
alleati per smaltire il troppo cibo assunto. Ma Chiara si rende conto
che c’è qualcosa che non va e di sua spontanea volontà si rivolge e
figure mediche. Viene però, PURTROPPO, tranquillizzata: “ Se non vomiti
non è niente, sarà un po’ di stress…” Alla faccia dello
stress…!!!!Chiara stava morendo piano piano. Il calvario continua e
passano 2 lunghissimi anni. Chiara ha ormai il sintomo quotidiano; Lo
sport e il digiuno non bastano più e Chiara sta ingrassando. Chiara si
vergogna a tal punto del suo corpo e di quel dolore a lei
incomprensibile che decide, nell’ottobre 2005 di chiudersi totalmente in
casa. Chiara pensa che ormai è finita. Passano 3 mesi, passano 3 mesi
tra 4 mura, senza mai uscire, vedere o sentire nessuno al di fuori dei
suoi familiari e Chiara resta stesa nel suo divano. Gonfia di grasso e
di dolore Chiara fissa il vuoto, fissa la parete bianca per ore. Chiara
pensa che è veramente arrivata la sua ora.
Poi un giorno, la luce. Poi un giorno ha rivisto la luce del sole, di
Chiara Sole.
Chiara Sole, presidente dell’Associazione MondoSole di Rimini (centro
diurno per disturbi alimentari), stava raccontando la sua personale
storia di anoressia binge e bulimia durata 14 anni. Chiara Sole
affermava a gran voce che anche da questo inferno si può uscire. Si può
guarire: COMPLETAMENTE.
Chiara contatta ChiaraSole via mail e 2 settimane dopo è gia a Rimini
per iniziare il suo percorso di cura. Dopo qualche mese decide di
trasferirsi in pianta stabile a Rimini, piuttosto che fare la pendolare
e….
E’ a Rimini che oggi vivo, lavoro e amo la vita. Il percorso non è stato
facile. Come ogni risalita dopo un’immensa discesa in un tunnel, ho
affrontato momenti di infinito dolore durante la rielaborazione e la
ricerca delle cause della mia malattia. Non volevo fare la modella.
Volevo scomparire, annullarmi, morire perché la vita era diventata
troppo dolorosa da vivere.
C’è una sostanziale differenza tra il voler morire e il volere fare la
modella.
Questo è quello che ancora oggi, pur essendo nel 2007, la società, la
morale, il perbenismo comune pensa dei disturbi alimentari. Anoressia,
bulimia, binge, etc non sono i mali delle modelle o di chi è poco
intelligente. E’ anche a causa di questo terribile giudizio che le
ragazze e i ragazzi che ne soffrono, continuano a farlo in silenzio. Si
pensi che ci sono statistiche che affermano che 1 donna su 3 soffre, in
una qualsiasi forma, di disturbi alimentari. E’ drammatico immaginare
che oltre al dolore della malattia si debba provare anche il dolore
della vergogna perché la gente ti considera una persona stupida che
pensa solo alla propria immagine.
Io non ho rischiato la vita (perché l’ho rischiata) perché volevo
sfilare in una passerella…soffrivo troppo e il mio corpo è stato lo
strumento per esternarlo.
Ecco perché oggi scrivo, parlo, racconto di me, perché non posso pensare
che altre persone stanno passando attraverso quel dolore gravati anche
dal peso della vergogna.
Ragazzi, Ragazze, Donne e Uomini...Chiunque tu sia..Basta vergognarsi!
La vita non è per qualcuno, la vita è per tutti. E guarire è possibile
ma non da soli. Con la guida e il supporto di specialisti. L’amore dei
familiari e la propria forza di volontà non sono sufficienti. Possono
attenuare ma non sconfiggere definitivamente un male che invece può e
deve essere sconfitto totalmente.
E la vita ritorna, anzi torna dal principio con una luce e delle
sfumature che mai avrei pensato di poter vedere. Oggi la mia vita è
infinitamente bella e piena anche nella banalità e nella quotidianità di
ogni giorno. Perché oggi so che ogni momento sono viva e ogni momento è
prezioso. Oggi so che questa vita mi è stata donata da chi prima di me
l’ha vissuta con le sue gioie e i suoi dolori. Oggi anch’io voglio
viverla pienamente.
La vita è meravigliosa.
Chiara Bianchi
Vi presento Silvia Cenci - un'esperienza importante...
Inserito da chiarasole il 23/10/2008 - 13:03
Ora ho 26 anni. Mi chiamo Silvia. Silvia Cenci.
E’ iniziato tutto circa 15 anni fa’, anche se pensandoci ora, dopo il
mio percorso a MondoSole, gia’ dall’infanzia potevano mostrarsi delle
predisposizioni. Fin da piccolina sono sempre stata una “buona
forchetta” e spesso mi crogiolavo nel dolce e caloroso abbraccio del
cibo, l’unico apparentemente in grado di darmi quell’affetto, quel
calore e quella sicurezza che non sentivo arrivarmi da fuori nella
maniera in cui ne sentivo l’esigenza io.
Comunque avevo 11 anni quando un giorno, inaspettatamente, arriva la
prima mestruazione. Per me non e’ una lieta notizia; non ho idea di cosa
sia e dall’esterno non mi arrivano troppe spiegazioni. Sento che il mio
corpo sta cambiando e non mi sento pronta; mi sentivo terribilmente sola
e spaventata.
Nel frattempo inizio le scuole medie ed cominciano ad accendersi in me i
primi desideri verso il mondo maschile. Mi interesso ad un ragazzo della
mia stessa classe che però non contraccambia, anzi, magari scherzando,
fa’ degli apprezzamenti sul mio essere robustella e per me è straziante.
Ma questa è solo una goccia che fa’ traboccare un vaso gia’ pieno.
Non mi piaccio, inizio a vedermi grassa, a focalizzarmi sul mio aspetto
fisico; mi sento ingombrante, mi sento “troppo”.
Ora sò che quel troppo era riferito, più che al corpo ad una serie di
disagi e difficoltà più profonde che nulla avevano a che vedere con il
corpo.
Naturalmente non ne parlo (la mia educazione non prediligeva questo tipo
di espressione), comincio a consultare libri e riviste che trattano
diete e piano piano inizio a privarmi del cibo.
Passo gran parte della giornata concentrata su calorie, sport da
svolgere e salendo e scendendo da quella maledetta vasca in bagno di
fronte allo specchio a controllare i cm di troppo da eliminare su cosce
e fianchi. Nemmeno quando studio mi permetto di stare seduta per paura
che si accumuli quell’ossessionante “grasso”.
A casa non parlo granchè, mi isolo sempre piu’, sono molto nervosa, ho
crisi di pianto ma mi sento anche grande, onnipotente; a scuola riesco
comunque ad ottenere buoni risultati, ma soprattutto riesco ad avere uno
straordinario controllo sul mio corpo, su di me, su tutto e tutti e
questo è l’unica cosa che mi interessa (avere tutto quel controllo mi
permette di non sentire tutta una serie di emozioni e sensazioni per me
ingestibili altrimenti) .
Nel frattempo il ciclo scompare, scompaiono le mie nascenti forme di
donna, i miei vestiti sono sempre più larghi eppure io continuo a
vedermi comunque grassa; c’e’ sempre e comunque qualcosa da eliminare.
Tuttavia spinta dalle varie preoccupazioni intorno a me e sballottata da
un medico all’altro mi impegno per recuperare un po’ di peso e
nell’alimentarmi un po’ di piu’.
Comincio la 3^ media con l’aspetto di una persona sana, ma dentro di me
non avevo trovato pace e la mia alimentazione continua a svolgersi
secondo schemi precisi, lo stesso la mia vita.
Ma tutto quel controllo, in primis sul lato alimentare, non tarda ad
essere perso e da un momento all’altro, senza volerlo passo dalla
restrizione all’eccesso, all’abbuffata.
Arriva il binge un altro modo per non sentire. Il pomeriggio torno da
scuola, non riesco a mettermi a studiare e mangio, con il mio ragazzo
non riesco ad esprimermi e mangio, la domenica passo tutto il giorno
mangiando e non basterebbe mai.
Inizialmente trovo un assopimento da tutto quel cibo ma poi subentra uno
straziante senso di colpa; mi sento schifosa, sporca, ora debole e senza
alcuna volontà, in balia del cibo. Ora è lui che comanda.
A lungo andare risultano nulli anche i tentativi dei digiuni e dello
sport con cui cerco di compensare l’abbuffata ed è straziante non
riuscire a concludere nulla nella mia giornata, è straziante vedere che
il mio corpo cambia, che continuo a prendere peso e non rientro piu’ nei
miei vecchi vestiti. Mi odio per questo.
Intanto la storia con il mio ragazzo finisce, io non ci sono per qualcun
altro, presa dalla mia autodistruzione e totalmente concentrata su di
me. Dentro di me quel mostro chiamato cibo continua a logorarmi e in un
pomeriggio d’autunno fra studio e abbuffata scopro il vomito, che mi
accompagnerà per il periodo piu’ lungo della malattia. Con lui il
“piacere dell’autodistruzione” è doppio prima nell’ingurgitare poi nello
svuotarsi. Ma è forte anche la disperazione del dopo.
In quei momenti non è la Silvia che decide, la potenza della bulimia è
immensa; rubo soldi e cibo ai miei famigliari, scappo,mi nascondo,
faccio bottino di cibo e passo intere giornate a massacrarmi,
ripetutamente fra abbuffate e vomito, ovunque mi trovi, trovo sempre e
comunque il modo per dare inizio al massacro.
A momenti forte a momenti impaurita da quella bestia che ho dentro, che
non riesco a controllare e non so cos’è, ma che mi permette ancora di
non sentire nient’altro. Apparentemente però; perché nei momenti in cui
non mi abbuffo e vomito mi sento persa, non sò chi sono io al di fuori
di quello e sono impaurita dalla vita che non ho mai affrontato senza
quel filtro.
Apparentemente fuori procede tutto normalmente, mi diplomo, trovo
lavoro, continuo a frequentare la palestra, gli amici, si apre il mondo
delle discoteche , una nuova compagnia e un nuovo ragazzo, con il quale
dopo varie resistenze, decido di mettermi insieme.
In quegli anni scopro anche altri alleati quali l’alcol e le canne che
mi permettono di soffocare ulteriormente il mio vuoto e di rapportarmi
agli altri in maniera più semplice.
In realtà nessuno conosce la vera Silvia, probabilmente nemmeno io.
Quanti pomeriggi stesa sul letto stremata e in lacrime dopo essermi
massacrata mi sono chiesta il perché di tutto questo e se la mia vita
sarebbe per sempre stata così. E che senso di impotenza ancora,
quando,dopo l’ennesima promessa a me che sarebbe stata l’ultima volta,
ricado preda dell’abbuffata.
Nel frattempo la storia con il mio ragazzo finisce; non sono in grado di
voler bene a qualcun’ altro, non ne voglio a me.
A 22-23 anni sono stremata, i miei genitori sono disperati, dopo vani e
ripetuti tentativi da nuovi medici, stregoni e nuovi farmaci che però
non mi sono di alcun aiuto.
Mai in quei momenti avrei potuto pensare che VIVERE fosse cosa ben
diversa e fosse possibile anche per me. Oggi lo so.
La mia rinascita inizia gradualmente, quando un pomeriggio, in preda ai
miei riti, mio padre insiste perché io chiami ChiaraSole, di cui mi
aveva passato la testimonianza via internet. Mi decido ad alzare la
cornetta e quella chiamata ha cambiato la mia Vita.
Al primo colloquio con ChiaraSole ero titubante e successivamente mi
c’e’ voluto del tempo per interiorizzare di volermi curare e guarire.
Dopo tanti anni stare male era diventa un’abitudine, spaventa staccarsi
da quello stile di vita conosciuto. Ma piano piano, con l’aiuto di
Chiara e delle persone meravigliose che ho avuto la fortuna di
incontrare, mi sono affidata totalmente.
Non sono mancati momenti duri da superare, momenti di sconforto e
ricadute che inizialmente facevo fatica ad accettare ma che via via
perdevano sempre piu’ di quel piacere autodistruttivo.
Sono stati anni, oltre che di rieducazione alimentare, soprattutto di
rielaborazione del mio vissuto e di reinserimento sociale. Ora dopo
circa 3 anni a MondoSole, sto bene e VIVO; cresco, lavoro, sono
indipendente, ho riacquistato un rapporto con i miei genitori ed amo
passare del tempo con i miei amici senza bisogno di ricorrere ad alcol o
altre sostanze per paura di essere sbagliata, e potendomi permettere di
essere me stessa.
E’ per me liberatorio potermi raccontare così , mai 3 anni fa’ avrei
potuto pensare di riuscire a parlarne con qualcuno per paura di essere
respinta o guardata male. Ora di tutto cio’ che e’ stato non cambierei
assolutamente nulla perchè è grazie anche a tanta sofferenza che oggi
sono la persona che sono. E ora piaccio e mi piace la mia Vita.
Il mio Grazie più sentito va’ a MondoSole, a Chiara e al Dott. Matteo
Mugnani che mi hanno accompagnato in questo viaggio e a tutte le
compagne che hanno combattuto con me e che stanno combattendo ora la
stessa lotta.
E a chi in questo momento non vede speranza vorrei dire che Guarire
totalmente è possibile e NE VALE LA PENA perché usciti da quel buio c’e’
una meravigliosa avventura che ci aspetta!!!
La storia di Daniela Gardino
Inserito da chiarasole il 22/01/2009 - 14:21
Mi chiamo Daniela e troppo spesso sento parlare dell’anoressia e della
bulimia quasi fossero un gioco, la storia di una ragazza viziata che
vuole dimagrire per diventare una top model.
Non si accetta di morire per qualche chilo in meno,
io lo so, per anni ho alternato l’anoressia alla bulimia, per anni sono
esistita nella convinzione che per essere felice dovevo dimagrire: più
dimagrivo più mi vedevo grassa e più il mio dolore cresceva. Per anni ho
sfiorato la morte, per anni ho pianto in silenzio ed in solitudine…
Poi finalmente ho accettato l’aiuto di chi mi poteva aiutare, ho
cambiando diversi centri di cura fino ad arrivare a MondoSole,
dove ho intrapreso un percorso di cura diverso dai precedenti, che mi ha
permesso di comprendere che il mio problema era ben più ampio del
semplice aspetto del mio corpo: il mio passato, il mio presente, i miei
traumi e le mie dinamiche familiari e personali erano la vera origine
della mia sofferenza.
Come una bambina ho iniziato a scoprire il vero sapore della vita,
le cose più banali e più semplici, le piccole gioie di tutti i giorni,
le emozioni. Ho cominciato a comprendere tutto ciò e soprattutto ad
affrontare un cammino quotidiano che per me era fino ad allora
sconosciuto: una meta meravigliosa chiamata vita. Grazie a questi aiuti
ho finalmente compreso che la nostra esistenza non è fatta di sole
lacrime, ma esistono anche il sorriso e la gioia di vivere.
Daniela ha scritto il libro:
Titolo: Al di là delle apparenze. Viaggio nell'anoressia
Autore: Gardino Daniela
Editore: SBC Edizioni
Data di Pubblicazione: 2008
Piacere, mi chiamo Giulietta Grimaldi!
Inserito da chiarasole il 18/03/2010 - 17:16
Dove e come uno nasce uno lo ama.
L’ amore prende quella forma.
Nell’ eterna ricerca di un RITORNO ALL’ EPOCA DI QUELLA SENSAZIONE
FILIARE è il movimento della malattia.
Mio padre e mia madre sono persone colte e intelligenti, hanno una gran
ricchezza di sentimenti. Ai loro tempi non hanno forse potuto badare al
fatto di occuparsi di come fosse il loro personale rapporto con loro
stessi e con la realtà, come singoli e come coppia, prima di mettere al
mondo figli. I miei modelli erano confusi in loro stessi e fra loro, non
c’ era né legge né pace, gli unici argomenti di dialogo erano in
disaccordo e l’ unica forma di confronto era drammaticamente
conflittuale.
Quella forma di esistere divenne anche la mia e la prima cosa che amai.
Non per nulla credo che l’ espressione di ciò che si sente e si è,
tramite la PAROLA è il SEGNO della nostra RELAZIONE con la REALTA’. Come
cambia il Significato delle parole nel tempo è traccia della crescita
della relazione nostra con la realtà.
Cartina Tornasole mi sono posata sul miscuglio in cui ero e ne ho
denunciato con balenante verità la natura e i colori assorberbendo
tutto. Io bimba, con la mia sensibilità neonata e vergine ho fatto mie
tutte le desiderata e i modelli esistenziali e quella prima forma di
amore e la relazione con se stessi, l’ altro e la realtà, ASSORBENDO
DATI FRA URLA BOTTE E SILENZIO EMOZIONALE cullata in una concezione e
realizzazione di vita fondata su ANSIA, SILENZIO, MARTIRIO, CONFLITTO
come elementi di unione e comunicazione fra loro genitori, con noi figli
e fra noi fratelli ovviamente appreso nel tempo.
Nella non comunicazione e nella valorizzazione di modelli, in
particolare femminili, ridotti ai MINIMI termini, in cui NON A CASO, era
vagamente latitante da generazioni una sintomatologia identica alla mia
–aderente alla realizzazione di una vita solo per sotterfugi e negazione
della propria identità- la crescita era una lotta, anzi una SFIDA. Che
dolore bestiale avrebbe potuto essere sfidare tutto ciò che ami
consapevolmente, rinunciare all’ amore mentre sei ancora in fasce..
impossibile! Entrai in un meccanismo di dinamiche per OTTENERE AMORE.
Quell’ amore imparato lì.
Il trauma è cosa indelebile e il silenzio è abbandono, il vuoto diventa
luogo della memoria ben definito, con perimetri, e una specie di sua
dignità, è assurdo il pensiero di poterci ficcare dentro roba dopo.
Il VUOTO formativo di un amore che dovrebbe essere percepito come
garantito diventa AMABILE diventa AMORE.
Non avevo una struttura mia indipendente fondata su insegnamenti
riguardanti il mio valore come individuo, esempi di amore per sè.
Nella mia peculiare sensibilità avevo sentito come veicoli d’ amore
prevalentemente FUNZIONI a cui adempiere, DOVERI da portare a termine
preesistenti, che avevano sostituito immediatamente il RUOLO di FIGLIA,
accentuandosi con l’ arrivo dei fratelli. Non esisteva l’ idea di
individuo in me, figuriamoci di diversità e differenze di comportamenti
affettivi conseguenti. Se da sempre dovevo pacificare, ricordo poi la
responsabilità ossessiva nei confronti dei fratellini e l’ odio verso
coloro i quali mi toglievano ogni primato, il conseguente desiderio
devastante di castrarli, impossessarmene e di DOVERE essere tutto, io
maschio io femmina, puerile e saggia, centro di ogni attenzione, che per
storia familiare diventava anche ogni rimprovero, SI’ NO!. Amore,
dipendenza. OSTINATA E CONTRARIA al procedere, INCASTRATA e MALATA, mi
SENTIVO SALVA nell’ ADEMPIERE che mi creava ANNULLAMENTO minimizzante.
Ricordo chiaramente, momenti in cui mi chiedevo non chi fossi, ma come
decidevo di volere essere, una volta per tutte. Sempre cambiata per
cercare ancora amore.
SINTOMO-RUOLO-LIBERATORIO. Preteso, sbraitato, scarnificato, esploso,
violentato, divorato e vomitato. E rimangiato e rivomitato.. A quelle
funzioni, doveri, ansie, ho sostituito un sintomo.Ho potuto essere
devastantemente diversa. Per provare sensazioni ed emozioni, surrogate
di quelle autentiche reali. Anestetizzata e in totale adrenalina e
dipendenza, da queste vibrazioni squassanti, gli argomenti dei silenzi,
urlavano.
Quindi mi sono inflitta godimenti di ogni tipo, dico inflitta perché se
il mio modello comportamentale non contemplava piacere ( piacere per
CHI? ) io godendo commettevo altissima colpa per altissima pena, la
quale pena era il reiterarsi della colpa stessa. Il GIUDICE SUPREMO
ANORESSICOBULIMICO.
Godimento nel
CIBO per SVUOTAMENTO, poi con la maturazione fisiologica il sintomo si
moltiplica : DENARO, SESSO, SOSTANZE, ALCOL, PERICOLI, di ogni tipo,
preda sempre illusa di essere padrona della situazione. Ho avuto
veramente molta fortuna, e in realtà, nonostante fossi preda prima di
tutto della Malattia, volevo essere viva. Follemente, follemente
follemente ignara del fatto che il mondo reale e crudo combinato con la
mia illusione avrebbe potuto uccidermi.
Nel vuoto assoluto. Alla ricerca apparente di calore vitale, quelle
sostanze, oggetti o carne (perché le persone ed io stessa eravamo poco
più di carne, io li cercavo tutti perché mi usassero, per darmi l’
illusione di calore ma anche di abuso, insieme, indivisibili) mi
servivano per rivivere quel VUOTO La Malattia coi suoi Sintomi contiene
tutto il dolore, lei - io completamente identificata in un unico
parametro. Come era sempre stato in quella prima forma d’ amore, in cui
una nota profondissima di dolore e ABBANDONO ti sta VICINO, è culla. Ma
l’ origine di tutto questo mentre ci sei inmezzo ti è inaccessibile,
questa inaccessibilità è scopo stesso dell’ anestesia. Automatizzato
proseguire.
STARE e AFFIDARSI a MondoSole vuol dire iniziare a scendere le scale di
quell’ AMATO PATIBOLO.
AFFIDARMI è stata la cosa più difficile, non avevo mai avuto fiducia in
nulla se non in dinamiche distruttive, utili alla cecità, fidarmi di
cose buone per me era alienante.
VIAGGIO VERSO SE’.
Una possibilità creata da Chiara e Matteo, MondoSole, Noi.
In questo percorso sto diventando SEGNO, non più SIMBOLO. Segno in mezzo
e con Altri, a confronto. A MondoSole. Individuo, Persona, Parole. Le
mie parole sono il mio segno della mia relazione con la realtà, anche il
racconto della mia storia e le mie emozioni.
Quello che ho detto e fatto ha SIGNIFICATO la reale, contemporanea,
ricerca di me. Ho vissuto 30 anni fra vita e morte e nella certezza
della mia falsità come individuo. Per primi non credevo ai miei
sentimenti, come avrei potuto?
Oggi ciò che sono prende corpo nella realtà. E io mi credo e mi vedo (ci
sto lavorando). Essendomi data la possibilità di conoscere la mia
storia, dal più remoto, profondo e intricato, apparentemente
insuperabile dolore e trauma alla cosa più dolce. E’ questo il processo
OSTINATO E CONTRARIO alla malattia, -ostinato- nella comprensione dei
suoi meccanismi e motivi, -contrario- nel suo realizzare, che giorno per
giorno mi è insieme nel vivere nella realtà per e con quella che sono.
Imparo, anche sbagliando, anche dagli altri. Quello che a noi salva la
vita, il riverbero delle identità nelle relazioni, poi si estende nella
vita.
Non ho più un parametro unico autodistruttivo e questo continua a
cambiare le cose in una meravigliosa benché più complessa varietà, della
quale io faccio parte.
Oggi mi esprimo come “mi pare”, ma con un criterio reale (quasi sempre),
che adoro, adorabilmente riscrivibile.
Ho “riincontrato” dentro di me i miei genitori, so chi sono e che mi
hanno dato tutto il bene che potevano e gli sono grata, gli voglio un
bene gigante. Come ai miei fratelli. Sono grata alla mia storia e credo
che sia un grande tesoro spendibile ora. Mi fa molta paura a volte la
vita, le cose a cui mi pongo davanti e quelle che ci sono e basta,
questa che ho sempre evitato e che vivo. Ma so chi sono, vado avanti, è
la mia.
Tutta me vi ringrazia. Grazie ChiaraSole, Dott. Matteo, Stefano, Tutte
Noi.
Giulietta
Mi chiamo Verena Torri e vengo da Como
Inserito da chiarasole il 12/04/2010 - 15:34
Mi sono trasferita a Rimini più di tre anni fa per curarmi a Mondosole
perché ero stanca dopo tanti anni di sintomo bulimico quotidiano, e
allora credendo che il mio problema fosse tutto nel cibo: volevo
smettere di abbuffarmi e vomitare. Sapevo di avere una famiglia
“particolare” e piena di problemi; infatti avevo sempre visto mio padre
picchiare mia madre, sia con le mani che con altri oggetti, e avevo
paura di lui, e credevo di odiarlo; mentre per mia madre il sentimento
era ambivalente, un mix di odio e amore, per cui a volte sentivo una
gran rabbia che però in altri momenti si trasformava in affetto o pena.
La conoscenza della sessualità è stata altrettanto confusa e dolorosa,
ascoltando nella stanza accanto i rapporti dei miei genitori, con i
lamenti di mia madre e l’insistenza e la violenza di mio padre, che
coprii presto frequentare anche le prostitute, il che ha avuto in
seguito molta importanza nel mio modo di concepire la sessualità e la
figura maschile, e incidendo fortemente nei miei successivi sintomi. Fu
un’infanzia infelice, in cui il cibo è stato il mio rifugio, mangiando
di continuo, e ripetendomi che almeno lui non mi avrebbe mai tradito. Le
violenze in casa mia oltre che fisiche erano anche verbali, con pochi i
gesti d’affetto, che provenivano soprattutto da mia nonna. Con la
separazione dei miei genitori, peraltro avvenuta con l’aiuto dei
carabinieri, le cose non migliorarono. Vedevo mio padre una volta alla
settimana, controvoglia, e non andava mai bene, e anche a casa il clima
era teso, con mia madre depressa che mi riprendeva sul mio sintomo e mio
fratello che a poco a poco si è allontanato. Crescendo mi sono riempita
di schemi e regole; diventavo sempre più dura, cinica, e aggressiva con
tutti, non c’era spazio né per una parola dolce né per un pianto,
neanche quando morì mia nonna. Tutti quei comportamenti che mi avevano
fatto cosi soffrire erano diventati i miei, non volevo sentirmi fragile
perché temevo che gli altri mi avrebbero fatto soffrire. A 19 anni ho
avuto la mia prima esperienza sentimentale con un ragazzo, che è stato
per quattro anni la mia ossessione: rispecchiava quello che avevo sempre
conosciuto in casa mia: bugiardo, aggressivo, e che alla fine non mi
voleva. Da li a poco al cibo si è aggiunta la bulimia sessuale. Mi
sentivo vuota, insoddisfatta, sentivo che mangiare e vomitare non mi
bastava più, cercavo sempre più adrenalina. Quando conoscevo qualcuno il
mio unico pensiero era darmi o meglio buttarmi via per lui. I ragazzi
cambiavano di continuo e la mia insoddisfazione cresceva. Mi dicevo di
cercare l’amore ma in realtà ero piena di rabbia, odio e schifo per
tutto quello che avevo visto e sentito negli anni. Non raggiungevo mai
il “piacere” per me stessa, anzi mi prodigavo per soddisfare l’altro,
diventando un po’ come le donne con cui andava mio padre. Era un
bisogno, volevo sentire il rischio, l’adrenalina. Durante i rapporti non
usavo protezioni e nonostante un aborto e le situazioni promiscue, non
riuscivo a fermarmi, anche se dopo subentrava l’angoscia e un gran
vuoto, e così tornavo al cibo. In questi tre anni sono molto cambiata,
ho lavorato molto terapeuticamente, e ho sradicato l’idea che mia madre
fosse solo una “vittima” e mio padre un “carnefice”; ho capito cosa li
ha legati per 16 anni, la natura dei loro legami morbosi, e mi sono
staccata da quelle dinamiche malate e per me distruttive che non mi
permettevano di crearmi una mia vita. Oggi mio padre, che ha cambiato
vita, rimane la persona più disposta a starmi vicino della mia famiglia,
mentre con mia madre c’è un distacco reciproco. Nonostante questo, sto
cercando di costruirmi una vita affettiva fatta di amore e rispetto,
fatta di tanti insegnamenti che ho ricevuto a MondoSole e tanti aspetti
che ho capito, sto studiando all’università per poter fare un lavoro nel
sociale e intanto, per mantenermi da sola, lavoro, capendo l’importanza
e la responsabilità che si ottiene solo crescendo come persona.
Verena
Segreteria
MondoSole per informazioni e appuntamenti: da lunedì a venerdì, dalle 10.00 alle 13.00