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L'infinita sofferenza non ha bisogno di etichette esterne... esiste e basta e non è meno dolorosa per questo, anzi, lo è di più, perchè NON SI VEDE! ChiaraSole

 

 

Contenuti
 
Un'avventura meravigliosa cominciata esattamente il 17.06.2008.
Mi riferisco ad un un blog dal nome Amoressia... spazio online di riflessione, di confronto comune su temi importanti e profondi.
E' stato un periodo di circa due anni di crescita comune, di crescita introspettiva, di interrogativi e spero che sia stato di aiuto.
Il blog Amoressia vi saluta certamente non con un addio, bensì con un arrivederci a presto.
Per il momento ho deciso di dedicare questa pagina con i post più significativi. Ringrazio tutti voi e mi e ci avete seguito e, ovviamente ringrazio l'intera redazione wefree per questa opportunità fantastica.
A presto
ChiaraSole
 

 
 

 

I PICCOLI ADULTI CRESCONO

italiasalute.it: Spesso avere figli precocemente tranquilli e maturi viene considerata una fortuna in quanto responsabili e concilianti. Sicuramente sono meno faticosi di altri , ma frequentemente nascondono un dolore che non riescono ad esprimere. In tal senso, dunque, essere figli perfetti non è indice di benessere psicologico.
Accade che i bambini o gli adolescenti blocchino le proprie normali crisi di crescita perché consapevoli che nell'ambiente circostante vi sono già seri problemi o fragilità degli adulti per cui imparano presto a cavarsela da soli senza “disturbare”.
Crescendo possono ottenere anche molti successi in ambito scolastico o sociale ma, nonostante l’apparente forza ed equilibrio, possono essere soggetti a crisi depressive od a disorientamento.
Sono vissuti con l'idea di dover diventare ciò che gli altri si aspettavano da loro e ciò li rende molto vulnerabili, specie in quelle situazioni in cui è necessario compiere scelte complesse e personali. Hanno un ideale di perfezione che può rendere la loro vita molto infelice.
Certe irrequietezze, gli errori, gli insuccessi sono necessari ad una graduale crescita del bambino ed a diventare adulti più forti. Gli adulti devono essere abbastanza maturi da non scaricare aspettative sui figli, da ricordarsi che non devono assolutamente essere strumento di compensazione dei propri fallimenti e che hanno bisogno di essere rassicurati e non di dover rassicurare.
Diventare ed essere genitori non è facile. Si ha una responsabilità nei confronti dei figli che deve superare quella nei confronti di sé stessi. Aiutiamo loro a crescere gradualmente e serenamente con la consapevolezza che non esiste perfezione e che gli errori fortificano.

Che dici... ti riguarda?!?

ChiaraSole

CUTTER, alzi la mano chi sa cos’è?

Cutter deriva dal verbo inglese TO CUT e significa tagliare. Il cutter è una forma di autolesionismo che si manifesta attraverso tagli autoindotti sul corpo, ma in realtà non “solo” quelli. Diciamo che con cutter si possono racchiudere tutte quelle manifestazioni di autolesionismo contro se stessi: focalizzare l’attenzione su una porzione del proprio corpo fino a farla sanguinare o, comunque, fino a farsi del male. Questo può avvenire in svariate forme ad esempio con delle pinzette accanendosi contro qualche pelo incarnito o presunto tale, fino a farsi sanguinare in modo importante, oppure, contro a brufoli oggettivamente inesistenti ci si possono creare reali cicatrici. Il cutter viene praticato sia a mani nude che con vari strumenti da lamette, taglierini, unghie, coltelli, forbici, ecc.
Si tratta di una problematica che esiste da sempre, ma solamente da poco è stata battezzata con questo nome nome. La compulsione può essere talmente forte e cieca che può portare la persona a mettere seriamente a rischio la propria vita.

Di seguito parte di uno scritto tratto da un articolo a cura del Dott. Matteo Mugnani
“Cosa succede dunque, ci chiedevamo? Cosa spiega questo fenomeno, che dunque non è in verità nuovo, ma è solo una nuova forma di espressione e di tentativo di trattamento del disagio umano?
Basta ascoltare le parole di chi ci descrive queste sue pratiche, per capirne di più, ascoltare quali pensieri, fobie, ossessioni generano queste spinte inarrestabili ad agire così sul proprio corpo. Ce ne parlano come di pratiche di estrazione dal corpo di un'impurità, di un qualcosa di illecito, di non casto, ce lo illustrano come una vera autopunizione perchè nel corpo, dentro al corpo, sentono che c'è qualcosa che non dovrebbe esserci, che loro non vogliono più avvertire. (…)Si propone dunque una scissione tra ciò che è interno al soggetto e al suo corpo, che dovrebbe essere a tutti i costi puro e buono, e ciò che è esterno, nel mondo attorno a lui, sui cui vengono proiettati il male, l'impurità, la perversione. E il corpo e la pelle come suo ultimo avamposto, come linea di confine, sono vissuti come la barriera che separa il bene dal male, il puro interiore dall'impuro esterno. Ma se l'impuro abita all'interno del soggetto, se il desiderio che muove la vita del soggetto è avvertito come un'ospite insopportabile, come una forma di impurità interna, allora ecco che il soggetto si convince in modo illusorio di poter "materializzare" questa sua parte impura, di poterla "sostanzializzare" ad esempio nel sangue che esce dalle ferite autoindotte, o di punire questa parte con le pratiche masochistiche. Ma il progetto fallisce perchè s'imbatte nella verità ultima della natura umana, che come hanno dimostrato le teorie freudiane, è una natura in parte anche perversa, in cui l'illusione di poter espellere da sé e dal proprio corpo questa dimensione vissuta come impura, può essere superata solo passando per un'altra via, più stretta, che punta invece ad un riconoscimento e ad una accettazione di questa dimensione perversa, emanazione della pulsione di morte, che abita la natura umana.”

Nel mio libro accenno ad alcuni episodi di cutter con forbici, unghie, mani e non solo.
36) TESTA O CROCE
Quello che accomuna molte delle ragazze che stanno vivendo questo tipo di problemi, oltre ovviamente al rigettare ogni sostanza nutritiva, è il martoriarsi fisicamente.
Ho ancora ricordi freschi delle torture volontarie alle quali Chiara si sottoponeva, nonostante tutti i miei tentativi di impedirle simili barbarie su se stessa.
Lei, posseduta dallo stolto demone distruttore, sentiva le mie parole come provenienti da eco lontane, troppo flebili per essere ascoltate e percepite con decisione.
Si mangiava le unghie.
Già, ma non come qualsiasi adolescente con quel vizio dettato da un po’ di insicurezza o nervosismo.
Si mangiava le unghie, e con abili contorsioni, anche quelle dei piedi, ma lo faceva andando fino in fondo e causandosi terribili infezioni.
Sapeva che non doveva, eppure continuava e neppure il dolore la frenava. Neppure l’uscita di tutto quel sangue. Anzi, quasi la eccitava. Quasi la faceva godere in un amplesso masochistico con sé stessa, con il suo dolore, con la sua voglia di mortificarsi.
Allo stesso modo, con la stessa tenacia, arrivava a mordersi la carne dei talloni, delle dita, fin quando il vivo della pelle, gridando bruciore accecante, non la risvegliava da quel torpore innaturale. Allora si abbandonava al pianto più sconfortato, e mani sanguinolente e piedi che le avrebbero fatto male ad ogni passo si rannicchiavano attorno al suo corpo, e soffrivano assieme a lei.
Tuttora, guardandole le mani, è possibile riconoscere alcune altre piccole cicatrici; sì, proprio lì, vicino al tatuaggio a forma di sole che fa’ bella mostra di sé sul suo polso. Quale posto migliore, se non ci sono portacenere nei paraggi, in cui spegnere le sigarette?
Erano vere e proprie torture, delle quali potrei parlarvi a lungo, dai pugni contro le pareti, o contro tutto ciò che era solido (procurandosi anche una frattura), ma è giunto il momento di rendervi partecipi di quella volta in cui, per propria volontà, scelse di farla finita.

ChiaraSole Ciavatta
www.chiarasole.it

percosse come metodo educativo?!

Sono giorni che desidero scrivere questo post. Giorni che rimando. Giorni che provo a mettermi davanti ad un foglio di word bianco e le dita non partono tanto è lo sgomento e lo sdegno. Un dolore che purtroppo esiste sempre e non solo ora perché i fatti di cronaca ci informano di questo scempio all’asilo Cip Ciop. Vedere quel video di quel piccolo bimbo di 10 mesi preso a botte, la donne gli tirava i capelli e l’altro bimbo un pochino più grande si è avvicinato per dare un po’ di affetto e comprensione.
Non so, non ci sono parole, non ce ne sono mai. Non ne ho non solo oggi che fatti così gravi emergono alla luce del sole, non ci sono parole nè verso queste persone evidentemente disturbate né verso quello che sono le percosse in senso generale. Scrivo con emozione queste righe. Mi viene spontaneo fare più ragionamenti ad ampio raggio.
Purtroppo nella nostra cultura le percosse sono state un tragico metodo educativo basti pensare al modo di dire “darle di santa ragione”. Ancora oggi si sentono persone che ritengono giusto picchiare o dare dicono “solo una sculacciata o uno schiaffone” per far capire. E dire che di informazione su quanto le percosse in senso generale interrompino la comunicazione se n’è fatta. Si è parlato dei danni delle violenze. Chi è stato vittima di percosse nelle proprie mura domestiche sa che oltre ad imparare cosa fosse il terrore puro non ha appreso anche perché spesso erano condite da parole. Quali e quanti traumi si porta appresso una persona che è stata vittima di percosse.
Un’altra cosa che fa riflettere è sulla supervisione dei luoghi che hanno a che fare con chi dovrebbe prendersi cura dell’altro a partire dall’educazione in poi. Chi si prende carico di valutare l’insegnante?!
Perché mi sento di aggiungere che, Pistoia è un estremo incredibile, esistono insegnanti accorti, ma allo stesso tempo, sento storie incredibili. Punizioni che non dovrebbero esistere che un bimbo non ha le capacità di comprendere né metabolizzare. La domanda nasce spontanea se da una parte una famiglia si trova in difficoltà per dinamiche personali e dall’altra la scuola non si fa carico in nessun modo del benessere educativo della persona, che aiuto avrà quell’essere umano che sta crescendo?!
Sfogliando la vita delle persone mi rendo sempre più conto che prendere botte sembra la normalità… ebbene NON E’ NORMALE. Non lo era ieri e non lo è oggi. Purtroppo chi è stato picchiato ha conosciuto quella realtà come normalità e spesso la ripropone nelle realtà che andrà a creare, si svilupperà così una catena senza fine se individualmente non ci si metterà con coraggio davanti a se stessi a guardare le proprie profonde situazioni per interrompere questo giro.
Gli asili, le scuole… come dicevo, ho avuto modo di conoscere insegnanti realmente interessati al loro mestiere, farlo con passione, ma fatti gravi purtroppo sono all’ordine del giorno e una vera supervisione sarà ora di farla.
ChiaraSole

giornata contro la violenza sulle donne

Un argomento, un concetto, un’emozione, ma soprattutto un fenomeno che purtroppo vale sempre… tutto l’anno e non solamente un giorno, ma attraverso il 25 Novembre l’ONU ha ufficializzato una data per sensibilizzare l’opinione pubblica su un dramma che colpisce una marea di persone.
Porto una mia testimonianza del passato scritta nel libro CHIARASOLE romanzata insieme all’amico David De Filippi. Gli incontri con la sessualità malata sono stati diversi…

Era arrivata alla soglia dei 17 anni, Chiara, età nella quale i petali della rosa stanno schiudendosi per trasformare un promettente bocciolo in un fiore stupendo.
La lotta con la bulimia era una battaglia massacrante, e lo era diventata anche nei rapporti con la famiglia e con chiunque circondasse l’esistenza di Chiara.
I tentativi fatti dalla sua famiglia per cercare di arginare la degenerazione verso l’autodistruzione non si limitavano al ricorrere alla medicina e al parere dei luminari, ma anche ad iniziative volte alla disperata risoluzione del tutto.
Senza pensarci troppo, la mamma di Chiara organizzò un viaggio assieme alla figlia, sperando che gli svaghi di un villaggio turistico potessero aiutare la ragazza a distrarsi.
In quel periodo, completamente svuotata dalla malattia, Chiara pesava circa quaranta chili, e i tratti somatici che l’accompagnavano erano tipici dell’incedere malato del suo demone. Gli zigomi innaturalmente sporgenti, gli occhi infossati, le scarne mani, quadrate come palette appese a due manici legnosi che erano le braccia.
Sveniva spesso e il continuo rigettare la privava di quei liquidi fondamentali per poter affrontare normalmente il feroce caldo estivo; era un momento sbandato, per lei.
Cercava sollievo fisico e mentale e da un certo periodo aveva iniziato ad introdurre l’uso di alcolici nella sua scellerata introduzione di alimenti nel corpo. Un alcol gentile, amorevole, che le consentiva di svagarsi in quanto, grazie a lui, tutto improvvisamente assumeva i toni giocosi dell’irrealtà, consentendole di non pensare alla quotidianità infernale.
Finito di non mangiare la cena, dove era però stato ingerito parecchio vino, Chiara decise di trascorrere il resto della serata in compagnia di altri ragazzi presenti nel villaggio. Un po’ di svago le avrebbe fatto sicuramente bene, quella sera, così optò per valorizzarsi un minimo di fronte allo specchio, quindi uscì.
Immediatamente, il suo essere fresca e femminile, le fece notare un ragazzo decisamente carino; era uno degli animatori della zona turistica, ma lo stato d’animo di Chiara non lasciava presupporre a storie di nessun genere, neanche fuggevoli, così proseguì la propria serata senza badare agli insistenti sguardi ammirati di quel giovane predatore.
Raggiunta la discoteca, venne invasa dai fumi e dai suoni assordanti e quasi le sembrò, aiutata dall’alcol che aveva costituito la sua cena, che l’incubo che viveva da sempre fosse solo un ricordo lontano.
Tra gli schiamazzi, D’un tratto, qualcuno propose il classico dei classici: bagno in piscina a mezzanotte!
In un ribollire di spruzzi e grida festanti, eccola al centro dell’enorme vasca, ragazza che sembrava felice di vivere, ragazza spensierata come tutti.
Era strano questo suo modo di essere. Era un altalenarsi di eccessi che rispecchiavano la totalità del suo carattere. Era capace di vivere gioie e momenti bellissimi in famiglia, e un’ora dopo ritrovarsi a vomitare la propria vita nel water.
C’era gioia attorno a lei, voglia di vita, voglia di divertirsi, e lei la percepiva e si adeguava, attrice superba, al ruolo da impersonare in quella circostanza.
Ed ecco ricomparire lui, il ragazzo carino di poco prima, con perle di gocce ad adornargli il viso e un sorriso che colpiva il centro del petto.
Pieno di attenzioni e con fare da vero gentleman, il ragazzo ricopriva Chiara di ogni premura, facendola sentire protetta e corteggiata allo stesso tempo.
Le piaceva il modo che aveva di guardarla, come se lei fosse la più bella di tutte, una vera donna distante anni luce dai problemi di sempre e quando lui la invitò sotto la doccia post bagno, lei non pensò altro che a seguirlo.
Aveva dei bei modi e la sensazione che lui, assai più grande, le rivolgesse così tanti gesti carichi di affetto la appagava incredibilmente.
Raggiunte le docce, i due ragazzi si accorsero che erano chiuse, ma sfoderando un nuovo sorriso capace di sciogliere anche i cuori più gelidi, il ragazzo prese Chiara per mano.
Le chiese di accompagnarlo nel proprio alloggio, dal quale avrebbe prelevato le chiavi per le docce; lei, pensando con la ragione dell’alcol, non si domandò nulla, e lo seguì.
Entrando in camera, sempre per mano, Chiara notò un ragazzo addormentato su uno dei letti presenti in quel locale e subito le venne suggerito di fare piano, al fine di non svegliare quell’irascibile compagno di stanza.
Raggiunsero il bagno con passi felpati e una volta dentro, il ragazzo dai modi splendidi le fece notare la presenza della doccia. Che senso avrebbe avuto tornare indietro e fare la doccia assieme a tutti gli altri, quando lì avrebbe potuto averne una tutta per lei?
Ancora in balia degli eventi e stordita da quel film romantico che pensava di stare vivendo, Chiara entrò nella doccia e prese a lasciar scorrere l’acqua, come un eccitante abbraccio fluido.
Chiuse gli occhi e immaginò di essere in una fresca cascata di montagna, lontano da tutto, finalmente fuori dai suoi pensieri…
A quel punto, Chiara aprì gli occhi e vide il giovane gentiluomo entrare nella doccia assieme a lei.
Ancora sopraffatta dall’alcol, non era in grado di rendersi ben conto di ciò che stava accadendo, ma capì che c’era qualcosa di strano e istintivamente si ritrasse, cercando di uscire.
Voleva solo tornare in camera dalla mamma, percepiva troppa negatività in quel momento.
Lui la prese per le spalle, però, ed era dolce come in pochi erano stati con lei. Le chiese di non uscire, di restare lì con lui a godere di quel meraviglioso momento.
Poi, d’un tratto: “Togliti il costume!”. Il costume?! Ma come? Perché?
Quella era una doccia fatta per lasciar scivolare via i sali della piscina, una doccia come quelle che si fanno sulla spiaggia! Perché mi sta chiedendo di togliere il costume?!
Chiara rispose di no, tentando nuovamente di allontanarsi.
Improvvisamente, come all’ingresso di un orco in un sogno che sembrava meraviglioso, quello che era stato un giovane nobile d’animo si mostrò per quello che era.
Iniziò ad innervosirsi e spingendo Chiara contro l’angolo della doccia per impedirle di uscire, prese a sfilarle il costume.
Impietrita, spaventata e sconcertata, Chiara rimase immobile e preda dell’imbarazzo e della vergogna cercò di coprire quelle che ora erano le sue nudità.
Le ossa che sbucavano dalla pelle erano come aghi crudeli e taglienti; di certo la sua magrezza non l’avrebbe difesa da tutto ciò.
Si avvicinò, il giovane predatore, prendendo ad accarezzarla in modo proibito, a baciarla, a soffiarle addosso un alito voglioso di sesso crudo.
Il terrore la bloccò, soprattutto nel pensare che un altro suo simile avrebbe potuto sbucare dalla porta, e iniziare egli stesso ad abusare di lei.
Prese a pregarlo, Chiara.
Lo faceva a bassa voce, timorosa di svegliare l’altro, e cercando di tenerlo distante con le braccia troppo esili per essere utili.
Dio, aiutami… Ho paura… Aiuto, aiutami…
Ma il giovane animale non si fermò e la prese con tutta la violenza immaginabile.
Per favore… No… Basta… Ti prego… Fermati… Basta…
Il coltello di carne continuava a trafiggerla, sventrandola, dandole dolore sia fisico sia spirituale.
Quella lama era entrata in lei, in una lei chiusa e inaccogliente, una lei che non voleva, ma che era diventata il solo desiderio di quell’uomo animale.
Durò pochissimo, ma durò per sempre.
Restò lì, Chiara, accovacciata ora a terra, con lo scrosciare dell’acqua che non la lavava dal senso di sporco del quale non aveva colpe, se non quella di aver ecceduto nell’inebriante alcol.
Restava immobile, mentre il centro del corpo, essenza stessa della sua femminilità, pulsava dolorosamente ferito e offeso nel profondo.
Voleva solo uscire di lì, tornare nella sua camera, ma non le fu permesso.
Fu raccolta da terra e sospinta verso il letto vicino al dormiente co-inquilino del ragazzo infame.
Piangeva, singhiozzava in silenzio, tutta tremante alla sola idea che il potenziale complice si svegliasse e ricominciasse da dove il primo aveva abbandonato.
Stava lì, rannicchiata come un bambino che dorme, ma lei non dormiva, anche se ciò che aveva vissuto aveva le sembianze di un incubo.
Il tempo passava, ma non nella sua testa. Viveva dentro di sé un attimo eterno, in cui la parola stupro aveva un significato concreto e tangibile, lama di carne dentro il suo corpo.
Implacabile, lo scorrere del tempo fece entrare la prima luce di un giorno che sarebbe stato ancora più vuoto dei precedenti, e lei, ancora lì, rannicchiata e scossa, trattenuta dal braccio dormiente del carceriere.
Solo a mattino giunto riuscì ad alzarsi e a scivolare via grazie alla complicità del sonno del ragazzo per bene, del ragazzo dai modi raffinati, dal ragazzo che le aveva fatto quanto più di ignobile avesse potuto farle.
Aspetta… Le disse il ragazzo uomo bestia, o forse semplicemente, temette di sentire quella parola quando ormai era finalmente fuori, finalmente libera come la fresca aria che l’accarezzava affettuosamente. Si sentiva gonfia, il ventre rigido come fosse stato di cuoio, saturo di impurità e di veleno prepotente. Camminando come in un incubo, raggiunse l’alloggio della mamma, e la trovò seduta sul letto colma di preoccupazione per non averla trovata dopo una ricerca durata qualche ora. Colma di vergogna e di terrore, Chiara improvvisò una scusa puerile, sostenendo di essersi addormentata vicino ad uno scoglio e subito dopo cadde in una specie di trance. Ma venne accolta duramente, in modo istintivamente preoccupato, come solo una mamma in ansia può essere.
E come se non avesse sopportato abbastanza, una sberla le voltò la faccia.
Rimase in silenzio, Chiara. Un silenzio suo, solo suo. Un silenzio buio. Un silenzio nero come il nulla.
Avanzò lentamente verso il bagno, e con ancora una mano pulsante a farle bruciare la guancia, aprì il rubinetto di quella doccia amica, e iniziò a sfregarsi, come a volersi depurare da ciò che aveva subito.
Si lavò con maniacale accuratezza; poi, si stese sul letto sicuro e crollò in un sonno mortale, nel quale l’unica cosa che riaffiorava alla mente era il volto ansimante dell’animale che le penetrava l’anima. I giorni successivi furono terribili, costellati di ricordi a fotogrammi, e di suoni che riecheggiavano nella sua mente. Quel modo di stare male era del tutto diverso, non era causato da se stessa, dal suo autolesionismo, ma da una precisa cattiveria da parte di un uomo.
Perché? Perché le aveva fatto questo? Perché quando la incrociava sorrideva maliziosamente, come a volerla schernire ulteriormente, dopo il torto fattole?
Quella vacanza si sviluppò nel peggiore dei modi, sommando ulteriori insicurezze alla situazione di Chiara; a al rientro, sentendosi sporca, indegna e colpevole di un segreto che sarebbe rimasto tale per molto tempo, precipitò con maggior intensità al centro del suo vortice malato.
Questo racconto può sembrare estraneo alle vicende della malattia, ma in realtà è radicato nella malattia stessa. Purtroppo esistono individui abominevoli per i quali nutro talmente poco rispetto da non potermi permettere di qualificarli come vorrei (in fin dei conti, una censura morale deve esistere, soprattutto nell’utilizzo delle parole scritte).
E non li qualificherò, relegandoli nell’oblio dell’indifferenza.
Ma mi rivolgo a coloro che ascoltano e percepiscono con le vibrazioni dell’anima.
Soggetti in grado di approfittarsi del debole equilibrio di una ragazza, ne esistono. Ne esistono eccome. Guardatevi attorno, ragazze. Guardatevi attorno come loro guardano voi. E diffidate.
Spesso il bisogno di evadere dalla propria realtà anoressica o bulimica, porta all’avere la necessità di voler vivere una storia appassionata, un amore pseudo-normale, uno spot di vita come ogni altra ragazza.
Be’, ragazze mie; voi siete come ogni altra ragazza.
Mettetevelo in testa.
Raccogliete questo sole che avete dentro di voi, e fatelo brillare sopra i tratti del vostro viso.
Voi siete esattamente come qualunque vostra coetanea. State passando un momento drammatico, orribile, devastante. Ma ne verrete fuori. Credeteci. Credeteci con me!
“The sun will rise again”, è una frase rubata agli Iron Maiden.
Un titolo bellissimo… “Il sole torna a sorgere ancora”.
E’ vero. Il sole, il vostro sole, tornerà a sorgere.
E allora, quel giorno, vivrete tutto ciò che desiderate. Sogni, amori, desideri, passioni.
Tutto. Tutto quanto.
Con un’intensità superiore a quella che potreste mai immaginare.
Forza!
Un abbraccio…

 

Non ce la faccio

Un’altra frase ripetuta milioni di volte. NON CE LA FACCIO, NON CI RIESCO. E’ IMPOSSIBILE!
Penso di aver detto e ridetto queste frasi, queste formule una quantità infinita di volte. Tante da non saperle quantificare. Il mio non ce la faccio era rivolto prevalentemente all’obiettivo finale delle singole “missioni” che mi prefiggevo e non mi soffermavo a tutti quei micro-obbiettivi che mi dividevano dalla meta.
Quel maledetto tutto e subito della malattia che impedisce di valutare e sentire la realtà del tempo che passa momento per momento, ma lo fa captare come una valanga tutta in una volta.

Quindi se dovevo avere o ottenere qualcosa doveva essere nell’immediato e di conseguenza era impossibile e doveva risultare tale. Modo “perfetto” per non fare nulla. Il concetto di percorso e cioè, di fare ogni cosa un passo per volta, era per me inconcepibile. Facendo un esempio sintomatico potrei paragonare il tutto a: “se si vuole perdere del peso, allora quei dieci chili devono abbandonarmi ieri, cioè immediatamente”. Tutto quanto sempre senza tempo.
MI sono ritrovata a dire non ce la faccio nelle situazioni più disparate, spesso esisteva senza neanche tentare, senza neanche sforzarmi.

Esisteva anche, ovviamente, di fronte alle violente compulsioni bulimiche, come se il problema si riducesse, per quanto doloroso, al mangiare tanto o poco. Ho avuto l’idea per molto tempo che non avendo più il o i sintomi alimentari poi sarei stata bene, non mi rendevo conto che le mie difficoltà erano nascoste proprio da quei problemi sintomatici.

Non ce la faccio, non ce la faccio, non ce la faccio… spesso proprio perché non riuscivo a vedermi, a capirmi, a trovarmi, a comprendermi anche perché tanto anestetizzata dalla malattia. Non ce la facevo perché annebbiata dalla frenesia, dalla fretta, dalla depressione, dall’euforia, dall’iperattività, dalla rabbia, dall’apatia di fare tutto, ma anche di non fare niente.

Ma poi, chiedendo aiuto, dando tempo al tempo, con pazienza, lasciando spazio alle mie fragilità e alle mie forze, ho compreso che quello che sembra impossibile è in realtà fattibile…. Provandoci!

ChiaraSole
www.chiarasole.it
c4@chiarasole.it

Perchè a me?

 

Perché?
Perchèèèè???
Perché?!?!?!
Perché????
Perché a me?!?!
Questa domanda è stato un vortice incredibile di dolore che mi ha accompagnato per tanto tempo.
Durante gli anni sintomatici, la parte razionale spesso riconosceva l’”assurdità” di quegli stessi sintomi, ma la forza emotiva che mi costringeva a massacrarmi era più forte. Quell’autodistruzione aveva la meglio su tutto e non mangiare o mangiare tanto… il bisogno viscerale di sradicare ogni brandello di carne dal mio corpo come a voler togliere le colpe del mondo da me era necessario. Una corsa contro il tempo, quindi contro la vita. Ma quella continuava comunque a pulsare e ogni sintomo, ogni percezione più o meno distorta erano una grande schiavitù disarmante: una prigione che amavo e odiava e che mi dava grande adrenalina fondamentale alla mia esistenza. Nei momenti di disperata lucidità ricordo vividamente il mio chiudermi a guscio in camera, in qualche luogo protetto o al porto a me tanto caro. La testa tra le mani e il continuo ripetermi e chiedermi perché? Perché A ME?
Perché questa corsa all’autodistruzione… per un po’ è stato un piangere sul mio dolore e quel fatidico PERCHE’ A ME non mi è servito a molto.
Poi gli anni passavano confusa e illusa da un DA DOMANI inutile ero sempre più sommersa e avvolta da sudicio vomito e affogavo in un fiume di lacrime e ho deciso di capire davvero quel, o meglio, quei PERCHE’.
Aiutata da una professionista ho compreso tutte le cause delle mie compulsioni, della mia malattia.
Perché a me è una domanda che ha tante risposte per ognuno.
Aggiungo una cosa… prima di questo percorso oltre ad averne fatti tanti altri avevo in me la convinzione di sapere già tutto di me. Di avere ogni risposta. Di avere tutto chiaro i perché e i per come di ogni cosa.
Ho imparato che fino a quando si è soli a guardarsi e guardare le dinamiche che riguardano la propria vita si rimane l’unico arbitro di tutto, di conseguenza è praticamente impossibile cambiare prospettiva e angolazione nell’osservare cose e situazioni. Ho imparato, mettendomi in discussione, che ogni perché ne nasconde un altro e tutto quanto è come un gomitolo intrecciato che ha bisogno di tempo per essere srotolato, compreso e digerito.
ChiaraSole

 

 

Mi sento sola

Una delle frasi che ho sentito dire di più, e che ho detto di più, è MI SENTO SOLA!
Ma non quella solitudine dettata dal non stare insieme alle persone, bensi’ quel tipo di solitudine che esiste anche in mezzo alla folla. Un vuoto che infiamma lo stomaco e spesso anche le parole.
“…. Mi sento così sola…” Per quanto mi riguarda quell’espressione in realtà significava tante cose. Provo ad elencarne alcune letture.
La sofferenza che vivevo dentro che andava al di là dei miei sintomi (cioè dalla percezione abnorme del mio corpo, dal fatto che mangiassi una foglia di insalata, o 20 chili di pasta) la sentivo talmente mia e inspiegabile all’esterno, da farmi catapultare in un’altra dimensione nella quale nessuno poteva venire.
Non riuscivo a dare un nome a tutte quelle emozioni… era un gomitolo infinitamente ingarbugliato di sensazioni che non ero in grado di riconoscere e quindi di spiegare a nessuno. Mi riempivano tanto da svuotarmi, comprendo che sembra un paradosso, ma ciò che non si riconosce trasmette effetti anche contraddittori e mi facevano sentire un grande vuoto. Da li il senso di solitudine estremo.
MI sentivo sola, perché evitavo di condividere ciò che provavo, un po’ per vergogna, un po’ perché mi sentivo folle. Non denunciavo l’esistenza di quanto io stessi vivendo, tutto abitava SOLO dentro di me… le persone intorno non potevano saperlo e io spesso mi aspettavo che lo immaginassero senza nessuna mia comunicazione. Io non capivo, ma gli altri dovevano capire da un mio sguardo, da un atteggiamento.
E allora mi arrabbiavo… perché nessuno capiva e io MI SENTO SOLA!
MI sentivo sola, perché mi isolavo. Mi sentivo sola perché pensavo di essere la mia malattia, ma una persona non è la sua malattia ma quello che riesce a fare della stessa nella sua vita chiedendo aiuto.
ChiaraSole
www.chiarasole.it

 

31 Dicembre… Abbasso i bilanci!

Un altro anno è passato. Inesorabile tempo che scandisce ogni momento facendo in modo che i pensieri determinino il bene o il male, il positivo o il negativo della nostra esistenza.
Tra qualche istante si sentiranno nell’aria lo schioppettate delle bottiglie di champagne e spumante che segnerà il passaggio al nuovo anno. Un anno tutto da scrivere. Una cosa che, purtroppo, ero solita fare alla fine di ogni anno era i MALEDETTI BILANCI che guarda caso puntavano solo ed esclusivamente a guardare cose terribili. I bilanci riuscivano sempre, ma proprio sempre, a rovinare ogni fine anno e ogni compleanno e tutto si riassumeva in un'unica spiegazione: il tempo passava e io stavo ancora male, il tutto condito da pensieri come “ancora non ho creato nulla, non sono riuscita a realizzare niente, non valgo nulla alla mia età, ecc.” Una tristezza infinita che mi portava inevitabilmente a sabotare altri momenti di vita che, chissà, magari potevo vivere in modo più spensierato… anzi che POI ho vissuto spensieratamente, perchè ho imparato che in quel modo non facevo altro che trovare situazioni e atteggiamenti per chiedermi in me in mondo incomprensibili che avevano solo bisogno di immense e potenti anestesie perché quel dolore era troppo grande, troppo mio, troppo isolate, troppo profondo.
Spesso tutto questo nasceva, oltre che per cause personali familiari, anche per motivi simili al Natale… ERA CAPODANNO e bisognava divertirsi per forza, fare cose incredibili, fare tardi…
Una costrizione insopportabile…
Quindi, detto tutto questo, propongo di vedere il 31 Dicembre e l’1 Gennaio… come il passaggio naturale dalla fine di un anno all’altro… con la possibilità di darsi l’opportunità di scrivere un anno tutto nuovo all’insegna del benessere interiore con l’aiuto di chi ha gli strumenti per darlo… pensando che da soli si arriva ben poco lontani. E che l’anno passato, per quanto doloroso possa essere stato, è sicuramente pregno di insegnamenti importanti.
Tutti questi anni insieme, uno dopo l’altro… faranno arrivare al traguardo.
ChiaraSole

 

Aiuto è Natale!

Natale non è solamente il 25 Dicembre, ma tutto il periodo che va in particolare dall’8/12 al 6 Gennaio.
Questo momento è molto difficile per chi soffre di disturbi alimentari. Ricordo i miei Natali con sofferenza. Sono stati sempre faticosi, dolorosi e ricchi di incomprensioni.
Natale, oltre al significato religioso, porta con se tanti altri significati.

Al di là dell’aspetto alimentare, è come se a Natale si respirasse nell’aria una sorta di dovere: quello cioè di dover essere felici e in armonia a tutti i costi. Certo che quando questo equilibrio non lo si possiede non è tanto facile far pace con se stessi.

Girare per le strade e vedere persone abbracciarsi, luci colorate, pacchettini, regali, dolciumi, persone che sgranocchiano cibi prelibati spensieratamente, famiglie che si amano… ebbene tutto questo e molto di più mi rattristiva moltissimo.
Mi faceva odiare tanto il Natale, neanche io capivo bene il perché… ovviamente buttavo tutto sul cibo come sempre. Era sempre colpa dell’aspetto sintomatico: del mangiare, del dover stare tante ora a tavola. Sicuramente, avere tanta della mia droga a disposizione non aiutava, ma il punto vero non era quello.

Il fatto era che dovevo festeggiare la vita quando non è avevo alcuna voglia, quando di voglia di vivere ne avevo davvero poca. Dovevo stare con la mia famiglia, tutta la mia famiglia, ipocritamente, sapendo che gli equilibri interni erano assolutamente precari. Quel dover essere felice mi pesava tantissimo. Tutto non doveva essere rovinato da nulla, tutto apparentemente “perfetto”.

E, puntualmente, non reggevo e mi rifugiavo nel mio amato e odiato cibo.
Oggi scrivo questo post, perché già da anni, mi adopero come posso, affinchè le persone che soffrono di questo male incredibile si diano la possibilità di scoprire il natale senza le vesti del dovere.

So che molte delle sensazioni che ho scritto qua sopra e tante altre che non ho scritto sono a comuni a chi soffre di disturbi alimentari, ma quello che dico è… perché il Natale deve essere per forza brutto perché lo è sempre stato? Per un anno, e non solo, può essere all’insegna di se stessi.

Della propria riscoperta o scoperta. Quella nascita può coincidere con la propria, con una scelta tanto importante quanto lo è la lotta per vivere. Quanto lo sono far cadere le maschere e scegliere di essere anzichè dover essere. Questo Natale ognuno può regalarsi la possibilità di chiedere aiuto, o chi già sta seguendo un percorso di rilanciare la propria motivazione con tutta se stessa.

Io vi dico che è possibile vivere il Natale senza pensare che sia un dovere viverlo perché tutti se lo aspettano da noi… e che tutto va al di là del significato stesso che istituzionalmente ha: ognuno può dare il significato proprio a questo periodo.
Può pensare di scegliere di assecondare i propri desideri… di darsi un’altra chance con tutto l’aiuto necessario.
Questo è il mio augurio per questo Natale 2008 e cioè di seguire te stessa/o!
Io ci sono!
ChiaraSole

 

Internet e Disturbi Alimentari

Internet può essere molto prezioso per il mondo dei disturbi alimentari se punta a portare chi vive questo profondo male nella realtà. Il puro confronto tra persone che soffrono senza una mediazione non porta a molto, anzi, rischia di portarle e portarli a insegnarsi reciprocamente gli espedienti malati.
Internet è anche un mezzo di comunicazione e può essere usato in modo sano e in modo malato. Molte persone tendono a nascondersi dietro ad un monitor proprio per il terrore di interagire con il mondo, la sfera sociale è una di quelle più colpite da queste malattie.
A mio giudizio i siti, i blog, i video pro ana (anoressia) e pro mia (bulimia) hanno un impatto terribile su tutte le persone che rischiano di ammalarsi o che comunque stanno già male ed è proprio per questo che è bene parlarne, fare informazione, ma non pubblicizzarli.
La dimensione anoressico-bulimca è un mondo a parte. E’ un mondo in cui ci si illude di tenere sotto controllo cibo e corpo, si tenta di fare questo, mentre invece è la malattia che controlla la persona e non la fa essere libera. Io mi sentivo forte, mi illudevo di esserlo, ma poi ho compreso che non ero mai libera di avere pensieri lontani dai miei sintomi: cibo, calorie, corpo, percezione del mio corpo. E questi sono solo i sintomi della malattia. Gli espedienti attraverso i quali anestetizzavo il dolore che era sepolto dentro di me e che non volevo e non riuscivo a riconoscere. Quando ero inconsapevole della verità che custodivo dentro per me il problema era davvero il corpo, ma poi curandomi, grazie al mio percorso, ho capito, mi sono scoperta.
Secondo me bisognerebbe intervenire su due fronti… da una parte la censura, ma dall’altra queste persone che soffrono, spesso senza esserne consapevoli a causa dell'onnipotenza della patologia che anestetizza, vanno avvicinate coinvolgendo i familiari dando loro consigli pratici e spiegando profondamente cosa sono queste malattie nelle varie sfaccettature.. (Per aprire un blog si scrivono i dati, estremi sulla privacy permettendo.)
Le persone che si imbattono nei siti pro ana e mia possono cercare di mettersi in contatto con le ragazze ma è necessario avere delle competenze. Può ad esempio indirizzarle verso altre realtà sempre via internet. Esistono forum e blog sani e propositivi. Psicologi ecc. Raramente è bene parlare con chi soffre di queste patologie dell’aspetto prettamente sintomatico ovvero di come quanto ci si alimenta e/o dell’aspetto ponderale: è meglio avvicinarsi parlando d’altro come ad esempio l’aspetto umorale.

ChiaraSole Ciavatta
- tratto da un'intervista fatta recentemente -

 

LA MALATTIA – pagina di diario -

Io non capisco ogni giorno mi riempio la testa e il cuore di buoni propositi
DA DOMANI BASTA ABBUFFATE
da quanto tempo è che me la racconto?
da quanto tempo mi illudo di poter vincere questo male che è una sorta di cancro al cervello?
è inutile che io mi illuda lui è più forte di me
la Chiara cattiva che chiamo da sempre Francesca mi vuole morta e io non riesco a contrastarla
ogni istante provo a resistere all'impulso maledetto dell'abbuffata ma inesorabilmente fallisco e continuo con la solita cantilena
NON CE LA FACCIO PIU’ VOGLIO MORIRE
provo uno schifo pazzesco verso me stessa
ma è mai possibile che la mia testa abbia tutto questo potere su di me?
è mai possibile che non riesca minimamente a decidere di seguire la strada del bene invece che quella del male?
e quel che è peggio è che dipende tutto da me questo non è un male che si può guarire con le medicine si tratta di un male psicologico la mia testa può farmi vivere o portarmi alla morte e io non riesco a combattere questo spirito distruttivo che ho dentro
maledetto maledetta me e il mio non riuscire a reagire
quando mi dicono che dipende da me mi viene un nervoso tale che spaccherei tutto intorno
NON CE LA FACCIO
possibile che nessuno capisca che non è una mia volontà quella di mangiare chili di schifezze?
la mamma si arrabbia quando trova il frigorifero vuoto e in parte ha ragione ma io non sono semplicemente golosa come dice lei
come faccio a spiegarle che quello che mi spinge a fare quelle cose è una parte di me che io non riesco a gestire?
è come una calamita incontrastabile quella che mi spinge verso il mio cibo
che rabbia mi sento impotente davanti a me stessa
mi guardo allo specchio e provo uno schifo pazzesco mi odio perché quando ho bisogno di mangiare non guardo in faccia a nessuno calpesto chiunque si trovi sulla mia strada
anche ieri sera
mi vergogno di me stessa
ero con il mio amore poveraccio a dover star dietro ad una come me
per l'ennesima volta ho fatto l'amore con lui per poter arrivare al mio scopo
avevo bisogno di un'orgia alimentare mi pulsava tutto il corpo sentivo dolori ovunque stavo male
DOVEVO MANGIARE
siamo stati insieme e io non ho pensato a lui neanche per un momento
volevo che stesse bene ma per arrivare alla mia meta malata
stavamo lì a letto e la mia mente immaginava grandi immensi buffet
vedevo panini ovunque
salse
lasagne
immaginavo cibi pregni di olio
come posso comportarmi così verso una persona che mi dimostra amore?
ovviamente lui non si è accorto di nulla ma appena abbiamo finito io sono corsa in cucina mentre lui si è addormentato
ma che razza di male terribile è questo che mi obbliga ad arrivare a bassezze simili?
non sono più io
questa persona non è Chiara
a volte mi sento quasi indemoniata
quella parte folle che è dentro di me io non la conosco non sono io
ieri sera sempre per facilitarmi il tutto ho bevuto parecchio alcool
mi faceva schifo il pensiero di fare sesso e così mi sono anestetizzata e sono ricaduta nel solito errore
eppure ormai dovrei saperlo che quando bevo il bisogno di mangiare aumenta spropositatamente
non più tardi di una settimana fa la mamma mi ha trovata svenuta nel bagno
ero a terra e non riprendevo i sensi fra alcool cibo vomito
poveri genitori quante ne stanno passando a causa mia
che senso ha vivere così?
perché devo vivere così in questa prigione dorata invisibile da fuori
una prigione solo mia che mi fa trasformare in una persona che odio con tutta me stessa
ogni mezzo è buono per raggiungere il mio scopo
ora sono stremata mi sento molto debole ho vomitato ininterrottamente per quasi due ore
non so dire quanta robaccia sia riuscita a spingere a forza dentro al mio stomaco prima di correre in bagno per liberarmi di tutto
mi vergogno tanto non ho più dignità e sento sempre dolori sparsi per tutto il corpo
sento questo vuoto che è come un pozzo nero senza fondo una voragine che devo assolutamente riempire con la vita con il cibo
con il mio amato/odiato cibo
l'unico capace di darmi un po' di sollievo
ma poi cosa succede subito dopo?
devo liberarmene perché quelle calorie mi farebbero perdere questa falsa sicurezza che la magrezza mi regala
la rabbia più grande viene dal fatto che razionalmente capisco tutto
mi rendo conto di tutto ma poi la Chiara cattiva prende il sopravvento mi spazza via e mi fa tutto il male che mi sta facendo anche ora
e nessuno mi capisce io desidero solo la morte
ormai sono anni che vado avanti così
sono anni di sotterfugi
purtroppo divento incredibilmente astuta quando voglio mangiare
che vergogna quante schifezze ho fatto quante leggerezze ho commesso
come ti ho detto ho appena vomitato
è incredibile come questo atto mi metta subito davanti alla più devastante realtà
subito dopo il vomito se riesco a non continuare a mangiare mi prende la disperazione
penso che se un giorno mi ammazzerò sarà proprio durante uno di questi momenti
ma diario mio sappiamo bene entrambi che non ho le palle neanche per farla finita
e quindi continuerò a morire vivendo
sì perché ormai sono morta dentro
nulla mi fa contenta non provo interesse per nessuna cosa che non sia il cibo
lo sogno lo vedo ovunque e lo bramo
maledetto
io so che ogni volta che rimetto rischio la vita e così cosa faccio?
continuo a vomitare ancora e ancora sperando la tanto attesa emorragia interna che forse mi porterà un po' di pace
un'emorragia e in venti minuti è finito tutto
e invece niente continuo a espellere sangue ma ahimè sono solo i capillari a rompersi
la mia vita è fatta di sangue e lacrime ormai
non so che devo fare
so solo che voglio morire è l'unico mio desiderio perché tanto so che non guarirò mai

Tratto dal libro CHIARASOLE "UN'ESPERIENZA DI VITA E DI MORTE"

Spero sia uno speccho anche per te... come ci sono riuscita io chiedendo aiuto... puoi farcela anche tu!
ChiaraSole

 

Binge Eating Disorder (B.E.D.)

….il binge è stato il varcare una soglia sconosciuta devastante.
Me ne ero dimenticata, ma con le varie rielaborazioni, ho ricordato che già ne soffrivo da piccolina, dall’età di 6 anni circa. Ma allora lo vivevo solo come piacere senza veri sensi di colpa personali, ma solo verso le persone accanto a me.
Questo ingresso, in questo mondo fatto di regole nuove è stato allucinante.
Dopo quella prima piccola perdita di controllo per un po’ di tempo ho ripreso la mia routine, con i miei yogurt, i miei biscotti tristi, la mia corsa.
Pensavo che tutto fosse rientrato.
Quei devastanti sensi di colpa erano un ricordo, c’erano quelli quotidiani, quelli che facevano parte ormai della mia vita. Il pensiero di aver mangiato troppo. Il costante pensiero del cibo, il controllo degli affetti… ecc.
Ma poi le cose sono sempre più crollate… quel giorno, quello che ho battezzato come IL PASSAGGIO ha segnato una nuova fase della mia malattia quella del binge. Gli attacchi compulsivi inizialmente erano distanti e io cercavo di recuperarli con i digiuni, con la corsa e non mi rendevo conto che così facendo ne chiamavo altri in realtà.
Da lontani sempre più vicini. IL binge è stato il peggioramento dell’anoressia.
Ricordo che in quella prima fase sono passata da 54 kg a 90 in poco tempo quando le abbuffate si sono intensificate. Non riuscivo a stare lontana dal cibo.
Era una compulsione continua. Quello che chiamo il giro.
Uscivo di casa… rubavo, dovevo mangiare, mangiare, mangiare! Come a dover recuperare per 1000 tutto quello che non avevo ingerito fino a quel momento.
Che vergogna. Andavo a scuola, ma facevo di tutto per evitarlo. Mi facevo letteralmente schifo, mi scuso per il linguaggio, ma non saprei definirlo in altro modo.
Tendevo a colpevolizzarmi molto perché pensavo di non avere forza di volontà a sufficienza. Non capivo che era una patologia. Sentivo che esisteva in me qualcosa che era potente, ma continuavo a sottovalutarlo.
Tanti buoni propositi, la fatidica espressione DA DOMANI… continuando a sottovalutare quella belva che si nutriva di me. E intanto continuavo a peggiorare. Si trattava della fine degli anni ’80 inizio ’90. Questa problematica non era minimamente considerata.
Trovavo sollievo solamente mentre ingurgitavo qualcosa, ma non cibo qualunque. Tutti quegli alimenti di cui nel tempo mi ero privata o che comunque avevo mangiato con grande parsimonia e controllo: dai carboidrati in poi.
Quando non mangiavo il senso di vuoto e solitudine era talmente forte da desiderare solo di morire.
Ero stanchissima, senza energie. Con una depressione importante.
E’ difficile da spiegare tutto questo, ma so bene che chi mi sta leggendo lo capisce profondamente, purtroppo.
Ed è anche per questo che ti invito ad alzare una mano con quel briciolo di energia che ti senti di avere per chiedere aiuto.
Continuerò nel prossimo post… per qualunque cosa sono qui.
ChiaraSole.it

DEFINIZIONE:

Binge Eating Disorder (B.E.D.) più comunemente detto BINGE
(abbuffata compulsiva).
Molto simile alla bulimia, con abbuffate ma senza vomito. Manca infatti la fase di ripulitura dalla trasgressione alimentare e la persona resta invaso dal senso di colpa e dal gonfiore dell'eccesso. Il binge può essere un'evoluzione della bulimia ed è diffuso sia tra le donne che tra gli uomini. Può provocare obesità.

 

Il Passaggio – Anoressia – Binge… sintomi!

Come dicevo nel post precedente tanta rigidità anoressica non poteva durare.
Una cosa è scolpita nella mia mente e vedo che è comune a tante persone. Il momento del passaggio. Della perdita dell’illusione del controllo. Della fine dell’anoressia.
Quel giorno per me è cominciato il vero inferno.
Ricordo che avevo l’abitudine malata di fare sempre interminabili sedute di palestra. Poi salivo in cucina. Mi concedevo pochi biscotti light. Erano biscotti molto tristi e alquanto insapore.
Quel giorno il pacco era da cominciare.
L’ho aperto e in un istante mi sono trovata con la carta vuota tra le mani. All’interno della confezione non c’era più nulla. Cercavo i biscotti e non ne vedevo più.
Li avevo divorati tutti io senza poter decidere niente.
Un intero pacco di biscotti.
Tutti in una volta quando ogni boccone era sempre ragionato, calcolato, controllato, pensato nei minimi particolari.
In quel momento mi sono sentita morire. L’espressione senso di colpa non descrive affatto ciò che ho provato. Volevo sprofondare dentro di me. Ho chiamato mio padre piangendo. Non sapevo cosa fare. Non riconoscevo la persona che ero. Sentivo dolore fisico in tutto il corpo: come se mi stessero trafiggendo 100 coltelli tutti in una volta. Urli, pianti… nulla era in grado di farmi provare un po’ di sollievo. QUEL DOLORE PESAVA TANTISSIMO!
Non volevo tutta quella vita dentro di me.
Tutto quel nutrimento.
Io, e solo io, dovevo decidere…. Avere il controllo. Anche se in realtà non l’avevo mai avuto. MI ero illusa di averlo, ma la malattia si era impossessata di me, si nutriva della mia vita e decideva per me.
Il tutto si è “risolto” con ore di corsa per cercare di rimediare, per mettere a tacere bruscamente i sensi di colpa…. Ma ormai quello pseudo controllo era morto.
Continuerò nel prossimo post…
ChiaraSole
c4@chiarasole.it
www.chiarasole.it

 

Anoressia - alcune sfaccettature

Si è portati a pensare che l’anoressia sia solo restrizione assoluta alimentare.
Così come si pensa che una persona ammalata di anoressia sia solo una persona di pochi chilogrammi.
A me sembra decisamente riduttivo!
E’ vero che molte persone arrivano a pesare pochi chili, ma quelle stesse persone quando hanno cominciato a variare la loro alimentazione pesavano diversamente e non erano forse comunque anoressiche?
Il vocabolario descrive l’anoressia mentale come sindrome nevrotica caratterizzata dal rifiuto sistematico del cibo e questa è l’idea comune delle persone, ma assolutamente riduttiva e incompleta del dramma che si vive.
L’anoressia è una forma mentis.
Quando io ero anoressica ho vissuto brevi periodi di digiuno. Ricordo le mie giornate profondamente ossessive. Ogni cosa aveva orari. Il mio ideale di perfezione era assolutamente surreale. A scuola dovevo avere tutti 11: un 9 era un fallimento.
I cibi erano accuratamente selezionati. Gli affetti dovevano essere controllati. Ogni cosa doveva essere sotto il mio controllo e se non lo era vivevo frustrazioni dolorose. Non sentivo la stanchezza grazie all’iperattività e ai nervi anoressici che mi tenevano su in una forma di euforia onnipotente.
Se qualcuno mi diceva che qualcosa non andava io non gli davo retta, io sapevo cosa dovevo fare.
Io ero anoressica in tutto, in tutte le sfere della vita.
Avevo grandi problemi relazionali con le compagne di scuola.
Facevo tanto sport. Tantissima corsa. E mi nutrivo, ma a modo mio.
Ricordo un periodo durante il quale avevo grandi crisi di nervi ogni volta che qualcuno mi contraddiceva. Era il mio mondo e doveva andare avanti così, anoressicamente con un controllo compulsivo…. Che però non poteva durare! Da un punto di vista ponderale non si vedeva, ma gli atteggiamenti erano molto particolari.
Stavo male, volevo scomparire, mi vedevo enorme, eppure mi nutrivo: con i miei schemi, con i miei riti e programmi, con cibi concessi ed altri tabù.
Continuerò nel prossimo post….
ChiaraSole
L'infinita sofferenza non ha bisogno di etichette esterne... esiste e basta e non è meno dolorosa per questo, anzi, lo è di più, perchè NON SI VEDE!

 

 

E’ meglio se mi chiudo in casa

Mi piacerebbe sfruttare questo spazio per ragionare insieme a voi su tanti aspetti delle patologie che riguardano più o meno tutti.
Partendo dal, o meglio, dai sintomi si riesce sempre a capire molto di se.
Isolarsi significa sottrarsi alla vita per svariate paure, ma è davvero complesso ammettersi il timore di affrontare le relazioni, il timore di crescere, il timore di avere responsabilità, ecc.
Così è frequente che si ricorra inconsapevolmente ai dolorosi sintomi.
Oggi vorrei soffermarmi particolarmente sulla visione di se stessi.
Ricordo quando mi vestivo coprendomi dalla testa ai piedi per la vergogna di come ero fisicamente, di come mi percepivo. Mi illudevo che il mio problema era come apparivo agli occhi degli altri e così prima o dopo finivo per chiudermi in casa, perché non volevo essere vista, per la vergogna.
Poi ho compreso che io proiettavo negli altri ciò che vedevo in me. Come se tutti potessero percepire la visione distorta che io stessa avevo del mio corpo, ma questo non valeva solamente per il fisico… come sempre quella è la punta dell’ice berg, ma per qualunque altro aspetto negativo la mia bassa autostima riteneva possedessi.
Usavo il sintomo per non vivere, per non uscire, per non affrontare le difficoltà, le paure.
Era sempre così: sicuramente le persone pensavano di me che non valevo nulla, ma in realtà ero io a pensarlo. Nel mio essere enorme, mi sentivo invisibile.
Quell’enormità dettata da un dolore senza nome, mi faceva sentire che le persone potevano avercela con me costantemente, quando in realtà ero io ad essere arrabbiata con me stessa. PROIETTAVO SEMPRE TUTTO FUORI, perché fermarmi a guardarmi dentro faceva davvero male e i miei sintomi mortali e autolesionistici mi proteggevano da tanta sofferenza anestetizzandola.
Pensavo fosse una lotta tra me e il mondo quando in realtà si trattava di una lotta tra me e me.
Si, sono stata davvero enorme, molto più che enorme… ben al di là dei miei 90 chili, era il mio dolore ad essere grassissimo! Proprio come il vostro!
ChiaraSole
www.chiarasole.it

 

Giù la maschera!.... LE MASCHERE PROTETTIVE.

Quanto conta poco l’apparenza. Raramente una persona è come si presenta.
Non riguarda solamente il grande mondo dei disturbi alimentari, ma ovviamente ora mi soffermerò particolarmente su questo.
Parlando di me: quando stavo male ero martellata mentalmente da doveri.
Dovevo essere bravissima in tutto, dovevo dimostrare di essere forte, non dovevo dimostrare le mie fragilità, le mie emozioni, dovevo rispettare un ideale di perfezione inesistente, dovevo primeggiare per affermarmi.
Dovevo insomma. Dovevo, dovevo e dovevo.
Con i tanti “dovevo” che avevo percepito imposti da varie dinamiche familiari, sentivo che loro si aspettavano questo da me, che tutto il mondo voleva questo, ebbene a quel punto non c’era più spazio proprio per la persona più importante e cioè IO.
E così inconsapevolmente sono stata costretta ad inventarmi tutta una serie di maschere comode e scomode allo stesso tempo.
Avevo come un guarda roba di maschere: quella “giusta” per ogni occasione.
Indossavo il “vestito-maschera” per ogni situazione non vivendo mai però e non riconoscendomi in nessuna di essa. Anche per questo a periodi alterni mi sentivo costretta a chiudermi nel mio mondo di depressione nera, chiudermi in casa, perché quelle recite dopo un po’ risultavano davvero insostenibili. Io non sapevo chi ero. Non sapevo Riconoscere cosa mi piaceva, cosa desideravo fare. L’unica cosa che mi rimaneva era nascondermi per un po’ e prendere fiato, anestetizzarmi con i miei sintomi e proteggermi. MI ribellavo con violenza oppure entravo in letargo.
C’è voluto aiuto, lavoro e tempo per LASCIARE IL DOVER ESSERE PER L’ESSERE, per comprendermi e conoscermi, per disintegrare quelle maschere: impostori, ospiti che fungevano anche da protezione per la mia sensibilità che non voleva sentire.
ChiaraSole

 

“Come ti vedo bene oggi” “Oddio, sono ingrassata”

Anni fa, quando stavo male, se qualcuno mi diceva “come ti vedo bene oggi” lo vivevo come un’offesa mortale, perché pensavo che mi dicesse che ero ingrassata. Soffrivo tanto per questa affermazione. Può sembrare strano, perché porta in se un complimento, eppure per me era vissuta come una violenza, come un’incomprensione… anche da qui arriva la campagna di sensibilizzazione che abbiamo proposto.
Decodificando il tutto con la rielaborazione di oggi sentivo che quelle persone non notavano in me il dolore che provavo, perché fuori non si vedeva. Interpretavo quel vedermi bene a modo mio, o meglio, a modo della malattia. Le persone mi dicevano semplicemente che ero viva e questo non lo sopportavo, perché volevo solo che vedessero il mio non voler vivere.
Magari loro vedevano semplicemente una luce nei miei occhi differente dal solito, ma il male che era in me interpretava quella frase a modo suo strumentalizzandola.
“Come ti vedo bene oggi” significava diversa da ieri o comunque da tempo addietro, quindi un possibile cambiamento… altra cosa insopportabile, perché non controllabile, proprio come le emozioni.
Bene significava, per me, inevitabilmente più viva, non emaciata, ero una persona che non faceva trasparire sofferenza e questo mi annientava.
Non sopportavo che gli altri non potessero vedere quanto io stavo soffrendo.
Per me far vedere il mio dolore significava risultare sciupata, con i pestoni, deperita. C’è voluto tempo per i interiorizzare che la sofferenza non ha peso e ho compreso che le persone non potevano vedere ciò che era dentro di me. E non lo potevano vedere a qualunque peso a 20/30/60 o 100 kg.
Quando raccontavo che soffrivo di anoressia-bulimia e mi si dicevo che non si notava, che ero una ragazza normalissima… il ritratto della salute, inizialmente era per me un grande dolore. Poi ho compreso che nessuno poteva comprendere ciò che non gli era stato profondamente spiegato.
La cosa importante, dal mio punto di vista, è non nascondersi indossando maschere come per tanto tempo anche io ho fatto.

ChiaraSole
www.chiarasole.it

Tempo... TUTTO E SUBITO?!

E' difficile, è dura, fa male.
Quando si soffre di quel dolore irraccontabile, indescrivibile a parole è davvero complesso pensare di lavorare su se stessi.
Complesso chiedere aiuto.
Quella sofferenza a cui è persino strano dare un’”etichetta” come anoressia, bulimia, binge…
Ci si appella ad un “TUTTO E SUBITO” impossibile.
Si spera che esista un click magico capace di cambiare le cose dall’oggi al domani, ma questo non esiste.
ESISTE la possibilità di un percorso.
Esiste il chiedere aiuto, vero atto di forza.
Esiste il raggiungere tanti piccoli obiettivi passo dopo passo fino ad arrivare alla possibilità di essere liberi e non mi riferisco solamente alla sfera alimentare, ma a tutte le sfere della vita da quella sociale, relazionale, affettiva, sessuale, professionale.
La dimensione temporale è fortemente alterata quando si sta male di queste problematiche perché è come se esistesse solamente il QUI E ADESSO. Ieri e oggi sono spesso inconsapevolmente strumentalizzati.
Per me è stato così e constato ogni giorno che non lo è stato solo per me.
Datevi del tempo per il vostro percorso. Concedetevi di ritrovarvi senza porre scadenze impossibili, in questo modo i risultati arriveranno, paradossalmente, prima del previsto.
ChiaraSole
c4@chiarasole.it
www.chiarasole.it

 

 

 

 

TESTIMONIANZE DAL BLOG
 

Vi presento Romina Renzi

Inserito da chiarasole il 11/07/2008 - 15:23

La testimonianza di Romina:
una storia di sofferenza e di rinascita

Mi chiamo Romina Renzi, ho 25 anni. La mia storia “sintomatica” è iniziata molto presto. A 16 anni, in seguito a una delusione amorosa, che è stata solamente la goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno, sono iniziati i primi sintomi anoressici e i rituali che li accompagnavano. Ore e ore di studio e sport associate a quantità di cibo sempre più esigue,fino ad arrivare quasi a nulla.Dai 16 ai 19 anni, a una superficiale visione esterna, ero la ragazza perfetta, ovviamente solo in apparenza. Voti altissimi a scuola, eccellente nello sport. In realtà la mia malattia mi stava consumando. A 19 anni, dopo l’esame di maturità, sono crollata per la prima volta. A malapena ho terminato l’esame orale, prima di essere ricoverata in un reparto neurologico a Rimini. Ma poi, siccome la mia depressione aumentava giorno dopo giorno, sono stata trasferita in una clinica psichiatrica dove più che una cura ho fatto sterile reclusione. Dopo due mesi di permanenza, sono tornata a casa, più distrutta di prima anche perché, nel frattempo, avevo scoperto il mio nuovo “compagno di viaggio”: il vomito. Nella mia mentalità ai tempi malata, speravo di aver trovato la tanto attesa liberazione. Finalmente potevo mangiare tutto quello che volevo, senza che questo fosse accompagnato dalla mia fobia di ingrassare. Ma ero entrata, senza rendermene conto, in un’aspirale terribile, chiamata bulimia. Ho passato l’anno successivo in preda a sintomi bulimici quotidiani. Mi abbuffavo quotidianamente più volte al giorno, non c’era più lo studio, ma rimanevano ore e ore di sport oltre ad altri milioni di rituali legati alla pulizia, ai diuretici e a episodi di autolesionismo di varia natura. Ero a pezzi e mia madre, la persona con cui vivevo, era distrutta. Non ero più io. C’era chi diceva che fossi impazzita e fuori di testa. Questo mi ha ferito tantissimo, perché chi soffre di queste terribili malattie non è pazzo, “semplicemente” ha dentro di sé talmente tanto dolore da non riuscire a elaborarlo inconsciamente e proprio attraverso la malattia e ciò che la accompagna, lo comunica a chi sta attorno. Mi ferisce tuttora vedere che queste malattie vengono associate al desiderio di essere magre e belle. Non c’entrano niente il peso e la bellezza e c’entra poco anche il cibo. Io non volevo essere magra e bella, io volevo sparire. Volevo disperatamente che qualcuno si accorgesse di me. Per favore, non leghiamo più queste malattie semplicemente al peso e al cibo; sono solo un mezzo. Io, escludendo la prima fase anoressica durante la quale sono arrivata a pesare 43 chili per un metro e sessantacinque circa di altezza, ho sofferto per tanti anni di bulimia, pur rimanendo normopeso. E un’altra cosa che fa malissimo è sentirsi dire “hai preso peso, quindi stai bene”, perché si inizia a pensare: “Oddio, allora vuol dire che sto ingrassando, vuol dire che non si vedrà più che sto male”. È una sensazione terribile. A 20 anni c’è poi stato il terzo e ultimo ricovero nella stessa clinica, ma dopo due mesi la situazione era ulteriormente peggiorata. Sono tornata a casa e, a soli 20 anni, ero disperata. Non vedevo luce, futuro, vita possibile per me. Ho cominciato a lavorare e la situazione è leggermente migliorata, ma “convivevo” con regolari crisi depressive e bulimiche. Poi, a 22 anni, al culmine della disperazione, sono entrata in una libreria e ho comprato il libro di ChiaraSole. Mi ha colpito il suo viso, il sole che emanava dalla copertina, e il titolo: Anoressia e bulimia: una storia di vita e di morte. L’ho letto in due ore, ho subito contattato ChiaraSole, e dopo qualche giorno ho conosciuto lei e il Dott. Matteo Mugnani, persone a cui sono e sarò sempre grata. Nell’Agosto del 2004 è cominciato il mio vero percorso di cura a MondoSole durato circa due anni e mezzo. Anni durante i quali, con il loro aiuto, mi sono ricostruita una vita sociale, affettiva e lavorativa. Anni durissimi, ma pieni, ricchi. Ho sofferto tantissimo, ci sono stati momenti in cui ho pensato che tutto quel dolore mi avrebbe uccisa, ma fortunatamente, così non è stato. Sono viva adesso, viva davvero. Amo molto il mio lavoro e la mia vita, adoro stare con i miei amici e faccio sport in modo sano. Per me oggi parlarne è una vera liberazione, mi sento liberata dalla vergogna che, purtroppo, accompagna queste malattie. Nessuno deve vergognarsi di avere un cuore così tanto grande da essere capace di soffrire. Alla Romina di qualche anno fa, e quindi a ogni persona che ne soffre, voglio dire che è possibile stare bene e sentirsi emotivamente piene, senza sentirsi pesanti, unendosi a chi sta male e a chi è stato male. Adesso provo emozioni, vedo colori di cui nemmeno sapevo l’esistenza perché non ne avevo mai fatto esperienza. È stata durissima, ma ne è valsa la pena e non c’è un giorno che non vorrei rivivere, neanche il più terribile, perché anche da quello ho tratto insegnamento. Morire implica sempre una rinascita. Per quanto riguarda i mass media, mi ferisce e mi fa arrabbiare vedere con quale semplicità e cattiveria si parli di queste malattie, prendendo come capri espiatori sempre e solo la moda e il cibo. Che i telegiornali ci risparmino le notizie di modelle in fin di vita o morte, perché ci sono milioni di impiegate e commesse che vivono quotidiani inferni magari di bulimia e non si sentono comprese! Non limitiamoci a parlare del fatto compiuto, quando è troppo tardi, andiamo sempre alle cause. A mio avviso, è l’unico modo che abbiamo per guarire e per trovare la pace. Per finire, un grazie a ChiaraSole, al Dott. Matteo Mugnani, alla mia famiglia, ai miei amici, a ogni persona che mi è stata vicina e a chi ha avuto il coraggio e la forza di guardare oltre.

 

 

 

 

 

I chili dell'anima

Inserito da chiarasole il 22/08/2008 - 12:45

Leggo sempre gli interventi sul blog di Chiara e non posso non mettere a ripetizione la colonna sonora che mi accompagnava ogni santissimo minuto della mia giornata che passavo davanti al mio di blog. Nella disperazione più totale e nella solitudine più grande cercavo non so neanche io bene cosa, vagando tra il mio ed altri blog...
Forse cercavo qualcuno che capisse ciò che mi stava succedendo, cercavo qualcuno che parlasse la mia stessa lingua, quasi un codice segreto che conoscevo solo io. Nessun'altro. Neanche le persone che mi volevano più bene e mi erano più vicine… Ma neanche il blog bastava, il mio dolore non cessava e tra le varie persone che conoscevo virtualmente trovavo solo altre persone che soffrivano come me; e con il tempo, insieme, si andava sempre più giù.

Mi chiamo Elisa e non so dire con precisione quando cominciò. Già da bambina, anche se non portavo con me un sintomo preciso, non ero di certo felice: mi sentivo sempre un peso per tutti, avevo l’impressione che tutti ce l’avessero con me, instauravo sempre amicizie morbose che crollavano subito quando l’altra si stancava e via dicendo. C’era qualcosa che strideva e che non funzionava, io lo sentivo bene ma lo potei sentire in maniera netta solo quando conobbi l’anoressia. Era l’estate dei miei 17 anni, niente di particolare in quel periodo, solo la fine di una storia d’amore durata qualche mese ma che per me si rivelò la goccia che fece traboccare un vaso già bello pieno e che prima o poi doveva esplodere.
Da lì la fatidica dieta per perdere qualche chilo (in fondo ero normopeso!) ma che si rivelò per me l’inizio di un inferno fatto di restrizioni alimentari fortissime (arrivando a mangiare solo due omogeneizzati al giorno), ore e ore in palestra dopo la scuola, palestra in casa e ore e ore a scuola tra i banchi passate nel calcolo delle varie calorie ingerite e bruciate.
Inizialmente ricordo un grande senso di onnipotenza; ancora adesso non riesco a capacitarmene di come riuscissi a fare tutte le cose che facevo con quel nulla che ingerivo ma dentro avevo un mostro che mi alimentava. La mia vita per un bel periodo fu questo: un susseguirsi di riti, schemi rigidissimi e digiuni che in realtà erano solo una profondissima sofferenza che dovevo esternare in qualche modo, fare vedere a chi mi era intorno, alla mia famiglia che qualcosa non funzionava e che qualcosa mi faceva stare profondamente male; il modo che io incontrai e che conobbi era tramite il cibo.
Ci volle del tempo per decidere di voler realmente guarire perché non sapevo cosa mi aspettava, avrei dovuto affidarmi ad altri quando mi fidavo solo di me stessa e di nessun altro, voleva dire abbandonare tutto ciò che quotidianamente mi dava un’illusoria sicurezza, avrebbe significato VIVERE! Inoltre lasciai correre un po’ di tempo prima di iniziare il percorso di guarigione perché non mi ritenevo abbastanza sottopeso per iniziare un percorso di cura così “serio”, “non ero abbastanza malata” per quello che pensavo. Ma parliamoci chiaro, non è una questione di chili, non è possibile misurare in chili una tale sofferenza! Quando decisi di volere realmente guarire ci misi da subito tutta me stessa…non è facile e non è immediato, ci vuole tempo e tanto coraggio, è doloroso a tratti ma si ricomincia a vivere e a riscoprire la vita sotto nuovi occhi. Il cibo è la parte più semplice “da sistemare” perché è solo il sintomo evidente, è il resto che chiede più forza ma TUTTO E’ POSSIBILE, e soprattutto non esiste NESSUNO che non possa guarire e stare bene!
Oggi mi ritengo fortunata di aver vissuto quell’inferno perché sono sicurissima che altrimenti non sarei la persona che sono ora… e oggi mi piaccio e oggi adoro la vita con le sue gioie e le sue difficoltà che si possono incontrare in ogni giorno ma è bello viverla nei momenti belli e in quelli meno piacevoli.
E credetemi…tutta quella fatica del percorso di cura? Ne vale assolutamente la pena per quello che si vive dopo e per come lo si vive!!!

 

 

 

 

Vi presento Chiara Bianchi... "Binge Eating Disorder"

Inserito da chiarasole il 19/09/2008 - 09:39

Chiara Bianchi nasce a Urbino il 26 ottobre di 24 anni fa. Cresce a Fermignano insieme al papà Cesare, la mamma Rosa e il fratellino Davide.
All’apparenza Chiara è una ragazza modello: 100/100 alla maturità, attiva in parrocchia, nel volontariato, fidanzata in casa e senza tanti “grilli nella testa”. Chiara è solare all’esterno ma il suo mostro la sta divorando dentro. Quel mostro ha un nome ben preciso: disturbi alimentari.
Chiara si diploma, si iscrive all’università e nel frattempo intraprende una “dieta fai da te” perché si vede un po’ troppo in carne. Scopre che oltre alla dieta c’è un’altra possibilità: il digiuno completo e nel giro di qualche mese arriva a perdere circa 10 chili. L’alternativa al digiuno era frutta e verdura in quantità ridottissime. L’anoressia la stava consumando ancora per poco perché da un momento all’altro Chiara si ritrova nel baratro della bulimia, nella fattispecie il binge-eating (abbuffate compulsive senza vomito).
Dopo tanta restrizione Chiara si ritrova a mangiare in continuazione, da mattina a sera, per cercare di saziare quella fame infinita, quel vuoto incolmabile che sente dentro di se.
Chiara non vomita, non che non ci abbia provato, eccome, ma non c’è mai riuscita. Chiara dopo ogni abbuffata passa giorni a cercare di smaltire correndo, nuotando, camminando da Ca’Vanzino al Bivio Borzaga e digiunando. Ha scoperto che il movimento e il digiuno sono ottimi alleati per smaltire il troppo cibo assunto. Ma Chiara si rende conto che c’è qualcosa che non va e di sua spontanea volontà si rivolge e figure mediche. Viene però, PURTROPPO, tranquillizzata: “ Se non vomiti non è niente, sarà un po’ di stress…” Alla faccia dello stress…!!!!Chiara stava morendo piano piano. Il calvario continua e passano 2 lunghissimi anni. Chiara ha ormai il sintomo quotidiano; Lo sport e il digiuno non bastano più e Chiara sta ingrassando. Chiara si vergogna a tal punto del suo corpo e di quel dolore a lei incomprensibile che decide, nell’ottobre 2005 di chiudersi totalmente in casa. Chiara pensa che ormai è finita. Passano 3 mesi, passano 3 mesi tra 4 mura, senza mai uscire, vedere o sentire nessuno al di fuori dei suoi familiari e Chiara resta stesa nel suo divano. Gonfia di grasso e di dolore Chiara fissa il vuoto, fissa la parete bianca per ore. Chiara pensa che è veramente arrivata la sua ora.
Poi un giorno, la luce. Poi un giorno ha rivisto la luce del sole, di Chiara Sole.
Chiara Sole, presidente dell’Associazione MondoSole di Rimini (centro diurno per disturbi alimentari), stava raccontando la sua personale storia di anoressia binge e bulimia durata 14 anni. Chiara Sole affermava a gran voce che anche da questo inferno si può uscire. Si può guarire: COMPLETAMENTE.
Chiara contatta ChiaraSole via mail e 2 settimane dopo è gia a Rimini per iniziare il suo percorso di cura. Dopo qualche mese decide di trasferirsi in pianta stabile a Rimini, piuttosto che fare la pendolare e….
E’ a Rimini che oggi vivo, lavoro e amo la vita. Il percorso non è stato facile. Come ogni risalita dopo un’immensa discesa in un tunnel, ho affrontato momenti di infinito dolore durante la rielaborazione e la ricerca delle cause della mia malattia. Non volevo fare la modella. Volevo scomparire, annullarmi, morire perché la vita era diventata troppo dolorosa da vivere.
C’è una sostanziale differenza tra il voler morire e il volere fare la modella.
Questo è quello che ancora oggi, pur essendo nel 2007, la società, la morale, il perbenismo comune pensa dei disturbi alimentari. Anoressia, bulimia, binge, etc non sono i mali delle modelle o di chi è poco intelligente. E’ anche a causa di questo terribile giudizio che le ragazze e i ragazzi che ne soffrono, continuano a farlo in silenzio. Si pensi che ci sono statistiche che affermano che 1 donna su 3 soffre, in una qualsiasi forma, di disturbi alimentari. E’ drammatico immaginare che oltre al dolore della malattia si debba provare anche il dolore della vergogna perché la gente ti considera una persona stupida che pensa solo alla propria immagine.
Io non ho rischiato la vita (perché l’ho rischiata) perché volevo sfilare in una passerella…soffrivo troppo e il mio corpo è stato lo strumento per esternarlo.
Ecco perché oggi scrivo, parlo, racconto di me, perché non posso pensare che altre persone stanno passando attraverso quel dolore gravati anche dal peso della vergogna.
Ragazzi, Ragazze, Donne e Uomini...Chiunque tu sia..Basta vergognarsi!
La vita non è per qualcuno, la vita è per tutti. E guarire è possibile ma non da soli. Con la guida e il supporto di specialisti. L’amore dei familiari e la propria forza di volontà non sono sufficienti. Possono attenuare ma non sconfiggere definitivamente un male che invece può e deve essere sconfitto totalmente.
E la vita ritorna, anzi torna dal principio con una luce e delle sfumature che mai avrei pensato di poter vedere. Oggi la mia vita è infinitamente bella e piena anche nella banalità e nella quotidianità di ogni giorno. Perché oggi so che ogni momento sono viva e ogni momento è prezioso. Oggi so che questa vita mi è stata donata da chi prima di me l’ha vissuta con le sue gioie e i suoi dolori. Oggi anch’io voglio viverla pienamente.
La vita è meravigliosa.
Chiara Bianchi

 

 

 

Vi presento Silvia Cenci - un'esperienza importante...

Inserito da chiarasole il 23/10/2008 - 13:03

Ora ho 26 anni. Mi chiamo Silvia. Silvia Cenci.
E’ iniziato tutto circa 15 anni fa’, anche se pensandoci ora, dopo il mio percorso a MondoSole, gia’ dall’infanzia potevano mostrarsi delle predisposizioni. Fin da piccolina sono sempre stata una “buona forchetta” e spesso mi crogiolavo nel dolce e caloroso abbraccio del cibo, l’unico apparentemente in grado di darmi quell’affetto, quel calore e quella sicurezza che non sentivo arrivarmi da fuori nella maniera in cui ne sentivo l’esigenza io.
Comunque avevo 11 anni quando un giorno, inaspettatamente, arriva la prima mestruazione. Per me non e’ una lieta notizia; non ho idea di cosa sia e dall’esterno non mi arrivano troppe spiegazioni. Sento che il mio corpo sta cambiando e non mi sento pronta; mi sentivo terribilmente sola e spaventata.
Nel frattempo inizio le scuole medie ed cominciano ad accendersi in me i primi desideri verso il mondo maschile. Mi interesso ad un ragazzo della mia stessa classe che però non contraccambia, anzi, magari scherzando, fa’ degli apprezzamenti sul mio essere robustella e per me è straziante.
Ma questa è solo una goccia che fa’ traboccare un vaso gia’ pieno.
Non mi piaccio, inizio a vedermi grassa, a focalizzarmi sul mio aspetto fisico; mi sento ingombrante, mi sento “troppo”.
Ora sò che quel troppo era riferito, più che al corpo ad una serie di disagi e difficoltà più profonde che nulla avevano a che vedere con il corpo.
Naturalmente non ne parlo (la mia educazione non prediligeva questo tipo di espressione), comincio a consultare libri e riviste che trattano diete e piano piano inizio a privarmi del cibo.
Passo gran parte della giornata concentrata su calorie, sport da svolgere e salendo e scendendo da quella maledetta vasca in bagno di fronte allo specchio a controllare i cm di troppo da eliminare su cosce e fianchi. Nemmeno quando studio mi permetto di stare seduta per paura che si accumuli quell’ossessionante “grasso”.
A casa non parlo granchè, mi isolo sempre piu’, sono molto nervosa, ho crisi di pianto ma mi sento anche grande, onnipotente; a scuola riesco comunque ad ottenere buoni risultati, ma soprattutto riesco ad avere uno straordinario controllo sul mio corpo, su di me, su tutto e tutti e questo è l’unica cosa che mi interessa (avere tutto quel controllo mi permette di non sentire tutta una serie di emozioni e sensazioni per me ingestibili altrimenti) .
Nel frattempo il ciclo scompare, scompaiono le mie nascenti forme di donna, i miei vestiti sono sempre più larghi eppure io continuo a vedermi comunque grassa; c’e’ sempre e comunque qualcosa da eliminare.
Tuttavia spinta dalle varie preoccupazioni intorno a me e sballottata da un medico all’altro mi impegno per recuperare un po’ di peso e nell’alimentarmi un po’ di piu’.
Comincio la 3^ media con l’aspetto di una persona sana, ma dentro di me non avevo trovato pace e la mia alimentazione continua a svolgersi secondo schemi precisi, lo stesso la mia vita.
Ma tutto quel controllo, in primis sul lato alimentare, non tarda ad essere perso e da un momento all’altro, senza volerlo passo dalla restrizione all’eccesso, all’abbuffata.
Arriva il binge un altro modo per non sentire. Il pomeriggio torno da scuola, non riesco a mettermi a studiare e mangio, con il mio ragazzo non riesco ad esprimermi e mangio, la domenica passo tutto il giorno mangiando e non basterebbe mai.
Inizialmente trovo un assopimento da tutto quel cibo ma poi subentra uno straziante senso di colpa; mi sento schifosa, sporca, ora debole e senza alcuna volontà, in balia del cibo. Ora è lui che comanda.
A lungo andare risultano nulli anche i tentativi dei digiuni e dello sport con cui cerco di compensare l’abbuffata ed è straziante non riuscire a concludere nulla nella mia giornata, è straziante vedere che il mio corpo cambia, che continuo a prendere peso e non rientro piu’ nei miei vecchi vestiti. Mi odio per questo.
Intanto la storia con il mio ragazzo finisce, io non ci sono per qualcun altro, presa dalla mia autodistruzione e totalmente concentrata su di me. Dentro di me quel mostro chiamato cibo continua a logorarmi e in un pomeriggio d’autunno fra studio e abbuffata scopro il vomito, che mi accompagnerà per il periodo piu’ lungo della malattia. Con lui il “piacere dell’autodistruzione” è doppio prima nell’ingurgitare poi nello svuotarsi. Ma è forte anche la disperazione del dopo.
In quei momenti non è la Silvia che decide, la potenza della bulimia è immensa; rubo soldi e cibo ai miei famigliari, scappo,mi nascondo, faccio bottino di cibo e passo intere giornate a massacrarmi, ripetutamente fra abbuffate e vomito, ovunque mi trovi, trovo sempre e comunque il modo per dare inizio al massacro.
A momenti forte a momenti impaurita da quella bestia che ho dentro, che non riesco a controllare e non so cos’è, ma che mi permette ancora di non sentire nient’altro. Apparentemente però; perché nei momenti in cui non mi abbuffo e vomito mi sento persa, non sò chi sono io al di fuori di quello e sono impaurita dalla vita che non ho mai affrontato senza quel filtro.
Apparentemente fuori procede tutto normalmente, mi diplomo, trovo lavoro, continuo a frequentare la palestra, gli amici, si apre il mondo delle discoteche , una nuova compagnia e un nuovo ragazzo, con il quale dopo varie resistenze, decido di mettermi insieme.
In quegli anni scopro anche altri alleati quali l’alcol e le canne che mi permettono di soffocare ulteriormente il mio vuoto e di rapportarmi agli altri in maniera più semplice.
In realtà nessuno conosce la vera Silvia, probabilmente nemmeno io.
Quanti pomeriggi stesa sul letto stremata e in lacrime dopo essermi massacrata mi sono chiesta il perché di tutto questo e se la mia vita sarebbe per sempre stata così. E che senso di impotenza ancora, quando,dopo l’ennesima promessa a me che sarebbe stata l’ultima volta, ricado preda dell’abbuffata.
Nel frattempo la storia con il mio ragazzo finisce; non sono in grado di voler bene a qualcun’ altro, non ne voglio a me.
A 22-23 anni sono stremata, i miei genitori sono disperati, dopo vani e ripetuti tentativi da nuovi medici, stregoni e nuovi farmaci che però non mi sono di alcun aiuto.
Mai in quei momenti avrei potuto pensare che VIVERE fosse cosa ben diversa e fosse possibile anche per me. Oggi lo so.
La mia rinascita inizia gradualmente, quando un pomeriggio, in preda ai miei riti, mio padre insiste perché io chiami ChiaraSole, di cui mi aveva passato la testimonianza via internet. Mi decido ad alzare la cornetta e quella chiamata ha cambiato la mia Vita.
Al primo colloquio con ChiaraSole ero titubante e successivamente mi c’e’ voluto del tempo per interiorizzare di volermi curare e guarire. Dopo tanti anni stare male era diventa un’abitudine, spaventa staccarsi da quello stile di vita conosciuto. Ma piano piano, con l’aiuto di Chiara e delle persone meravigliose che ho avuto la fortuna di incontrare, mi sono affidata totalmente.
Non sono mancati momenti duri da superare, momenti di sconforto e ricadute che inizialmente facevo fatica ad accettare ma che via via perdevano sempre piu’ di quel piacere autodistruttivo.
Sono stati anni, oltre che di rieducazione alimentare, soprattutto di rielaborazione del mio vissuto e di reinserimento sociale. Ora dopo circa 3 anni a MondoSole, sto bene e VIVO; cresco, lavoro, sono indipendente, ho riacquistato un rapporto con i miei genitori ed amo passare del tempo con i miei amici senza bisogno di ricorrere ad alcol o altre sostanze per paura di essere sbagliata, e potendomi permettere di essere me stessa.
E’ per me liberatorio potermi raccontare così , mai 3 anni fa’ avrei potuto pensare di riuscire a parlarne con qualcuno per paura di essere respinta o guardata male. Ora di tutto cio’ che e’ stato non cambierei assolutamente nulla perchè è grazie anche a tanta sofferenza che oggi sono la persona che sono. E ora piaccio e mi piace la mia Vita.
Il mio Grazie più sentito va’ a MondoSole, a Chiara e al Dott. Matteo Mugnani che mi hanno accompagnato in questo viaggio e a tutte le compagne che hanno combattuto con me e che stanno combattendo ora la stessa lotta.
E a chi in questo momento non vede speranza vorrei dire che Guarire totalmente è possibile e NE VALE LA PENA perché usciti da quel buio c’e’ una meravigliosa avventura che ci aspetta!!!

 

 

 

 

La storia di Daniela Gardino

Inserito da chiarasole il 22/01/2009 - 14:21

Mi chiamo Daniela e troppo spesso sento parlare dell’anoressia e della bulimia quasi fossero un gioco, la storia di una ragazza viziata che vuole dimagrire per diventare una top model.

Non si accetta di morire per qualche chilo in meno, io lo so, per anni ho alternato l’anoressia alla bulimia, per anni sono esistita nella convinzione che per essere felice dovevo dimagrire: più dimagrivo più mi vedevo grassa e più il mio dolore cresceva. Per anni ho sfiorato la morte, per anni ho pianto in silenzio ed in solitudine…

Poi finalmente ho accettato l’aiuto di chi mi poteva aiutare, ho cambiando diversi centri di cura fino ad arrivare a MondoSole, dove ho intrapreso un percorso di cura diverso dai precedenti, che mi ha permesso di comprendere che il mio problema era ben più ampio del semplice aspetto del mio corpo: il mio passato, il mio presente, i miei traumi e le mie dinamiche familiari e personali erano la vera origine della mia sofferenza.

Come una bambina ho iniziato a scoprire il vero sapore della vita, le cose più banali e più semplici, le piccole gioie di tutti i giorni, le emozioni. Ho cominciato a comprendere tutto ciò e soprattutto ad affrontare un cammino quotidiano che per me era fino ad allora sconosciuto: una meta meravigliosa chiamata vita. Grazie a questi aiuti ho finalmente compreso che la nostra esistenza non è fatta di sole lacrime, ma esistono anche il sorriso e la gioia di vivere.

Daniela ha scritto il libro:
Titolo: Al di là delle apparenze. Viaggio nell'anoressia
Autore: Gardino Daniela
Editore: SBC Edizioni
Data di Pubblicazione: 2008

 

 

 

 

 

 

 

Piacere, mi chiamo Giulietta Grimaldi!

Inserito da chiarasole il 18/03/2010 - 17:16

Dove e come uno nasce uno lo ama.
L’ amore prende quella forma.
Nell’ eterna ricerca di un RITORNO ALL’ EPOCA DI QUELLA SENSAZIONE FILIARE è il movimento della malattia.
Mio padre e mia madre sono persone colte e intelligenti, hanno una gran ricchezza di sentimenti. Ai loro tempi non hanno forse potuto badare al fatto di occuparsi di come fosse il loro personale rapporto con loro stessi e con la realtà, come singoli e come coppia, prima di mettere al mondo figli. I miei modelli erano confusi in loro stessi e fra loro, non c’ era né legge né pace, gli unici argomenti di dialogo erano in disaccordo e l’ unica forma di confronto era drammaticamente conflittuale.
Quella forma di esistere divenne anche la mia e la prima cosa che amai.
Non per nulla credo che l’ espressione di ciò che si sente e si è, tramite la PAROLA è il SEGNO della nostra RELAZIONE con la REALTA’. Come cambia il Significato delle parole nel tempo è traccia della crescita della relazione nostra con la realtà.
Cartina Tornasole mi sono posata sul miscuglio in cui ero e ne ho denunciato con balenante verità la natura e i colori assorberbendo tutto. Io bimba, con la mia sensibilità neonata e vergine ho fatto mie tutte le desiderata e i modelli esistenziali e quella prima forma di amore e la relazione con se stessi, l’ altro e la realtà, ASSORBENDO DATI FRA URLA BOTTE E SILENZIO EMOZIONALE cullata in una concezione e realizzazione di vita fondata su ANSIA, SILENZIO, MARTIRIO, CONFLITTO come elementi di unione e comunicazione fra loro genitori, con noi figli e fra noi fratelli ovviamente appreso nel tempo.
Nella non comunicazione e nella valorizzazione di modelli, in particolare femminili, ridotti ai MINIMI termini, in cui NON A CASO, era vagamente latitante da generazioni una sintomatologia identica alla mia –aderente alla realizzazione di una vita solo per sotterfugi e negazione della propria identità- la crescita era una lotta, anzi una SFIDA. Che dolore bestiale avrebbe potuto essere sfidare tutto ciò che ami consapevolmente, rinunciare all’ amore mentre sei ancora in fasce.. impossibile! Entrai in un meccanismo di dinamiche per OTTENERE AMORE. Quell’ amore imparato lì.

Il trauma è cosa indelebile e il silenzio è abbandono, il vuoto diventa luogo della memoria ben definito, con perimetri, e una specie di sua dignità, è assurdo il pensiero di poterci ficcare dentro roba dopo.
Il VUOTO formativo di un amore che dovrebbe essere percepito come garantito diventa AMABILE diventa AMORE.
Non avevo una struttura mia indipendente fondata su insegnamenti riguardanti il mio valore come individuo, esempi di amore per sè.
Nella mia peculiare sensibilità avevo sentito come veicoli d’ amore prevalentemente FUNZIONI a cui adempiere, DOVERI da portare a termine preesistenti, che avevano sostituito immediatamente il RUOLO di FIGLIA, accentuandosi con l’ arrivo dei fratelli. Non esisteva l’ idea di individuo in me, figuriamoci di diversità e differenze di comportamenti affettivi conseguenti. Se da sempre dovevo pacificare, ricordo poi la responsabilità ossessiva nei confronti dei fratellini e l’ odio verso coloro i quali mi toglievano ogni primato, il conseguente desiderio devastante di castrarli, impossessarmene e di DOVERE essere tutto, io maschio io femmina, puerile e saggia, centro di ogni attenzione, che per storia familiare diventava anche ogni rimprovero, SI’ NO!. Amore, dipendenza. OSTINATA E CONTRARIA al procedere, INCASTRATA e MALATA, mi SENTIVO SALVA nell’ ADEMPIERE che mi creava ANNULLAMENTO minimizzante. Ricordo chiaramente, momenti in cui mi chiedevo non chi fossi, ma come decidevo di volere essere, una volta per tutte. Sempre cambiata per cercare ancora amore.
SINTOMO-RUOLO-LIBERATORIO. Preteso, sbraitato, scarnificato, esploso, violentato, divorato e vomitato. E rimangiato e rivomitato.. A quelle funzioni, doveri, ansie, ho sostituito un sintomo.Ho potuto essere devastantemente diversa. Per provare sensazioni ed emozioni, surrogate di quelle autentiche reali. Anestetizzata e in totale adrenalina e dipendenza, da queste vibrazioni squassanti, gli argomenti dei silenzi, urlavano.
Quindi mi sono inflitta godimenti di ogni tipo, dico inflitta perché se il mio modello comportamentale non contemplava piacere ( piacere per CHI? ) io godendo commettevo altissima colpa per altissima pena, la quale pena era il reiterarsi della colpa stessa. Il GIUDICE SUPREMO ANORESSICOBULIMICO.
Godimento nel
CIBO per SVUOTAMENTO, poi con la maturazione fisiologica il sintomo si moltiplica : DENARO, SESSO, SOSTANZE, ALCOL, PERICOLI, di ogni tipo, preda sempre illusa di essere padrona della situazione. Ho avuto veramente molta fortuna, e in realtà, nonostante fossi preda prima di tutto della Malattia, volevo essere viva. Follemente, follemente follemente ignara del fatto che il mondo reale e crudo combinato con la mia illusione avrebbe potuto uccidermi.
Nel vuoto assoluto. Alla ricerca apparente di calore vitale, quelle sostanze, oggetti o carne (perché le persone ed io stessa eravamo poco più di carne, io li cercavo tutti perché mi usassero, per darmi l’ illusione di calore ma anche di abuso, insieme, indivisibili) mi servivano per rivivere quel VUOTO La Malattia coi suoi Sintomi contiene tutto il dolore, lei - io completamente identificata in un unico parametro. Come era sempre stato in quella prima forma d’ amore, in cui una nota profondissima di dolore e ABBANDONO ti sta VICINO, è culla. Ma l’ origine di tutto questo mentre ci sei inmezzo ti è inaccessibile, questa inaccessibilità è scopo stesso dell’ anestesia. Automatizzato proseguire.

STARE e AFFIDARSI a MondoSole vuol dire iniziare a scendere le scale di quell’ AMATO PATIBOLO.
AFFIDARMI è stata la cosa più difficile, non avevo mai avuto fiducia in nulla se non in dinamiche distruttive, utili alla cecità, fidarmi di cose buone per me era alienante.
VIAGGIO VERSO SE’.
Una possibilità creata da Chiara e Matteo, MondoSole, Noi.
In questo percorso sto diventando SEGNO, non più SIMBOLO. Segno in mezzo e con Altri, a confronto. A MondoSole. Individuo, Persona, Parole. Le mie parole sono il mio segno della mia relazione con la realtà, anche il racconto della mia storia e le mie emozioni.
Quello che ho detto e fatto ha SIGNIFICATO la reale, contemporanea, ricerca di me. Ho vissuto 30 anni fra vita e morte e nella certezza della mia falsità come individuo. Per primi non credevo ai miei sentimenti, come avrei potuto?
Oggi ciò che sono prende corpo nella realtà. E io mi credo e mi vedo (ci sto lavorando). Essendomi data la possibilità di conoscere la mia storia, dal più remoto, profondo e intricato, apparentemente insuperabile dolore e trauma alla cosa più dolce. E’ questo il processo OSTINATO E CONTRARIO alla malattia, -ostinato- nella comprensione dei suoi meccanismi e motivi, -contrario- nel suo realizzare, che giorno per giorno mi è insieme nel vivere nella realtà per e con quella che sono. Imparo, anche sbagliando, anche dagli altri. Quello che a noi salva la vita, il riverbero delle identità nelle relazioni, poi si estende nella vita.
Non ho più un parametro unico autodistruttivo e questo continua a cambiare le cose in una meravigliosa benché più complessa varietà, della quale io faccio parte.
Oggi mi esprimo come “mi pare”, ma con un criterio reale (quasi sempre), che adoro, adorabilmente riscrivibile.
Ho “riincontrato” dentro di me i miei genitori, so chi sono e che mi hanno dato tutto il bene che potevano e gli sono grata, gli voglio un bene gigante. Come ai miei fratelli. Sono grata alla mia storia e credo che sia un grande tesoro spendibile ora. Mi fa molta paura a volte la vita, le cose a cui mi pongo davanti e quelle che ci sono e basta, questa che ho sempre evitato e che vivo. Ma so chi sono, vado avanti, è la mia.
Tutta me vi ringrazia. Grazie ChiaraSole, Dott. Matteo, Stefano, Tutte Noi.
Giulietta

 

 

 

 

 

 

 

Mi chiamo Verena Torri e vengo da Como

Inserito da chiarasole il 12/04/2010 - 15:34

Mi sono trasferita a Rimini più di tre anni fa per curarmi a Mondosole perché ero stanca dopo tanti anni di sintomo bulimico quotidiano, e allora credendo che il mio problema fosse tutto nel cibo: volevo smettere di abbuffarmi e vomitare. Sapevo di avere una famiglia “particolare” e piena di problemi; infatti avevo sempre visto mio padre picchiare mia madre, sia con le mani che con altri oggetti, e avevo paura di lui, e credevo di odiarlo; mentre per mia madre il sentimento era ambivalente, un mix di odio e amore, per cui a volte sentivo una gran rabbia che però in altri momenti si trasformava in affetto o pena. La conoscenza della sessualità è stata altrettanto confusa e dolorosa, ascoltando nella stanza accanto i rapporti dei miei genitori, con i lamenti di mia madre e l’insistenza e la violenza di mio padre, che coprii presto frequentare anche le prostitute, il che ha avuto in seguito molta importanza nel mio modo di concepire la sessualità e la figura maschile, e incidendo fortemente nei miei successivi sintomi. Fu un’infanzia infelice, in cui il cibo è stato il mio rifugio, mangiando di continuo, e ripetendomi che almeno lui non mi avrebbe mai tradito. Le violenze in casa mia oltre che fisiche erano anche verbali, con pochi i gesti d’affetto, che provenivano soprattutto da mia nonna. Con la separazione dei miei genitori, peraltro avvenuta con l’aiuto dei carabinieri, le cose non migliorarono. Vedevo mio padre una volta alla settimana, controvoglia, e non andava mai bene, e anche a casa il clima era teso, con mia madre depressa che mi riprendeva sul mio sintomo e mio fratello che a poco a poco si è allontanato. Crescendo mi sono riempita di schemi e regole; diventavo sempre più dura, cinica, e aggressiva con tutti, non c’era spazio né per una parola dolce né per un pianto, neanche quando morì mia nonna. Tutti quei comportamenti che mi avevano fatto cosi soffrire erano diventati i miei, non volevo sentirmi fragile perché temevo che gli altri mi avrebbero fatto soffrire. A 19 anni ho avuto la mia prima esperienza sentimentale con un ragazzo, che è stato per quattro anni la mia ossessione: rispecchiava quello che avevo sempre conosciuto in casa mia: bugiardo, aggressivo, e che alla fine non mi voleva. Da li a poco al cibo si è aggiunta la bulimia sessuale. Mi sentivo vuota, insoddisfatta, sentivo che mangiare e vomitare non mi bastava più, cercavo sempre più adrenalina. Quando conoscevo qualcuno il mio unico pensiero era darmi o meglio buttarmi via per lui. I ragazzi cambiavano di continuo e la mia insoddisfazione cresceva. Mi dicevo di cercare l’amore ma in realtà ero piena di rabbia, odio e schifo per tutto quello che avevo visto e sentito negli anni. Non raggiungevo mai il “piacere” per me stessa, anzi mi prodigavo per soddisfare l’altro, diventando un po’ come le donne con cui andava mio padre. Era un bisogno, volevo sentire il rischio, l’adrenalina. Durante i rapporti non usavo protezioni e nonostante un aborto e le situazioni promiscue, non riuscivo a fermarmi, anche se dopo subentrava l’angoscia e un gran vuoto, e così tornavo al cibo. In questi tre anni sono molto cambiata, ho lavorato molto terapeuticamente, e ho sradicato l’idea che mia madre fosse solo una “vittima” e mio padre un “carnefice”; ho capito cosa li ha legati per 16 anni, la natura dei loro legami morbosi, e mi sono staccata da quelle dinamiche malate e per me distruttive che non mi permettevano di crearmi una mia vita. Oggi mio padre, che ha cambiato vita, rimane la persona più disposta a starmi vicino della mia famiglia, mentre con mia madre c’è un distacco reciproco. Nonostante questo, sto cercando di costruirmi una vita affettiva fatta di amore e rispetto, fatta di tanti insegnamenti che ho ricevuto a MondoSole e tanti aspetti che ho capito, sto studiando all’università per poter fare un lavoro nel sociale e intanto, per mantenermi da sola, lavoro, capendo l’importanza e la responsabilità che si ottiene solo crescendo come persona.
Verena

 

 

 
 

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