Perchè questa pagina si chiama Amoressia... si tratta
del nome che avevo dato al blog tenuto sul sito del wefree
di SanPatrignano dal
17.06.2008. per quasi ben due
anni, Questo spazio online si occupava di riflessione,
di confronto comune su temi importanti e profondi.
AnaMia (anoressia bulimia) canzone di MondoSole - brano di:
Matteo Mugnani e Alessio Paolizzi, voce: Francesca Savorelli, video:
Claim.Lab
Presentato in anteprima il 26 Novembre 2011 al Teatro Nazionale di
ROMA durante la serata finale della manifestazione IN FORMA PER LA
VITA, SETTIMANA CONTRO L'ANORESSIA. Patrocinata dal Ministero della
Gioventù, Comune e Provincia di ROMA, Regione Lazio, ALTAROMA e
S.I.S.A.
scarica la canzone AnaMia (3.67 MB) gratuitamente cliccando qui
Paura o ‘apparente’ Ancora di Salvezza? a cura di Zaira
Di cosa,realmente,abbiamo timore di fronte al nostro ‘ho paura’,’non ci riesco’o’non ce la posso fare’…?
Paura..si,ma..esattamente di cosa?
Tante volte,mi sono posta questa domanda e,puntualmente,ero incapace di darmi una risposta concreta,valida,o semplicemente,darmi una risposta.
Questo perché era talmente tanto interiorizzato dentro di me il concetto di ‘paura’,’sbagliato’,’errore’ che qualsiasi cosa,soprattutto qualsiasi cambiamento o ‘imprevisto’ mi terrorizzava,facendo scattare in me l’automatico e immediato ‘Ho Paura’ e il conseguente rifugio e chiusura in me stessa.
A lungo andare,diventa quasi uno stile di vita,ma è IMPORTANTE anche soffermarsi su specifici momenti in cui ciò accade in maniera più prepotente.
Ricordo il mio pronunciare questa frase nei momenti di condivisione sociale(dopo anni di totale isolamento e ‘amicizia’ solo con i miei sintomi mortali);
quando avevo il terrore di uscire di casa,vedere gente,o meglio,farmi vedere;
o la paura nello scambiare due parole con una persona,anche estranea,che non mi conosceva,perché avrebbe rappresentato un mio espormi,un giudizio,un ‘mettermi in gioco’.
Avevo ‘paura’ soprattutto,nell’incrociare il mio sguardo con un qualsiasi sguardo di sesso opposto al mio,che poteva suscitare in me una qualsiasi sensazione nuova,diversa,ma soprattutto PIACEVOLE.
E infine la stessa paura che manifestai per anni prima di iniziare il mio percorso terapeutico.
Anche in quel caso:cosa realmente ci spaventa?
E’ quel pezzo di pane in più che ci fa realmente paura o è la non conoscenza ‘immediata’ di ciò cui si va incontro?E’ la paura di ingrassare,di non avere più la ‘liberta’ di pesarsi,di non avere delle proprie conferme guardandosi continuamente allo specchio o controllando ossessivamente ogni singola caloria,o è l'AFFIDARSI TOTALMENTE a qualcuno,non avendo più il ‘CONTROLLO’(apparente) su di se,sulla propria immagine,e sugli altri,che ci limita?
E’ la ‘paura di non essere all’altezza’ o ‘fallire’ o è un vero e proprio timore,nell’esporsi,comprendere le profonde radici del nostro disagio e,a poco a poco,con tanta fatica, RIPRENDERE IN MANO la nostra vita con tutto quello che ciò comporta?
Credo,che questo esempio,in particolar modo,renda meglio l’idea della mia domanda:
Paura o Ancora di salvezza? Paura o Protezione?
Per anni mi sono rifugiata nel mio dolore,per non affrontare tutte le responsabilità che la quotidianità,inevitabilmente,comporta,ma ora,più che mai,mi rendo conto di quanto il mio ‘HO PAURA’non era altro che un alibi prepotente al quale ricorrevo per non crescere,
per restare ferma nelle mie difficoltà,nella mia malattia,nel miei sintomi,che erano sì disarmanti,distruttivi,ma ‘conosciuti,certi,protettivi’ (ovviamente era tutto inconsapevolmente).
Ho capito che non c'è un prima o un dopo,un 'vorrei' o un 'potevo'.C'è un POSSO,UN VOGLIO,'ADESSO' perchè ogni momento è quello giusto per riprendere in mano la propria vita affidandola a chi ci può aiutare davvero,con gli strumenti giusti!
Zaira
PAURA... a cura Elisa S.
Ho ventisei anni e la maggior parte di questi sono stati segnati dalla sofferenza, dal dolore, dalla malattia.
Quando ero piccina avevo solo dieci anni, ho iniziato ad avere i primi sintomi che nascondevano la mia paura di crescere e di affrontare la vita. Sono stati gli attacchi di panico la mia prima modalità di esorcizzare le paure! Il primo attacco di panico fu terribile, pensavo di morire, lo spavento fu tanto che mi segnò per quasi due anni seguenti a quel giorno. Avevo paura di uscire di casa, avevo paura di avere mia mamma lontana, avevo paura di andare in chiesa, nei centri commerciali, a scuola, in discoteca, in treno....ero immobilizzata dalla paura!!! Qualsiasi cosa facevo con o senza mia mamma era terribilmente difficile, ero allerta,non mi dovevo far trovare in preparata ad un attacco di panico imprevisto e improvviso.
C'erano periodi in cui la paura era maggiore e allora non facevo nulla , rimanevo in casa, ero appena una adolescente e mi privavo di stare con i miei amici, di vivere esperienze con loro perchè avevo paura.
Ma gli attacchi di panico venivano perchè io anzichè affrontare le mie paure scappavo e piu scappavo piu questi erano frequenti...era terribile...ero continuamente tesa e impaurita.
Mi portai dietro questa situazione fino ai sedici anni,privandomi di tante cose che i ragazzini di quell'età fanno in maniera spensierata e curiosa.
Fu a sedici anni che inizia una dieta, che sfocio in controllo assoluto sul cibo che ingerivo, sui kili che perdevo, però paradossalmente mi dicevo che stavo bene, gli attacchi di panico non c'erano piu, mi sentivo anche meno impaurita, più aperta alla vita, potevo finalmente recuperare gli anni persi precedentemente a causa delle mie paure.
Falso
Le paure le stavo esorcizzando con il controllo assoluto del cibo, le anestetizzavo e mi illudevo di affrontarle.
Avevo trovato un buon compromesso annullo le paure,intanto dimagrisco, e faccio del mio corpo magro la fonte della mia felicità.
e quanto sarebbe durato tutto questo???
a me durò solo un anno, dopodiché iniziarono le abbuffate di cibo,il vomito, capii che avevo ancora le paure che avevo all età di dieci anni, e inoltre avevo perso il controllo anoressico sul cibo e sul mio corpo, mi rimaneva solo da massacrarmi con il cibo per anestetizzare il piu possibile paure e dolore.
Sei anni di bulimia passati a dribblare le paure per ritrovarmi dilaniata a livello fisico e colma di dolore e paure a livello interiore.
A l'età di 23 anni quando decisi di intraprendere un percorso di cura, ero una donnona a livello fisico che nascondeva al suo interno una bambina che piangeva come fanno i neonati appena escono dal grembo materno e sono a contatto con una nuova Vita.
Avevo un pessimo rapporto con la mia famiglia, amore e odio, dipendenza economica, sensi di colpa, simbiosi materna, Edipo paterno insomma un groviglio di roba allucinante, avevo una dipendenza affettiva, ero incapace di portare avanti la mia carriera universitaria, avevo allontanato da me ogni forma di amicizia, non avevo un lavoro,vivevo da sola sperperando i soldi dei miei genitori. Non sapevo il significato di responsabilità, non avevo idea di cosa volesse significare Vivere e soprattutto Crescere.
Quando intrapresi il mio percorso decisi di mettermi fra le mie mani un libro bianco...e di scriverlo mano a mano che procedesse il mio percorso personale di cura, conoscenza di me, e crescita.
Un po come un bambino quando impara a camminare...passa gradualmente dal gattonare, a stare sulle sue gambe un po tremolanti con l aiuto di qualcuno e poi iniziano i primi passi e poi finalmente si cammina...ecco io questo volevo fare e questo ho fatto….
Ho slegato tutte quelle corde che mi tenevano in modo fittizio in piedi, volevo imparare a camminare da sola, sono partita da terra, con tutte le paure e le ho affrontate piano piano finche non ho imparato a camminare….
Mi ricordo le prime paure nell'ingerire cibo, nello stare con altre persone in socialità, paura di guardarmi dentro, di leggere e comprendere le mie sofferenze, paura di affrontare faccia a faccia le questioni che riguardavano anche i miei genitori, paura di condividere la casa con altre persone e assumermi le responsabilità che stanno dietro ad una convivenza, paura della sessualità, paura di portare avanti gli studi,paura di sentire le emozioni,paura di intraprendere l attività lavorativa, paura di una malattia quale un tumore…
Piano piano le ho affrontate, le ho superate, ripetendomi una frase che ogni qual volta mi trovavo in difficoltà mi dava forza per andare avanti…Il lupo fa piu paura finchè non lo incontri…
Credo che al mondo non esista una persona che non abbia paura, io stessa nonostante ora cammini da sola, a volte piu spedita altre volte un po’ più lenta, ho le miei paure, paure che nascono parallelamente all’andare del corso della vita…ma queste paure non mi bloccano più, queste paure non mi uccidono, queste paure mi danno modo di interrogarmi, di ascoltarmi di comprendermi per rinnovare ogni giorno il mio andare avanti, proseguire, procedere…
Quando scoprii di avere un tumore, nel pieno del mio percorso di cura, mi trovai faccia a faccia con una grande paura.
Avevo da sempre avuto paura degli ospedali, avevo anche passato un lungo periodo nella mia adolescenza a farmi continui controlli medici perché avevo il timore di ammalarmi di un male cattivo e morire…
Per me il mio tumore, è stata un'altra grande prova di affrontare una paura e di riuscire a sconfiggerla…una prova che mi ha insegnato a non arrendersi, a lottare per la vita, e non scoraggiarsi al primo fallimento ma continuare a crederci…ho subito due operazioni perché la prima non andò a buon fine e non mi sono arresa…
Questo è il mio modo per dire…che le paure nella vita ci sono... e se pensiamo che valga la pena affrontarle non ci facciamo impaurire e immobilizzare…non rimaniamo col testa fra le mani a pensare e a ripensare come fare…facciamo utilizziamo le mani per plasmare la nostra opera chiamata Vita.
Elisa
PS. La Paura fa più paura a pensarla che ad affrontarla. ChiaraSol (Grazie Elisa!)
quali sono le tue paure?
.. la mia rinuncia al godimento sintomatico..a cura di Francesca R.
Perché se mi fa stare così male continuo ininterrottamente a ricercare quei picchi di grandissima adrenalina? Perché non posso fare a meno di abbuffarmi?.. Perchè invece di ragionare su quel dolore mi massacro pur di non sentirlo?
queste domande ovviamente non me le sono mai poste nei momenti sintomatici compulsivi o meno perchè l’unica cosa che contava era riempire quel vuoto che non riuscivo a spiegarmi spingere via quel dolore che provava ad emergere ma che io ad ogni boccone soffocavo..
Inizialmente ero talmente persa che navigavo nel dolore, non riuscivo neanche a vedere la parte di godimento che c’era nelle abbuffate tanto da spingermi a rifarlo ancora,ancora e ancora fino allo sfinimento , ero completamente in balia della malattia. Picchi di grandissimo godimento si alternavano rapidamente a picchi depressivi molto importanti tanto da spingermi a rimanere barricata in casa.. anche una semplice passeggiata era impossibile per me.. avevo una chiusura mentale tale che era impossibile qualsiasi cosa, non ci provavo neanche perchè l’unica cosa che avevo in mente era l’abbuffata, vivevo per quel momento di godimento che facevo fatica a lasciar andare facendo si che le mie abbuffate duravano x ore . Messo in luce il grande gioco della malattia è avvenuta la dolorosissima rinuncia al godimento, uno dei sacrifici + grandi che ho fatto, tanto che inizialmente mi sembrava impossibile poterci riuscire proprio perchè ero concentrata al 1000 x 1000 solo sul sintomo e sul godimento che mi provocava non provando + nessun sapore e piacere in nessuna sfera della vita. E’ stato uno dei primi passi per riuscire ad ottenere la lucidità che mi ha permesso di cominciare a ragionare e lavorare davvero su me stessa. Una volta lucida ho cominciato a realizzare le dinamiche che mi hanno portato alla malattia e ho cominciato a sentire quel dolore che ho soffocato x anni, ma passo dopo passo, dando grandissima importanza ad ogni singolo avvenimento e a come io lo avevo vissuto mi sono concessa di ascoltarlo, nel tempo di metabolizzarlo e digerirlo.
Ci vuole tempo, tanto tempo perché alcuni avvenimenti traumatici possano essere compresi però con le giuste tempistiche che sono assolutamente personali tutto si supera.. piano piano si riacquisisce padronanza in tutte le sfere della vita e il sintomo ma soprattutto quella vita senza nessun sapore ne colore rimane solo un ricordo.. che però mi guardo bene dal dimenticare perché fa comunque parte di me e dimenticarlo sarebbe come cancellare una parte di me.
GRAZIE. Francesca R.
TI TROVO SU FACEBOOK? a cura di Giulia Pascucci
“Ti trovo su fb”?, “hai fb”?
Ultimamente sono frasi che ho sentito ripetere molto spesso e se rispondi NO sei tagliato fuori!
Proprio l'altra sera ho conosciuto un ragazzo che mi voleva lasciare il suo indirizzo mail e io, in tutta risposta e anche con una piccolissima vena provocatoria, gli ho lasciato l'indirizzo del mio domicilio: beh,non ha colto...!!!
Ho ventisei anni e ho il mio profilo facebook ormai da qualche anno. Non ricordo esattamente come cominciò ma so che mi adeguai alle scelte dei miei amici e loro avevano scelto di essere su un social network. Per molto tempo ha anestetizzato le mie giornate che scorrevano tra una “home”e l'altra; dovevo sapere tutto di tutti. Era la mia culla, il mio amico e compagno. Non potevo perdermi un post, non potevo non postare la frase o la foto più sconvolgente. Scorrevo le pagine sentendomi un'emarginata, provavo ad inserirmi in alcune conversazioni ma sempre in modo sterile; d'altronde ero la prima a non mettermi in gioco. Ero online 24 ore su 24 ma non ero veramente presente. Volevo stupire, volevo approvazione e se non avevo consensi con “mi piace” ai miei link mi sentivo una fallita. Quel “mi piace” lo vivevo come un va bene da parte dell'altro. Come con la televisione assorbivo tutto come una spugna senza nemmeno pensare alla portata di ciò che pubblicavo.
Essere su fb mi faceva sentire di essere parte di qualcosa di grande ,come se tutta la mia vita fosse li. In effetti, allora, una vita vera non l'avevo. Online potevo essere quella che pensavo l'altro volesse che fossi. Ricordo nitidamente conversazioni in chat in cui infilavo doppi sensi in ogni dove; era facile farlo attraverso uno schermo, la difficoltà era dover mantenere quel ruolo di persona. E anche le foto; di quelle si che dovrei fare un po' di pulizia. Ne ho tantissime che hanno fermato il tempo in quelle serate “da sballo” in cui farsi immortalare con il bicchiere in mano mentre sfoggi il tuo miglior sorriso ti rende una persona felice, che si gode la vita ma, chiaramente, solo agli occhi altrui. Perchè è questa la magia, è questo il gioco: potersi mettere una maschera che pian piano diventa parte di te perchè è socialmente riconosciuta ( almeno per me è stato e a volte ancora è così). Per non parlare poi della gara, assai triste, di chi ha più contatti. Perchè più contatti hai più vali, più si alza quel numero e maggiormente cresce la tua popolarità. Questo mi ripetevo,questo pensavo di me; aggiungendo “amici” alla mia lista avevo la netta sensazione e convinzione di poter far parte della loro vita rimanendo però nell'ombra...era come spiare dal buco della serratura; pensiero che mi portava solo della gran frustrazione perchè a dei silenzi io associavo la non accettazione altrui.
“FACEBOOK TI AIUTA A RIMANERE IN CONTATTO CON LE PERSONE DELLA TUA VITA”, ma quanti membri di quella lista fanno realmente parte della vita che viviamo? Io se mi armassi di pazienza e coraggio ridurrei notevolmente il numero della mia...
Diciamo la verità, i rapporti si costruiscono vivendoli in prima persona e non per via telematica. Purtroppo,predico bene e razzolo male perchè per molto tempo mi sono adagiata su una tastiera pensando che quella bastasse a costruire un rapporto,un'amicizia,una complicità. Pensiero molto comodo e alibi perfetto; perfetto perchè attraverso la rete tutto è più facile: le emozioni sono filtrate da uno schermo o suggerite da un 'emoticon, non trasmesse, non sentite e comunicate realmente.
Oggi e con nuove consapevolezze ripeto che i social network sono uno strumento del male. Mi fa sorridere questa dicitura perchè male è l'utilizzo che se ne fa. Mi sto affacciando realmente solo ora al mondo delle relazioni, di qualsiasi tipo siano: tutto ciò mi spaventa, mi fa sentire incapace ma allo stesso tempo mi fa sentire viva nello scoprire l'altro, me e l'altro con me. Ma ricaderci è molto facile...giusto una settimana fa ho usato fb nel modo peggiore. Proprio in questo periodo di cambiamenti sono andata a ricercare le certezze del passato che, alla fine, del tutto certo non era. E così via, tra home e foto di ex fidanzati che ritraggono gli sguardi e i baci che ora sono destinati ad altre. Quelle stesse persone che poi contatti via chat ma che eviti accuratamente quando le incontri per strada per non lasciar trasparire nessuna emozione che quello sguardo e quella vicinanza ti provoca.
Non condanno i social network a priori perchè ritengo che siano un mezzo con un gran potenziale, se usati con criterio.
Mi chiedo: perchè si ha bisogno di comunicare solo attraverso uno schermo dove le probabilità di fraintendimento si moltiplicano enormemente? Le più grani discussioni le ho avute in chat dove potersi attaccare ad una virgola sbagliata era per me molto facile. L'altro doveva capire il mio stato d'animo attraverso il tono di voce nascosto nelle parole e non espresse verbalmente. Ma la comunicazione? Quella vera intendo; il tono, lo sguardo, la postura, la gestualità, perchè perdersi tutto questo?Oddio, io penso che possa essere molto utile come primissimo approccio, soprattutto per chi come come me ha una gran facilità a driblare l'altro..Ok,e poi? Perchè oggi si ha tutta questa necessità di mettere tanta distanza tra due persone?
Giulia Pascucci
Tanto Ormai...........
Ringrazio Martina per aver scritto questa riflessione… nella malattia tutti conosciamo questa espressione: a partire dal sintomo fino ad arrivare al modo di vivere in tutte le sfere … è la sindrome del TANTO ORMAI.
Ad esempio… se nella mia testa lo schema consentito dei biscotti che posso mangiare è 3, qual ora “inavvertitamente” ne mangiassi appena un piccolo pezzettino in più SCATTA il massacrante tanto ormai!
Tanto ormai ho rotto lo schema e posso continuare, anzi devo…
Oppure ancora:
Tanto ormai non valgo nulla e a che serve dimostrare a me e agli altri il contrario
Tanto ormai sono grassa…
Tanto ormai non mi sono alzata dal letto oggi, al limite lo farò domani, ma poi perché farlo… TANTO ORMAI!!!
Tanto ormai!
Tanto ormai!
E’ come dire TANTO ORMAI a che serve lottare!?!?! ChiaraSole

Ci sono stati giorni i cui mi sono sentita al limite, alla fine, senza possibilità. Costretta e incarcerata dentro le sbarre nella mia testa, e non c’ era luogo in cui poter trarre respiro. Mi sentivo vecchia, a qualunque età perché tanto ormai non c’ era niente da fare se non spingere off..trovare un pulsante magico che spegnesse la macchina, per farla tacere. Non sapevo che strada percorrere, perché nessun tentativo fino a quel momento aveva davvero dato senso al mio dolore, che si accumulava e mi faceva arrivare a pensare che tanto ormai non potevo fare altro per proseguire, senza distruggermi così. Ma era da sola che non riuscivo a fare altro, né con l’aiuto di chi mi stava attorno.
Ci siamo sentite tutte sul punto di lasciar cadere ogni speranza, ma ciò è uno dei tanti meccanismi che ci permetteva di rimanere nel giro in cui sprofondavamo. Nell’ infinito dolore e disperazione, in ognuno di noi, anche se non lo si avverte sul momento, c’ è una speranza che davvero possa cambiare la situazione, un disperato tentativo di richiesta di aiuto, perché nessuna di noi vuole davvero non vivere.
Sappiamo ad un certo punto che per cambiare, dobbiamo per prime affidarci e decidere di metterci in discussione e, rinunciare ai meccanismi che da sempre ci hanno cresciute e accompagnate. Purtroppo siamo dipendenti da quei meccanismi, perciò anche se fanno male, non riusciamo a staccarcene, perchè ci riempiono, ci danno sicurezza e quasi sempre ci fanno provare piacere, adrenalina, senso di onnipotenza, anestesia..
Non è vero che non si può uscirne, mai e per nessuno è impossibile o è scritto o è certo. In qualsiasi momento, a qualsiasi età, ci si può risollevare, non è davvero mai la fine, anche se la si prova, come senso di disperazione totale.
martyy
Piacere... mi chiamo Francesca! non è impossibile arrivare al benessere!
Mi chiamo Francesca Romualdi, vengo da Terni e ho 29 anni, sono arrivata a Mondosole nel Febbraio 2010 inconsapevole di quello che poi sarebbe stato il mio percorso scoraggiata anche dai miei tentativi di cura precedenti non riusciti, non credevo assolutamente si potesse guarire da questa tipologia di malattie ma solamente conviverci invece, una volta fatto il colloquio con Chiara, ho ritrovato quel filo di speranza che mi diede la forza di tentare di nuovo, grazie alle sue parole, allo sguardo di chi sa cosa significa vivere nel buio per tanti anni.
Soffro di disturbi alimentari da tanti anni, inizialmente emersi con l’anoressia, successivamente evoluta in binge, accompagnato sempre da una fortissima iperattività ma tra alti e bassi ero sempre andata avanti fino a quando pochi mesi dopo aver realizzato quello che reputavo il sogno della mia vita, l’obiettivo da raggiungere per avere la serenità, ed essermi sposata, sono crollata, non reggendo una situazione che era più grande di me.. io ancora “bambina” non sono riuscita ad affrontare una vita adulta.
Con il trascorrere dei mesi del percorso ho capito come il sintomo fosse in realtà solo la punta dell’ iceberg, la parte superficiale, evidente che però racchiudeva un mondo ed ho imparato anche a concepirlo come un campanello di allarme nei momenti più difficili.
Tante sono state le motivazioni, gli incastri, le sfumature che mi hanno portato a manifestare il mio disagio tramite i sintomi partendo dalle mie epilessie.. mai accettate, mai volute, sempre rifiutate.
All’età di 10 anni, il giorno dopo del mio compleanno, ebbi la prima grandissima crisi epilettica tanto da svenire e non riprendermi per tanto tempo, i miei genitori mi portarono di corsa in ospedale e da quel giorno cominciò il calvario per trovare una cura adatta alle mie epilessie,le attenzioni non mancavano, sono stata super protetta e trattata come una bambina “diversa” almeno io l’ho percepito così, tanto poi nel tempo da farmi sentire perennemente non in grado di fare niente da sola, di dover avere sempre qualcuno che mi accudisse di conseguenza il senso di inadeguatezza e di inferiorità. In realtà poi ho capito anche quanto a parole dicevo di non volerle quando invece nei fatti le usavo per ricevere attenzioni e facilitazioni.
I miei genitori non sono stati mai un’autorità per me in quanto ogni cosa che io chiedevo la risposta era si perchè io ero “malata”, una volta entrata nel mondo del lavoro a causa di questo però ho fatto molta fatica ad accettare di avere dei doveri, di dover rispettare delle regole, di non poter fare di testa mia come ero stata sempre abituata a fare.
Come per tutti anche per me la mia storia personale ha influito moltissimo sulle mie scelte sentimentali andandomi a cercare persone che non mi volevano o non mi dimostravano il bene che mi volevano e io le inseguivo allo sfinimento come ho sempre inseguito mio padre, essendomi sempre sentita in secondo piano rispetto a mio fratello che lo vedevo prediletto da mio padre.
Ora sento di stare bene e di aver cominciato già da un po’ a far pace con me stessa avendo anche le idee molto più chiare sul mio vissuto e su tutto ciò che i vari sintomi andavano a tappare, concedendomi la possibilità di vivere le emozioni belle o brutte che siano senza cercare di gestirle ma semplicemente accogliendole.
Mondosole mi ha aiutato anche a costruire un rapporto sano e maturo con mio marito visto che fino ad oggi è stato inquinato da troppi fattori derivanti dalla mia malattia e da alcune sue situazioni personali che però stiamo affrontando insieme.. la nostra coppia è veramente rinata o forse nata per la prima volta dopo l’inizio di questo meraviglioso percorso.
Ovviamente il mio cammino non finisce qui, molte cose sono cambiate in tutte le sfere della vita ma ovviamente alcune sono ancora in fase di “digestione” e metabolizzazione, ma il passo + importante è stato concedermi di cominciare a vivere. GRAZIE Francesca R.
IO NON GUARIRO’ MAI..
Di ChiaraSole Ciavatta in MondoSole- prevenzione e cura di anoressia bulimia binge -www.chiarasole.it
L’unica costante che scandiva le giornate era la mia malattia, la mia compagna di vita, la mia migliore e peggiore amica la quale non mi avrebbe tradito mai con tutti i nostri rituali che erano costantemente certi nella loro drammaticità..
La convinzione di poter controllare tutto e soprattutto tutti..
intere giornate passate a vomitare con l’immancabile musica di sottofondo:
TANTO IO NON GUARIRO’ MAI.. Quante volte ho ripetuto questa frase..quante volte sono stata convinta che quello sarebbe stato il mio destino.. malata di disturbi alimentari, è questa la mia identità, dicevo.. tra periodi che alternavano l’anoressia con il rifiuto del cibo in cui ogni giorno era identico a quello prima, il contar le calorie, escogitare come poter saltare i pasti cercando di evitare l’ennesima litigata con i miei genitori, alla bulimia in cui il tempo era un’ossessione..correre a comprare il cibo presa da una compulsione fortissima,al mangiare voracemente rischiando spesse volte di strozzarmi,al correre in bagno a vomitar tutto fuori fino a farmi uscire il sangue,dovevo ripulirmi di tutto ciò che il mio stomaco aveva ingerito,dovevo ripulirmi dopo essermi” sporcata”, dovevo gettar fuori quella rabbia che sentivo dentro e che nessuno,credevo allora,avesse mai potuto capire. Dopo pranzo,le poche volte che lo facevo costretta dai miei genitori,ricordo le fughe a comprare altro cibo perché ormai avevo iniziato,avevo ingerito anche quel pochissimo che sicuramente mi avrebbe fatto ingrassare,doveva essere per forza o tutto o niente..così dopo il rituale quotidiano distrutta dalla stanchezza mi addormentavo prima di riniziare. Molte volte capitava che mentre dormivo mi svegliavo di soprassalto dai crampi e con il terrore di dover andare a vomitare,ma dopo la gran corsa verso il bagno mi rendevo conto che non avevo ingerito nulla..quel terrore mi perseguitava,quella fretta e voracità..avrei calpestato chiunque avesse interrotto o ostacolato la mia abbuffata perché nessuno poteva capirmi. Intanto le persone attorno a me provavano in tutti i modi a farmi render conto del male che mi stavo facendo ma io continuavo a ripetermi che nessuno mi avrebbe mai potuto capire,che ero sola in tutto al mondo e che tanto non sarei mai guarita.. Ricordo un giorno di 5-6 anni fa quando mia mamma mi chiese di accendere il televisore per guardare una trasmissione in cui era invitata ChiaraSole..non la conoscevo ancora ma il primo pensiero che mi circolò nella testa fu:<<figurati,questa cosa ne può capire,è facile parlar così..per me è tutto diverso>>. Dentro di me sapevo che le parole dette da Chiara erano le stesse sensazioni che io provavo tutti i giorni da anni,ma forse era più “semplice e comodo” credere che non era così..la convinzione che solo per gli altri le cose si possono risolvere,gli altri possono mangiare, divertirsi, vivere, a me invece non era concesso.
Ho provato vari percorsi ma sebbene tutti mi abbiano lasciato qualcosa nessuno è stato risolutivo, forse era il posto sbagliato e soprattutto nel momento sbagliato..sino a tre anni fa quando incontrai ChiaraSole..fu la prima volta che io decisi da sola di intraprendere un percorso..Non è stato facile mettersi nella condizione di iniziare veramente affidandomi alle persone a cui avevo chiesto aiuto e perdendo man mano quelle autoconvinzioni e quell’onnipotenza che fin lì mi avevano aiutato ad andare avanti.
Ho portato rabbia, dolore, odio, amore e nel tempo tutto è diventato consapevolezza di me e del mio vissuto, capendo da dove venivo. Non devo certo essere io a dirvi quanto è difficile portare il proprio sentire, ricordo quanti pianti nel raccontare le mie emozioni che senza sintomo giorno per giorno riemergeva da dentro me.
Dopo un po’ mi son resa conto che quel controllo che io credevo di avere non esisteva, ma che anzi era la malattia, quella che io consideravo la mia migliore amica, che controllava me e la mia vita.
Oggi faccio tesoro del mio passato e sono orgogliosa del mio presente..e tutti i giorni mi godo la calma del consumare il mio pranzo in compagnia, sentendo la vita che circola nel mio stomaco e la libertà di poter prendermi un caffè con le mie amiche, andare al mare, studiare senza l’affanno di dover correre per scappare dalla vita e da tutte le sue emozioni (belle e brutte).
Giusy.
Valentina
G. ho cercato di mangiare il mio dolore e mi sto
saziando con la vita
Vuoto e solitudine sono le parole che più hanno
accompagnato la mia vita e il mio vocabolario da che io
abbia memoria. Il cibo è sempre stato qualcosa che mi
riempisse, colmasse il vuoto, mi sfamasse, anche se la
mia fame non voleva cibo, ma altro… Ho ingoiato dolci e
tutto quello che trovavo, ma avrei voluto un bacio, un
abbraccio, una carezza per non sentire quel vuoto, per
non sentirmi sola, anche se sola non ero… Io piccolo
esserino fragile e sensibile da bambina, mi sono
travestita da donna forte e coraggiosa da grande, in
realtà dentro mi sono sempre sentita quella bimba
indifesa bisognosa di essere protetta.
Già dalle elementari il cibo non mi bastava e spesso mi
arrampicavo di nascosto sul tavolo della cucina per
rubare le merendine dalla dispensa.
Intorno ai
14 anni poi mi imposi una dieta rigidissima nel
tentativo di tenere "sotto controllo" il mio corpo che
cambiava... E fu l'inizio del tunnel!
Gli anni delle superiori li ricordo come un buco nero di
sofferenza...
mi sentivo protetta e a mio agio solo fra le pareti
domestiche.
Giorni di restrizione alimentare si alternavano ad
abbuffate compulsive, tante ossessioni, tantissimo
studio, tanti pianti e isolamento, tanti ragazzi in
testa, storielle, nessun grande amore...uscivo spesso
con mia mamma, in vacanza andavo con i miei genitori, e
intanto facevo viaggi studio all’estero perché qualcosa
premeva affinché me ne andassi via. Così dopo la
maturità mi trasferì a Londra. Amici e parenti
guardarono alla mia scelta come grande atto di coraggio
e forza, in realtà fu un puro tentativo di fuga da me
stessa.
Lì vissi la prima esperienza infernale: continui
attacchi di compulsione feroce, mai provata prima, un
violento bisogno di cibo, che devi fare tuo e poi
trattenere dentro: il Binge. In due mesi presi oltre
20kg…Furono momenti di vera solitudine, in cui il cibo
mi sfamava, mi teneva compagnia, mi consolava ed
rappresentava l'unica fonte di piacere, nonostante i
forti sensi di colpa. Dopo quasi un anno tornai a casa
sfinita, ma non dissi niente a nessuno, anche per il
peso di dover soddisfare delle aspettative di
perfezione, di non dover mai fallire, non dare ulteriori
problemi in famiglia.
Negli anni successivi il dolore ha trovato poi la sua
forma nella Bulimia... E io vivendo con la valigia
sempre pronta per partire,
per provare a
trovarmi e intanto allontanarmi sempre più dal mio male
interiore, per
mettere delle distanze geografiche fra me e questa
malattia che intanto mi divorava.
Ho fatto esperienze emotivamente forti per darmi prova
che la mia non fosse vera sofferenza, che non avessi
motivo né diritto di stare male, anche se il dolore
cresceva dentro di me e si preparava a diventare un
vuoto incolmabile. Il cibo é stato in tutti questi anni
un rifugio, un potente anestetico per la mancanza di una
mia identità, annullando il tempo, riempiendo occhi,
bocca e pancia fino a stare male... Quando ero
lontana però i sintomi si
facevano sempre più feroci di quando stavo a casa.
Questo, ho capito poi, che rappresentava la mia volontà
di strappare il cordone ombelicale materno e da altre
dinamiche malate. Ma era talmente doloroso e faticoso,
che preferivo tornare nel nido familiare, che ritenevo
mi avesse comunque difeso dal tanto temuto mondo esterno
e che non riuscivo ad affrontare lontana dalle mie
certezze sintomatiche.
Negli anni dell'università cercai di costruirmi una vita
sentimentale al fianco di un ragazzo di cui ero
innamorata, ma fu
una delle mie più forti dipendenze e anestesie. La
fusione fu totale perché ci legava un filo malato. Ci
eravamo riconosciuti nella sofferenza di anime sole, che
insieme pensavano di poter trovare la forza per
affrontare il mondo. Ma
dopo cinque tormentati anni di
continui conflitti,
riuscì a mettere fine a questa storia fatta di amore,
passione e dolore. Ma proprio questa rottura mi gettò
nella disperazione totale, facendomi comprendere che
avevo bisogno di aiuto.
E il
destino aveva voluto portarmi a vivere a Rimini, proprio
di fianco alla sede di MondoSole, dove entrai
spaventata, in punta di piedi. Ma ad accogliermi c'era
un luogo pieno di luce, calore e ragazze come me.
Lungo il percorso ho dovuto affrontare tutte le mie
paure, accogliere la rabbia, oppormi alle resistenze e
sentire la sofferenza che i sintomi avevano cercato di
mettere a tacere, per capire quali dinamiche mi avessero
accompagnata lungo la crescita e perché mi fossi
rifugiata in rapporti di dipendenza, odio e amore,
rifiuto e abuso, fatti di troppo o niente con cibo,
ragazzi, sesso, sport, studio, alcool, lavoro e amicizie
e ho avuto bisogno di sintomi, ossessioni, barriere,
ordine, schemi… Ho toccato limbi di non-vita e apatia
senza accorgermene, picchi depressivi, di buio dove
speri solo che tutto finisca, passando per eccessi di
alcool e sballo, stati di euforia totale, tutto nel
tentativo di anestetizzarmi, di non sentire il dolore
che spingeva dal profondo!
Ma ora so perché: io avevo fame di essere voluta,
desiderata, scelta ed é una fame vorace che non é mai
sazia, perché né il cibo, né qualsiasi altro oggetto,
avrebbe mai potuto soddisfare quel bisogno così arcano,
che aveva radici lontane nella mia storia, e che ho
dovuto riconoscere e capire per legittimare il mio
dolore e trovare la forza dentro di me per essere oggi
una donna in cammino verso la propria libertà.
Oggi, grazie al percorso di crescita intrapreso e alle
persone meravigliose incontrate, sono una persona nuova,
che ancora ha tanto da scoprire su di sé e il rapporto
con gli altri, ma non ho più paura di affrontare la
vita, con le sue insidie e l'infinita varietà di
emozioni che può offrire ogni giorno. Ho un lavoro
gratificante, amiche sincere e un nuovo amore con cui
faccio progetti per il futuro.
Con la mia testimonianza ringrazio ancora le persone che
mi hanno accompagnato fino a qui, anche se tante di loro
ho la fortuna di viverle nel quotidiano.
A chi la legge invece, auguro che possa trovarci la
speranza di pensare che tutti hanno diritto alla
felicità e… la felicità è reale solo se viene condivisa!
Il mio rapporto con gli uomini... dopo gli abusi infantili subiti!
Di ChiaraSole Ciavatta in MondoSole- prevenzione e cura di anoressia bulimia binge -www.chiarasole.it
Ho deciso di provare a mettere nero su bianco tanto dolore vissuto con la speranza che questo possa servire a tutte le persone che hanno vissuto il mio stesso dramma a non sentirsi "aliene", a non sentirsi "sporche" e a voler trovare la forza per uscire dal tunnel del "è colpa mia, me la sono cercata io".
Se dovessi definire il mio rapporto con gli uomini direi che è sempre stato un disastro: sin da piccola cercavo disperatamente di piacere a mio padre, ero disposta a tutto per essere come lui voleva che io fossi ma tutto ciò che ho fatto non è mai servito a nulla, ai suoi occhi non era mai abbastanza e solo ora ho capito che non lo sarà mai perchè in realtà il problema non è mio, è lui ad avere una concezione sbagliata dell'essere figlia e più in generale dell'essere donna. Per mio padre la donna è un oggetto e come tale deve essere trattata, un oggetto privo di identità e di capacità di intendere e di volere.
Naturalmente questa sua concezione non poteva non ripercuotersi all'interno della famiglia, con la conclusione che la mia mamma era una donna-oggetto che pur volendomi un mondo di bene mi ha trasmesso la convinzione errata che nella vita la donna deve sempre subire la volontà dell'uomo perchè non potrà mai essere alla sua altezza e mio fratello invece ha scelto di fare di me il suo oggetto dei desideri sessuali...dall'età di 7 anni sino ai 15 circa ho subìto i suoi abusi... da adulta credevo che ormai era passato tutto quell'orrore, che era superato, ma in realtà avevo provato a nasconderlo, a dimenticarlo, solo per difendermi...in realtà non avevo rimosso un bel nulla e ne è la prova il mio essermi ammalata di DCA, dall'anoressia alla bulimia..può sembrare strano, assurdo, ma oggi io ringrazio Dio per essermi ammalata e per aver patito quelle pene dell'inferno perchè solo "grazie" a questi che sono i sintomi sono riuscita a risalire alle vere cause...e se ci sono riuscita è solo perchè un giorno ho deciso di abbattere quel muro del silenzio, di "tradire" mio fratello svelando quel segreto che, a detta sua, non avrei MAI dovuto dire a nessuno perchè la colpa sarebbe stata solo la mia. Così un giorno, armandomi di un coraggio infinito svelai tutto a ChiaraSole, tutto d'un fiato e senza mai guardarla negli occhi, con le gambe che mi tremavano e con il cuore che andava a mille per la paura di sentirmi dire quel "è colpa tua" che tanto temevo...quando alzai gli occhi "stranamente" non vidi Chiara arrabbiata ma ricevetti da lei un abbraccio che mi disse più di mille parole e da quel momento cominciai a capire che quello che sino ad allora non poteva essere detto DOVEVA invece essere detto...è solo dicendo il non detto che si può arrivare alla libertà...ed io pian piano quella libertà l'ho raggiunta e continuo a raggiungerla ogni giorno di più.
Sono anni che non ho sintomi alimentari.
Non è stato semplice e non lo è, chi è vittima di abusi infantili, specie se intra familiare, tende ad avere una visione del tutto diversa di quello che è il reale e normale rapporto con gli uomini e se non si decide a voler rivalutare le proprie convinzioni si rischia di restare intrappolate per sempre in quel vortice di sensi di colpa e del dover necessariamente punirsi.
Ne è la prova che 11 anni dopo, quando ormai avevo tutto "dimenticato", all'età di 26 anni quell'orrore si è ripresentato, in veste diversa e ancora più distruttivo forse: stavolta c'era lo zio "buono" che ricopriva di attenzioni la propria nipotina rimasta completamente sola, lo zio che diceva che non avrebbe mai abbandonato la propria principessa, lo zio che per la prima volta la faceva sentire AMATA e non sola, lo zio che per starle vicino in quel momento così brutto della sua vita la ospitò a casa sua per una settimana...lo zio che per l'intera settimana abusò di una donna che ormai era morta dentro e che non aveva altra via di uscita se non che essere "riconoscente" all'unica persona che non l'aveva abbandonata...
Caspita quanto dolore e quanto schifo che continuava a ripetersi anche con gli uomini che si succedevano solo per il "gusto" di punirmi e affermare a me stessa che avevo meritato tutto quello...adesso però ho capito...intanto ho capito che non mi fanno più paura perchè in realtà loro non sono uomini "forti", sono solo dei deboli, estremamente deboli e vigliacchi che non conoscono altro modo per affermare il loro pseudo potere e poi ho finalmente capito che non è mia la colpa di tutto quello che mi è successo, non so nemmeno se esiste un colpevole e non mi interessa nemmeno trovarlo, io sono stata la vittima di un sistema familiare estremamente malato, un sistema al quale ho deciso di dire BASTA...
Grazie a questa mia scelta ho conosciuto un uomo che mi rispetta e che mi dà valore in quanto donna e non in quanto femmina, non so come andrà con quest'uomo, se avrò o meno una relazione con lui, io ho deciso di rispettare i miei tempi e lui continua ad esserci e ne sono felice di questo, ma la cosa che mi rende ancora più felice è la consapevolezza che da oggi in poi gli uomini che staranno al mio fianco saranno Uomini e non “maschi brutali”.
Chiara un abbraccio dal profondo del mio cuore...grazie a te e a tutte voi amiche mie per avermi restituito alla vita!
V.
Cara V. un abbraccio a te e Grazie!!! ChiaraSole
Una "vecchia" conoscenza... ma sempre presente....
Di ChiaraSole Ciavatta in MondoSole- prevenzione e cura di anoressia bulimia binge -www.chiarasole.it
.... mi ha appena scritto questo:
MondoSole....
no meglio Roma...casa di mia madre ...televisione sintonizzata su un canale a caso...io che mi preparo all'ennesima autodistruzione giornaliera ...una frase: SE NE ESCE MA NON DA SOLI!! !la mia testa che... mi urla contro chi sta dicendo quest'emerita stronzata????chi è la voglio vedere in faccia....mi siedo ascolto ...sento qualcosa che non è richiamo di cibo... è dolore... dolore dilagante ,lacrime gelate sul volto... una persona bella (da non poter guardare lo schermo ...fa male ...sorride ....ha dei colori nei vestiti che porta un giallo , un tailleur ....) che parla una lingua che conosco ... che in pochi utilizzano... mi sembra di conoscerla .. .(mai vista prima)..
ChiaraSole si chiama ...diffido ...come mio solito solo io Sono e Posso ...tu che ne sai ,mi dico...continua a parlare ...èun medico mi dico ...e' l'ennesimo medico da dieta e che non cpisce un cazzo di quello che provo....continua ChiaraSole nel suo racconto...continua con una voce decisa piena di vissuto ...ma non la posso sentire non la Voglio sentire...torno in cucina ...Alda D'eusanio che dice: Chiara tu sei reperibile in qualsiasi momento vero??? E Chiara che conferma le sue parole ....ritorno in sala dove c'era la televisione...la continuo a guardare ...fa un appello ...eccomi qua scrivo ... 29/07/2011 sono passati 5 anni da quel gg .... 5 anni dal mio primo sms a ChiaraSole ...:''grazie anche se non sono nessuno'''5 anni dalla sua prima risposta nessuno puo' dire di non essere nessuno Avanti tutta!!!!! Oggi ho 30 anni ho sofferto di tossicodipendenza e bulimia dall'eta ' di 10 e 15 anni ...varie comunita' ,varie terapie ...ho provato tante strade ma il mio motto era sempre e solo :devo smettere subito...smettero' di vomitare da Lunedi' ,da domani ....non mi sono mai voluta affidare ...non credevo in nessuno..non volevo credere in niente se non a massacrarmi perchè ,per me,era l'unico modo per pagare i Miei scotti della vita :L'adozione ,le violenze sessuali e il mio essere omosessuale ...Ad oggi sono una donna consapevole che sono stata adottata e non RIFIUTATA e basta ,che purtroppo come tante di noi è incappata nello schifo degli abusi sessuali (e che non era una giusta punizione al suo essere donna ma un dramma che le donne vivono perchè ci sono degli uomini BASTARDI)...sono omosessuale e innamorata della persona che ,finalmente,ho potuto scegliere ...si insomma non mi sono accontentata ...Sono una persona in grado di uscire trovarsi in mezzo alle persone ...vado al cinema senza attacchi di panico ed ho scoperto cos'è il gusto del cibo...Ad oggi posso solo dire a tutte voi che non credete a nessuno e anulla che se ne esce....ALL'INIZIO DOVETE NECESSARIAMENTE AFFIDARVI...sara' difficile dolorosa ..in alcuni momenti forse anche piu' del sintomo stesso....ma c'è in ballo la Vita...si la vostra vita....quelle ore che disprezzate ,odiate perchè o passano troppo in fretta o vanno troppo lente...quelle domeniche interminabili perchè a casa ci sono tutti e contestato se esci perchè sanno che fai il giro delle rosticcerie ,vai a frugare nei cassonetti e vomiti ovunque...si proprio questa vita tanto odiata una volta raggiunta la serenita' e la stabilita' sara' la vostra ancora... sara' il motivo per cui sorriderete come delle imbecilli per un abbraccio ...sara' il momento in cui saprete distinguere le emozioni dentro vi...Saprete cos'è l'Amore in senso lato ...posso solo dirvi di usare questo gruppo per finalizzarlo alla vostra guarigione e non come competizione per chi mangia di piu' o pesa di meno....ALTRIMENTI NON HA MOTIVO DI ESISTERE ..... una abbraccio a tutte .... Chiara tu sai ..... Na...
PS ti ringrazio molto carissima... ci siamo salutate tanto tempo fa e queste parole mi riempiono il cuore! ChiaraSole
cosa si può fare per una persona che
SOFFRE di disturbi alimentari?
(RIVOLTO A FAMILIARI
AMICI E PARENTI)
Come
sappiamo bene è molto doloroso vivere quel senso di
soffocamento che provocano i sintomi
alimentari, ma vivono grandi sofferenze anche tutte
quelle persone che vivono accanto a chi porta il sintomo
evidente. Ricevo molte e-mail di amici, fidanzati, mariti,
genitori, insegnanti disperati che mi chiedono consiglio su
come poter aiutare il proprio caro che rifiuta ogni tipo di
aiuto
Per loro qualche consiglio può tornare
utile.
In linea generale io credo che sia
importante non parlare (con la persona che soffre di sintomi
alimentari) di quelli che sono gli oggetti sintomatici delle
sue ossessioni, cioè: cibo e corpo.
Perché tramite cibo e corpo vengono
comunicati inconsapevolmente messaggi emotivi molto
complessi (richieste affettive, colpe, rabbia, ecc), che in
assenza di un mediatore competente in materia vengono
fraintesi o interpretati secondo l’umore del momento,
creando forti litigi.
Va ricordato infatti che chi soffre di
un disagio alimentare pensa al cibo e al proprio corpo solo
da un punto di vista emotivo e non razionale, mentre chi non
ha questo disturbo ovviamente parla del corpo in modo
razionale, secondo il comune buon senso medico ed estetico,
e questi due livelli interpretativi sono opposti. Sul piano
emotivo infatti, a differenza del livello razionale, non
viene desiderata una bellezza sana o una condizione di
benessere, ma il contrario. Cioè può esserci il desiderio di
apparire malata, di essere visibilmente sottopeso o comunque
non in salute. E’ un fenomeno peraltro già noto nelle
tendenze di moda dell’abbigliamento, in cui i movimenti
giovanili controcorrente usano codici negativi (teschi,
strappi, ecc), per comunicare la loro rabbia e delusione,
non riuscendo a tradurla in parole dialettiche e parlarne in
modo adulto.
Dunque un confronto di desideri (quello
razionale del genitore contro quello emotivo della persona
ammalata) non porta a nulla di utile, anzi allontana le due
generazioni, ognuna convinta dell’incapacità dell’altra di
ascoltare le proprie ragioni, e crea continui litigi, di
solito ad ogni pasto ed ogni volta che si parla di corpo,
abiti, taglie, o che si rimarca la magrezza eccessiva
sperando che la figlia/o ammetta l’esistenza del problema.
Dunque è bene, dicevo, evitare di
parlare di cibo e corpo, non imporre un certo corpo o un
certo cibo, ma spostare la discussione su altri temi: in
particolare sugli sbalzi umorali che inevitabilmente saranno
presenti in chi soffre di un sintomo alimentare. Parlare dei
cambi d’umore, cercare di comprenderli, di interrogare
quelli invece del corpo.
Perché se il corpo è pensato come
intoccabile (come un feticcio sacro che la persona riesce a
controllare e a piegare al suo ideale anoressico, almeno per
un periodo di tempo iniziale), l’umore invece è ciò che
certamente sfugge al suo controllo, gli fa fare e dire cose
di cui poi si pente, provando vergogna e senso di colpa. Su
questo tema vale la pena portare la conversazione, alla
ricerca di una alleanza per risolvere questo problema.
Convincere a parlare con uno psicologo per il problema
dell’umore (e dei suoi effetti devastanti nei rapporti con
genitori, amiche, fidanzati, colleghi, ecc), può essere un
buon modo per far iniziare una cura, aggirando il timore
dell’argomento corpo e cibo (cioè aggirando il timore che
una cura faccia “ingrassare”, per dirla come la pensa una
ragazza anoressico-bulimica).
Inoltre la persona vicina a chi soffre
di disturbi alimentari può dare affetto e sostegno, ma non
diventando la spalla su cui piangere in ogni istante, perché
in questo modo chi soffre confonderebbe questo aiuto con una
vera cura che deve essere sempre portata affidata ad un
professionista specializzato in questa stessa patologia,
senza inventarsi cure o diete fai da te.
Inoltre non va sminuito o deriso il dolore di quella
persona.
Infine, se anche la persona che ha il
sintomo alimentare non lo ammette e proprio non si vuole
curare, neanche per motivi terzi (sbalzi d’umore, sensi di
colpa, ecc), il genitore può comunque chiedere una propria
consulenza, in cui andare senza la figlia/o, per farsi
consigliare e aiutare a capire cosa cambiare nel quotidiano:
nei dialoghi e nei comportamenti, al fine di far crescere
nella figlia/o una domanda d’aiuto fino lì assente.
ChiaraSole
Una parola che deriva dal greco e che in medicina indica una mancanza patologica di appetito da parte di una persona. Una malattia che colpisce soprattutto le giovani donne, che si ritrovano sul web a condividere uno stato psico-fisico che apre le porte ad una vita fatta di rinunce e solitudine: una vita, per l’appunto, senza sapore. (Gianfranco Mingione)
Gulia ha quasi 19 anni. La prima volta che ci siamo scritti via mail ho colto subito dalle sue parole un aspetto che la caratterizza molto: la sua voglia di vivere. Vederla sorridere ha poi confermato tutto questo, un naturale sorriso che dà così tanta luce ai suoi occhi. Proprio questa ragazza vitale, non molto tempo fa, e nel periodo più critico per ogni adolescente, ha sofferto di anoressia. Un male che non ha nulla a che vedere con la vita e con il sorriso. E allora mi sono chiesto, e le ho chiesto, come è possibile? Come è stato possibile per una giovane così soffrire di un male che porta alla solitudine, alla tristezza, in una parola sola all’autodistruzione?
Da qui, da tale curiosità è nata questa testimonianza, non una morale o un comandamento da seguire. Di certo un racconto per capire cosa accade e come si può arrivare a desiderare di non star bene con se stessi. Capire perché l’anoressia ci fa vivere una vita senza sapore. Ed in questa frase, in questa semplice ed efficace constatazione, vi è già la premessa per una lotta verso la guarigione.
Un male che viene da lontano. Mi chiamo Giulia Troncon. Sarebbe impossibile indicare un momento specifico in cui ho iniziato a stare male. Sono nata in un periodo difficile per la mia famiglia e fin da piccola sentivo che c’era qualcosa nel clima attorno a me che non andava bene, perciò, comprendo oggi a posteriori, che senza rendermene conto avvenne che mi prefissai l'obiettivo di cercare di dare meno disturbo possibile, o meglio che sarei dovuta riuscire a rendere io felice la mia famiglia. Mi sentivo come in debito nei confronti dei miei genitori; volevo che fossero orgogliosi di me, specialmente mio padre che avevo molto idealizzato come modello di perfezione. Da che ricordo mi sono sempre sentita sola, di troppo e inopportuna in ogni situazione. Alla luce della consapevolezza raggiunta oggi, ricordo la mia vita come una progressione di dipendenze.
Il rapporto simbiotico con la madre. La prima, senza dubbio più grande, da mia madre, ci vedeva legate reciprocamente in modo simbiotico, solo con lei mi sentivo al sicuro, protetta dal mondo. Quando lei era assente o si allontanava avevo delle forti crisi isteriche di pianto; mi mancava l’aria senza di lei e lei stessa mi ripeteva che io ero la sua vita. Avevo il continuo terrore di perderla. Nelle poche e rare amicizie che riuscivo ad instaurare cercavo di ricreare questo tipo di rapporto simbiotico, ed ero talmente morbosa da portare l'altro inevitabilmente ad allontanarsi.
L'adolescenza: una fase cruciale. A undici anni è arrivato quello che ricordo di aver vissuto come la più grande disgrazia della mia vita: il ciclo mestruale. Stavo crescendo ma non mi sentivo ancora pronta. All'aumentare del seno crescevano anche le preoccupazioni di mia madre, e di conseguenza mia, sul rischio di attrarre uomini e poter essere in qualche modo in pericolo; venivo educata a dover portare con me le bombolette anti stupro per evitare che a causa delle mie nuove forme da donna qualcuno potesse violentarmi, e c'era l'esplicita richiesta di evitare i ragazzi almeno fino ai 18 anni. Anche per questi timori ansiosi ho interiorizzato il rapporto uomo-donna in modo assolutamente distorto e pericoloso, non come qualcosa di naturale bensì come qualcosa da evitare e cancellare. Ho compreso a posteriori che allora ero come un contenitore, una spugna che assorbiva la realtà in base a come la mia sensibilità di bambina la avvertiva.
All’interno della mia famiglia io avvertivo varie mancanze e per sopperire ad esse ho fatto di tutto per essere la figlia modello che tanto avevano atteso, diventai la numero uno in tutto, a scuola, nella musica e nelle attività sportive: tutto per sentirmi la migliore, ma mai per essere me stessa. Ho sempre pensato di dover soddisfare delle aspettative mai palesemente richieste dai miei genitori, ma che io ho avvertito come tali.
L'arrivo del buio. Durante il periodo delle superiori iniziai a chiudermi sempre di più e ad essere preda di una crescente depressione. Cominciai a non frequentare più nessuna amica, eccetto ovviamente mia mamma. Provavo interesse verso i ragazzi ma era subito repressa da forti fobie, e il fatto stesso di provare quel naturale interesse lo proiettavo sulla mia immagine allo specchio, che mi appariva volgare. Avevo paura di essere desiderata, mi faceva schifo, e avevo terrore del mio di desiderio, che vivevo con vergogna temendo che dall'esterno si potesse vedere.
Tutte quelle attenzioni sul corpo e sullo specchio aumentarono velocemente, iniziai a concentrare tutte le mie attenzioni sul corpo e sul cibo che erano ormai la mia unica fonte di piacere consentita. speravo che dimagrendo e cancellando il corpo, con esso sarebbero venuti meno anche i suoi desideri. Facevo infinite passeggiate dopo la scuola anziché andare a casa a pranzo e continuavo a restringere sempre più l'alimentazione.
Sul web le istruzioni della "filosofia" pro ana. Diventai una assidua frequentatrice dei blog pro-ana, cioè pro-anoressia, su cui trovavo consigli per digiunare. Restavo ore davanti allo schermo, aggiungendo all’ anoressia ormai conclamata anche una dipendenza da internet, che creava crisi d’astinenza quando non riuscivo a connettermi al mio mondo virtuale. Avevo 14 anni e mi sentivo forte, euforica, onnipotente.
Perdevo peso a vista d'occhio e passavo ogni ora sulla bilancia. Molti ricordano il periodo anoressico, di restrizione alimentare come uno dei più “belli” della malattia; io, escludendo il primo momento di euforia lo ricordo oggi come un incubo. Avevo spesso collassi e ogni giorno facevo delle flebo in casa. Avevo crisi di nervi con chiunque si mettesse tra me e la malattia e i conflitti tra me e la mia mamma si fecero molto violenti.
Una discesa nel maelstrom. Giorno dopo giorno mi sono ritrovata dentro un vortice, una prigione che mi ha portata a pesare 26 chili a 15 anni e a mangiare 4 gamberetti al giorno. Continuavo a vedermi enorme. Stavo in casa perché tremavo continuamente dal freddo, attaccata al termosifone con lo sguardo spento, privo di vita. Non riuscivo a fare le scale, spesso dovevano prendermi in braccio perché non avevo più muscoli nelle gambe. La mia famiglia era distrutta e io non ne potevo più di stare così male.
Ma poi qualcosa accade. Dopo mesi di digiuno e con un peso di una bambina di 8 anni il medico mi diede l’aut- aut: o ti fai ricoverare o ti facciamo ricoverare noi. Sentivo dire che ero a rischio di vita, ma io non me ne rendevo conto. Mi rifiutavo di seguire quella strada, non la vedevo come una soluzione al mio infinito dolore. Però io volevo capire, comprendere perché da anni mi odiavo così tanto. Pur di evitarmi il ricovero mi sono messa a cercare disperatamente su internet … e lo strumento che fino a mesi prima utilizzavo per distruggermi con i siti pro ana, mi ha salvata. Trovai il sito del centro MondoSole di ChiaraSole, e chiesi ai miei genitori di poterla incontrare.
Ricordo quel giorno a frammenti, non ero molto lucida. Ero spaventata all’idea di staccarmi dalla mia casa e dalla famiglia d'origine, e, soprattutto dalla mia mamma. Il 19 marzo 2008 ho iniziato il mio percorso di cura. Mi sono affidata e oggi sono qui, a raccontare la mia storia.
Oggi ho capito che immersa totalmente nella mia malattia, non avevo idea di cosa in realtà fosse il mostro che avevo dentro. Ho verificato sulla mia pelle come anoressica non sia solo una persona sottopeso. Io ero anoressica anche quando non c'era più un rischio medico. Restringevo la mia vita, le relazioni sociali, non mi concedevo niente di femminile. La mia vita doveva essere senza sapore. Ora ho 18 anni e giorno dopo giorno continuo con umiltà a mettermi in gioco per raggiungere uno stato di benessere completo, in tutte le sfere della vita. Ad oggi riesco a dare un nome alle sofferenze che mi hanno attanagliato per anni senza più scaraventarle contro me stessa ed il mio corpo. Ora ho un rapporto sano con i miei genitori che adoro, e che non finirò mai di ringraziare per come mi hanno aiutata durante questo percorso, non per dimenticare ma per costruire dal nostro passato un rapporto sano e maturo. Ora so che è possibile lavorare sulla sofferenza, sulla paura, accoglierla e non più fuggirla con anestesie varie. La meta è sempre più vicina e non c’è giorno che ho passato che non rivivrei per essere quella che sono oggi.
Giulia
UN PARTNER SU MISURA… Elisa S.
Volevo iniziare la mia
riflessione sulla tipologia di partner che ciascuna di noi
sceglie di avere al proprio fianco partendo da alcune frasi
che la maggior parte di noi ha detto o sentito dire:
Elisa S.
ELISA S: ANORESSIA BULIMIA BINGE E… ANNI DI DOLORE PASSATO OGGI TRASFORMATO
Era una Domenica…
nell’ultimo
periodo le mie domeniche erano piuttosto uguali, chiusa in
casa, ore e ore davanti alla tv con la compagnia del cibo…
Di solito neanche seguivo ciò che passava in tv, ero più impegnata a farmi coccolare dal mio sintomo… in quella domenica pomeriggio ci fu solo una cosa che attirò la mia attenzione, fu un attimo, una scritta in sovrimpressione, MondoSole!
Il giorno dopo mi rimbombavano in mente due parole, MondoSole e via Sigismondo, corsi a comprare una mappa della città di Rimini, andai a cercare quella via e mi trovai di fronte ad un portone di legno, suonai, la porta si aprì, non sapevo neanche io dove stessi andando, non ero riuscita a captare niente altro da quella trasmissione, solo il nome della struttura, salii le scale e mi accolse, in modo molto caloroso, una ragazza… mi chiese se avevo un appuntamento, ero frastornata, disorientata, non ebbi neanche il tempo per rispondere che lei andò a chiamare ChiaraSole.
Uscì una ragazza alta, i capelli lunghi lunghi e due occhi grandissimi, è stato proprio il suo sguardo ad accogliermi, ancor prima del saluto. La seguìì e andammo nel suo studio.
mmhh che
profumo, quanta luce, quanti colori….
Iniziammo a parlare, la sentivo molto vicina ma io rimanevo molto fredda e distaccata, gli accennai il motivo che mi aveva portata li…. un dolore lancinante che mi distruggeva l’anima da anni e che parlava solo attraverso il cibo…. lei pronunciò una parola che non avevo mai sentito prima, Binge!!!!
Aveva dato un nome alla mia sofferenza… mi parlo del centro di cura MondoSole, mi parlò della sua esperienza…e con uno sguardo, sincero e rassicurante, mi disse che da questo male si può guarire….
Mi mostrò lo spazio dove le persone in cura si ritrovano e dove si tengono i gruppi… quando la porta scorrevole si aprii mi ritrovai in un locale altrettanto accogliente, come il suo studio…c’era un gruppetto di ragazze che stava trascorrendo del tempo insieme e tutte mi salutarono come se fossi una di loro….
A me spaventava l idea di stare con gente che non conoscevo… non sapevo cosa significasse relazionarsi e il solo pensiero di dovermi trovare a stare con gli altri mi faceva venire un’angoscia tale , infatti le dissi….
“Chiara a me spaventa affrontare tutte quelle ragazze che non conosco… non so se tornerò…”
Mi spaventavano davvero cosi tanto quelle ragazze che oltretutto si erano mostrate molto accoglienti nei mie confronti???? o in realtà ciò che mi faceva paura era altro????
Con il senno del poi ammetto che il mio timore aveva ben altre fondamenta….
Non volevo abbandonare quel mondo, completamente al di fuori dalla realtà, in cui vivevo da anni e i cui confini erano fortificati da forme sintomatiche che mi proteggevano da qualsiasi emozione mi facesse sentire viva, e mi trasmettevano al contempo un forte godimento.
Mi dissi che provare non mi sarebbe costato nulla… andai… ricordo ancora come ero vestita, era marzo, avevo addosso un piumino bianco, non lo tolsi per tutto il gruppo, avevo bisogno di nascondere il mio corpo, il brandello del mio dolore… lo sguardo perso… il capo abbassato… e quando mi sbirciavo attorno e qualcuno incrociava i miei occhi e mi rivolgeva la parola mi sentivo divampare il fuoco in viso!
Chiara più volte tentò di spronarmi a parlare ma passarono settimane prima che riuscissi a condividere con le altre ragazze un po’ del mio dolore…. ero ermetica ma nello stesso tempo ascoltando le storie delle mie compagne e riconoscendomi in tanto dolore mi sentivo scoppiare.
Non ho seguito fin dall’inizio l’ iter che il percorso MondoSole prevede. All’epoca vivevo in un appartamento universitario, facevo qualche gruppo, la psicanalisi una volta alla settimana, e intanto a casa custodivo il mio spazio sintomatico che ritrovavo ogni qual volta mi ritiravo e grazie al quale potevo mettere a tacere tutto quel dolore che sentivo montarmi dentro e che non riuscivo a tirare fuori con le parole.
Pian Piano scelsi con fatica di affidarmi…. e solo da questo momento iniziò veramente il mio percorso.
Iniziai a vivermi il gruppo a tutto tondo, dai momenti terapeutici, ai pasti, agli svaghi fino alla convivenza, quando decisi di trasferirmi in una casa MondoSole.
Il sintomo iniziò a scemare, e quella lucidità che piano piano riacquistavo era la chiave di volta per potermi leggere dentro, per capire le ragioni prime di tutta questa sofferenza.
Una madre cupa e fredda nei modi di esprimere il suo amore e severa nell’educazione dei suoi figli…”darcele di santa ragione “ era l’arma che utilizzava per educare me e i miei fratelli.
Un padre assente, nella presenza fisica e nell’autorità.
un padre idealizzato e amato si contrapponeva ad un rapporto di amore ed odio nei confronti di una madre dura e distaccata.
Una ricerca affannosa di amore, come compensazione dei
vuoti affettivi lasciati dai miei genitori.
Amore, che andavo a cercare nel cibo con il quale mi riempivo lo stomaco fino a scoppiare, Amore che ricercavo in rapporti ossessivi e simbiotici con ragazzi e amiche…
Avevo bisogno di colmare un buco nero che avevo nella pancia e contemporaneamente avevo l’esigenza di buttare fuori tanto dolore… mangiavo e vomitavo.
Avevo bisogno di una presenza maschile di fianco e qual ora la trovavo, per legarla a me scongiurandone l’allontanamento cedevo in cambio il mio fisico per soddisfarne ogni suo desiderio sessuale… bulimia sessuale.
Mi sono illusa di aver amato una persona per due anni, l ho fatta prigioniero delle mie dinamiche personali, limitando la sua libertà, non rispettando il suo essere, solamente per soddisfare un mio bisogno viscerale… quello affettivo… dipendenza affettiva.
Avevo paura
di sentire emozioni, sia belle che brutte…. ho anestetizzato
la mia anima, abuso di alcool, cannabis e cibo.
Avevo paura del mio desiderio… i chili in eccesso o in difetto erano l’abito che usavo per nascondere il mio essere donna negando a me stessa la mia sessualità.
Il godimento attraverso i sintomi era l’unica forma di piacere che mi concedevo e che accettavo in quanto non implicava la presenza dell’Altro.
Mi ero creata un mondo parallelo, imballato in una pellicola trasparente che nulla lasciava uscire ed niente poteva entrare, un mondo al confine con la morte, la mia vita stava soffocando.
Non è semplice prendere in mano il dolore, dopo averlo anestetizzato e vomitato per anni, e guardarlo, sentirlo, viverlo e riuscire a metabolizzarlo, ovvero accettarlo con consapevolezza.
Ma è da qui
che bisogna iniziare, passare, per capire chi siamo e
ricominciare a costruire la nostra vita mattone su mattone
pur riconoscendo che le nostre fondamenta sono fragili e
dolorose.
Il percorso verso la guarigione, in quanto tale, è fatto di passaggi luminosi e gioiosi, di sentieri più oscuri, difficili da attraversare, si può inciampare in qualche difficoltà e avere una ricaduta sintomatica, si ritrova la forza per proseguire cosi come può venire la voglia di abbandonare il cammino e tornare indietro.
Mi sono trovata più di una volta di fronte ad un bivio …. stavo scegliendo di abbandonare la strada percorsa fino a quel momento pur di non rinunciare al godimento sintomatico della bulimia sessuale… Ho stampata nella mente l immagine della mia camera imballata e delle valige pronte sul ciglio della porta in partenza alla volta della malattia anziché della vita.
Anche
quando si assapora il primo benessere, si tende ad abbassare
la guardia, ci si sente forti, onnipotenti e si rischia di
disorientarsi e di prendere una strada sbagliata, in questo
caso fu la ricomparsa del sintomo come campanello d’allarme,
a riportarmi sulla giusta via.
Il mondo del lavoro è stato un altro ostacolo che ho incontrato durante il mio tragitto e non è stato semplice superarlo. Per me significava doversi rapportare con un autorità, ed io come forma di autorità sopra di me conoscevo solo quella di mia madre, che mi aveva tanta spaventata fino dall’infanzia.
Lavorare era sinonimo di indipendenza economica, provvedere io stessa al mio mantenimento voleva dire rinunciare al denaro di mio padre che per me ha sempre rappresentato il suo modo di dirmi ci sono e ti voglio bene.
Lavorare
significa assumersi delle responsabilità, rispettare orari,
sottostare a comandi…. un insieme di verbi che nel
vocabolario che avevo allora erano sono sostituiti da un
unico termine Anarchia.
Questa è la mia storia, questo è il percorso che ho seguito e che seguo rinnovando di giorno in giorno le tappe da fare gli obbiettivi da raggiungere…
per me Guarire non è la meta del mio cammino ma Bensì la partenza….HO SCELTO di guarire e quindi HO SCELTO di intraprendere un percorso chiamato VITA.
Oggi quando mi presento a qualcuno e pronuncio "piacere Elisa", sento il valore della mia identità che il nome rappresenta semplicemente.
Un valore e un identità che ho conosciuto a poco a poco e che oggi traspare dalla persona che sono.
Un giorno non pensavo di farcela e invece eccomi sono Elisa e ce l ho fatta.
Sono una persona che riesce a viversi le proprie emozioni, dall' amore al dolore, che si ascolta e si rispetta, che si vive l’Altro permettendogli di entrare nella mia vita, ho un lavoro, sto concludendo gli studi universitari, ho degli obbiettivi futuri, e non ho paura di guardarmi alle spalle, non ho paura del mio passato, non voglio dimenticarlo, ma voglio ricordarlo per quanto sia stato importante per la mia crescita e per quanto possa aiutare chi oggi soffre e non trova uno spiraglio di luce.
Chiudo con una canzone di Ligabue “La verità è una scelta”, perché credo che qualora si SCEGLIE di voler guarire, si SCEGLIE di conoscere la VERITA’ su ciò che siamo e su quelle che sono le nostre origini e non è sempre un IMPRESA FACILE.
Una volta che si conosce la VERITA’, e allo stesso tempo si conosce QUANTO E’ PROFONDO IL POZZO si SCEGLIE se vivere alla luce del sole o nell’oscurità della notte.
Con grande affetto
a tutte le ragazze di MondoSole
di ieri di oggi e a quelle che verranno.
Elisa
CS:
l'offesa più grande? E' dire COME TI VEDO BENE!
“Come ti vedo bene oggi” “Oddio, sono ingrassata?!?!” (UN
TRADUTTORE SIMULTANEO MENTALE)
Anni fa, quando stavo male, se qualcuno mi diceva “come ti
vedo bene oggi” lo vivevo come un’offesa mortale, perché
pensavo che mi dicesse che ero ingrassata. Soffrivo tanto
per questa affermazione. Può sembrare strano, perché porta
in se un complimento, eppure per me era vissuta come una
violenza, come un’incomprensione… anche da qui arriva la
campagna di sensibilizzazione che abbiamo proposto.
Decodificando il tutto con la rielaborazione di oggi sentivo
che quelle persone non notavano in me il dolore che provavo,
perché fuori non si vedeva. Interpretavo quel vedermi bene a
modo mio, o meglio, a modo della malattia. Le persone mi
dicevano semplicemente che ero viva e questo non lo
sopportavo, perché volevo solo che vedessero il mio non
voler vivere.
Magari loro vedevano semplicemente una luce nei miei occhi
differente dal solito, ma il male che era in me interpretava
quella frase a modo suo strumentalizzandola.
“Come ti vedo bene oggi” significava diversa da ieri o
comunque da tempo addietro, quindi un possibile cambiamento…
altra cosa insopportabile, perché non controllabile, proprio
come le emozioni.
Bene significava, per me, inevitabilmente più viva, non
emaciata, ero una persona che non faceva trasparire
sofferenza e questo mi annientava.
Non sopportavo che gli altri non potessero vedere quanto io
stavo soffrendo.
Per me far vedere il mio dolore significava risultare
sciupata, con i pestoni, deperita. C’è voluto tempo per i
interiorizzare che la sofferenza non ha peso e ho compreso
che le persone non potevano vedere ciò che era dentro di me.
E non lo potevano vedere a qualunque peso a 20/30/60 o 100
kg.
Quando raccontavo che soffrivo di anoressia-bulimia e mi si
dicevo che non si notava, che ero una ragazza normalissima…
il ritratto della salute, inizialmente era per me un grande
dolore. Poi ho compreso che nessuno poteva comprendere ciò
che non gli era stato profondamente spiegato.
La cosa importante, dal mio punto di vista, è non
nascondersi indossando maschere come per tanto tempo anche
io ho fatto.
ChiaraSole
www.chiarasole.it
E' difficile, è dura, fa male.
Quando si soffre di quel dolore irraccontabile,
indescrivibile a parole è davvero complesso pensare di
lavorare su se stessi.
Complesso chiedere aiuto.
Quella sofferenza a cui è persino strano dare un’”etichetta”
come anoressia, bulimia, binge…
Ci si appella ad un “TUTTO E SUBITO” impossibile.
Si spera che esista un click magico capace di cambiare le
cose dall’oggi al domani, ma questo non esiste.
ESISTE la possibilità di un percorso.
Esiste il chiedere aiuto, vero atto di forza.
Esiste il raggiungere tanti piccoli obiettivi passo dopo
passo fino ad arrivare alla possibilità di essere liberi e
non mi riferisco solamente alla sfera alimentare, ma a tutte
le sfere della vita da quella sociale, relazionale,
affettiva, sessuale, professionale.
La dimensione temporale è fortemente alterata quando si sta
male di queste problematiche perché è come se esistesse
solamente il QUI E ADESSO. Ieri e oggi sono spesso
inconsapevolmente strumentalizzati.
Per me è stato così e constato ogni giorno che non lo è
stato solo per me.
Datevi del tempo per il vostro percorso. Concedetevi di
ritrovarvi senza porre scadenze impossibili, in questo modo
i risultati arriveranno, paradossalmente, prima del
previsto.
ChiaraSole
c4@chiarasole.it
www.chiarasole.it
tutti
abbiamo detto "DA DOMANI"
Da domani… da domani… da domani basta… DA DOMANI… DA
DOMANI!!!!!
Un mantra EMOTIVO rassicurante.
Un mantra assoluto. Una nenia… Una sorta di ninna nanna.
Quel DA DOMANI ha caratterizzato anni della mia vita, come,
sono certa, lo è STATO O LO è TUTT’ORA anche per voi.
QUEL MANTRA ASSOLUTO!!!!!
Come se quel “da domani” mentale potesse avere poteri
assoluti, infiniti, totali!
Ricordo con tristezza come le mie giornate sintomatiche
terminavano con un rassicurante DA DOMANI, pensando che in
questo modo tutto potesse terminare in un istante. Come se
Lei, la potentissima Lei.. l’altra me, quella che era in me,
quella che non volevo e volevo contemporaneamente, potesse
scomparire in una notte.
Quel tutto e subito era in quel maledetto amato DA DOMANI.
Una delega del mio prendere atto che dovevo essere io stessa
a prenderMI in mano… CON DOLORE, CON FATICA…
Piangendo, urlando… giorno per giorno, un passo alla volta.
Comprendo e accogliendo le emozioni belle e brutte.
DA DOMANI è stata una colonna sonora sperata e sono certa
che ogni persona che ha avuto e che vive queste patologie
conosce profondamente il senso di questa espressione… che
sembrerebbe banale, ma che in realtà, NON LO è AFFATTO,
perché racchiude valenze profonde.
Quel DA DOMANI spesso diventa anni e anni di dolore, di
malattia con l’illusione di poter fare da soli, senza
chiedere aiuto… senza affidarsi a chi può veramente
comprendere.
L’illusione di poter controllare un sintomo mortale,
distruttivo, devastante, paradossale che cerca di comunicare
cose in un linguaggio talmente massacrante che da soli si
cercherà ancora e ancora di scappare da se stessi e allora
perché non chiedere aiuto SUBITO SENZA ASPETTARE CHE UN
DOMANI ILLUSORIO ARRIVII?!
ChiaraSole
la mia
DIPENDENZA AFFETTIVA divorava me e l'altro!
Se vado a ritroso nel tempo mi rendo conto di come la mia
vita sia stata sempre piena di mille, all’epoca le chiamavo
fisse, oggi le chiamo anestesie. Cibo, alcol, canne, schemi,
ma forse il primo grande disagio è stato quello della
DIPENDENZA AFFETTIVA.
Non è un caso in quanto sono cresciuta in una famiglia in
cui le dimostrazioni di affetto erano inesistenti,
soprattutto da parte paterna, quindi fin da piccolissima mi
sono legata tanto a quella che per me è stata una sorta di
seconda madre, la mia vicina di casa; una donna sola e
fortemente instabile, che con me aveva creato un rapporto
esclusivo, fatto di un “amore” che non poteva assolutamente
comprendere altre persone. Amava ricordarmi in modo morboso
di quanto i miei famigliari fossero sbagliati e scorretti,
soprattutto mio padre e la mia sorella maggiore e nel
momento in cui provavo ad avvicinarmi ad altre persone, come
una bambina capricciosa si chiudeva a riccio, facendomi
sentire in colpa perché avevo trascorso qualche ora lontano
da lei. Poi è arrivata l’età dei primi sguardi, ragazzini
che ti iniziano a piacere, è al mio primo probabile morosino
(come si dice dalle mie parti) gli ho detto di no perché
dovevo studiare; non mi sentivo pronta a costruire un legame
vero, perché nella mia testa ero già piena di quell’amore
platonico fatto di intere giornate a pensare a lui,
appostamenti sotto casa, beh nulla di strano vista la tenera
età, peccato che la mia “fissa” sia durata ben sette anni.
Ho avuto diverse relazioni, più o meno brevi, più o meno
importanti, ma la cosa che le rendeva tutte ad ugual misura
insostenibili, era quella mia maledetta natura conflittuale,
allora pensavo frutto del mio pessimo carattere. Nei momenti
in cui il sintomo alimentare era quotidiano e prepotente, il
legame con l’altro diventava tutto sommato più equilibrato,
ma nei periodi in cui si placava, cedeva il posto ad un
sintomo altrettanto distruttivo ed invalidante, la
dipendenza affettiva.
La sensazione che la tua vita senza l’altro non abbia senso,
il voler trascorrere ogni attimo con lui, non volerlo
condividere con nessuno: amici, familiari, lavoro, passioni,
e poi un attimo dopo come una furia ti avventi su quella
stessa persona con una rabbia accecante.
Porte rotte, oggetti scaraventati, parole cariche di odio,
mille sono gli esempi che mi tornano alla mente, una sera
sono pure finita all’ospedale in preda ad una crisi
isterica, perché non mi aveva telefonato alla solita ora. E’
proprio vero che le persone si incastrano in relazioni
malate, perché la cosa allucinante è che al di là di un
sentimento, che ad un certo punto sarebbe pure auspicabile
farlo passare in secondo piano, io dipendevo da loro quanto
loro dipendevano da me, il conflitto era il collante
perfetto.
La convivenza ha sicuramente amplificato a mille il mio
sintomo.
Vivere con una persona significava per me inglobarla
totalmente. Non potevamo fare cose diverse in due stanze
diverse, non potevamo fare cose diverse nella stessa stanza,
si doveva condividere tutto e chiaramente solo ciò che a me
interessava fare in quel momento. Due sere alla settimana
gli era concesso il calcetto con gli amici, ma alle nove io
ero già accannita a controllare l’orario e se tardava anche
di dieci minuti era l’inferno. Ma il mio inferno era già
iniziato molto tempo prima, in quanto fantasticavo
morbosamente su quel possibile ritardo, pregustando
avidamente il momento del conflitto (ovviamente tutte queste
cose le ho viste e comprese lavorando su di me). Se poi
scoprivo che il ritardo era dovuto non all’imprevisto, non
contemplato, ma ad un momento di svago con gli amici, per
lui era finita. SEMPRE E SOLO CON ME GLI ERA CONCESSO LO
SVAGO! Mi soffermo sul calcetto perché la fitta che provai
quando A., sempre dimesso e disponibile, ammise che i suoi
continui ritardi dipendevano proprio dal voler passare meno
tempo con me, fu terribile. Il rapporto si stava lentamente
sfaldando e all’apice si arrivò la sera in cui gli sputai
nella faccia e gli misi le mani addosso, prendendole di
rimando.
Su consiglio dei miei referenti già A. aveva fatto il primo
passo, non assecondandomi più, non avvallando le mie
isterie, ma questo non faceva altro che incrementare la mia
rabbia. L’unica cosa che non è mai riuscito a fare è stata
quella di allontanarsi e lasciarmi sola nel momento in cui
io cercavo il conflitto. L’unica soluzione per salvare un
rapporto ormai distrutto era quello di interrompere la
convivenza e così due anni fa mi trasferii nella mia prima
casa MondoSole. Vivere con le mie compagne di percorso per
me ha significato la rinascita, ho iniziato con il tempo a
fare baricentro su di me, assumermi le mie responsabilità,
che se iniziano dalla cura e dalla gestione di se stessi,
della propria stanza e della casa, culminano con tanto
impegno e dedizione nell’essere in grado di prendere in mano
la propria vita.
All’inizio è uno sforzo continuo, non esiste il tutto e
subito, inizi con lo storcere meno il naso quando scopri che
il tuo A. ha trascorso una bella serata con gli amici, la
volta successiva riesci quasi a dirgli quanto tu sia
contenta che si sia divertito, anche se non lo pensi ancora
minimamente, e poi arriva il giorno, e questo si che è
inaspettato e meraviglioso, in cui davvero sei contenta che
abbia trascorso una bella serata.
Ti rendi conto che l’amore che ci lega non si misura in
quanti minuti io mi dedico esclusivamente a te, ma è un
qualcosa di ben più profondo e anche se quella sera tarda o
non ti telefona, ormai il nostro amore è forte ed
indiscusso.
Allontanarsi per poi ritrovarsi più vicini che mai, ognuno
nella propria INDIVIDUALITA’, sempre.
A proposito, il 24 ritorno a convivere con A., e adesso
quando dormo da lui e capita che A. vada a calcetto, come
stasera, io lo aspetto guardandomi un film o preparandogli
la cena e lui vi giuro è puntualissimo perché non vede l’ora
di stare con me. Ciò mi lusinga, è normale, ma lungi
dall’essere la REGOLA.
GRAZIE DI CUORE.
SIMONA PASINI
secondo
voi ci dovrebbe essere una patente per essere genitori?
Leggevo un articolo a proposito di Gianna Nannini rimasta
incinta a 54 anni che, in risposta alle varie critiche a lei
riferite sulla sua età ecc, rispondeva dicendo di possedere
una patente per essere mamma!
Partendo da questi argomenti vorrei riflettere insieme a
voi.
Ovviamente potete commentare tutto quello che desiderate, ma
uscirei dalla polemica di chi sessualmente può o non può
essere madre e mi soffermerei su due cose: una è che spesso
crescendo ognuno di noi si “dimentica” di quando era bambino
e qualcuno diventando genitore “annulla” il suo essere
figlio, ma in realtà ogni persona è figlio per prima cosa e
in quanto tale riporta nella famiglia che va a creare gli
insegnamenti della famiglia precedente con il rischio che
varie e diverse sensibilità possano scontrarsi tra loro.
L’altra riflessione è proprio quella della patente per
genitori… CHI NON HA SENTITO LA DIFFUSA ESPRESSIONE “il
mestiere dei genitori è il più difficile del mondo”?! E’ un
“mestiere” davvero difficile, così come lo è quello di
figlio. IL tutto diventa arduo per tanti tantissimi motivi:
uno tra i tanti è il gap (distanza) culturale, il sapere
cosa è bene o male nell’educazione del nascituro, la
difficoltà dell’ascolto dell’altro…… Ognuno di noi nasce con
una propria sensibilità, con un proprio modo di sentire le
cose e non può essere messo in discussione.
Ebbene… che ne direste di una sorta di corso per dare una
patente alle persone per diventare genitori?
ChiaraSole
www.chiarasole.it
i noi là
fuori.. AUGURI CON SPERANZA PER UN 2011 MERAVIGLIOSO!
Il mio augurio è per ognuno di sentire dentro di sé la
verità del proprio essere.
La serenità di essere vivi. Auguro a tutte le persone che
hanno perso la strada di TROVARE LA BUSSOLA che possa
condurre ad un punto di benessere Vero, Onesto con se stessi
e con gli altri! Ricordandosi sempre Umilmente di essere
grati verso ogni passaggio che ci ha permesso di arrivare
fino a lì.
(La gratitudine è cosa difficile da riconoscere).
Auguro Amore, Serenità, Soddisfazione, Verità interiore.
UN pensiero ai Noi malati che non ce l’hanno fatta come
Isabelle Caro… ma anche a tutti i Noi che possono guarire
chiedendo aiuto, smettendo di raccontarsela “onnipotenetemente”.
E’ fondamentale imparare a prendersi cura di sé… Una cura è
anche questo!
In poche parole… con Solidarietà BUON 2011
ChiaraSole Ciavatta
Dedico a tutti queste parole dette da Milk 1978...
riflessione su tutti i decessi ingiusti:
Io chiedo questo: che se dovesse esserci un omicidio, in
cinque, in dieci, in 100, in 1000 siano a levarsi in piedi.
Se una pallottola mi trapasserà il cervello che serva a
distruggere ogni muro dietro cui ci nascondiamo.
IO CHIEDO:
che il movimento continui, perché non è questione di
guadagno personale, non è questione di INDIVIDUALISMO E NON
E’ QUESTIONE DI POTERE!
E’ questione dei NOI LA’ FUORI e non solo i gay, ma i neri,
gli asiatici e gli anziani e i disabili… i NOI!
Senza la speranza i NOI si arrendono. So che non si può
vivere solo di speranza, ma senza la speranza, la vita non
vale la pena di essere vissuta e quindi TU E TU E TU dovete
dar loro la speranza…
DOVETE DAR LORO LA SPERANZA!
Milk 1978
Quanto è
stato difficile accogliere la mia identità di genere
Per anni ho sentito in me qualcosa di inopportuno,
inadeguato, peccaminoso… qualcosa da cancellare, negare,
sotterrare…e così per anni ho cercato di distruggere il mio
desiderio e con esso la mia vita.
Cosa vuol dire esser donna? Il significato che davo alla
parola donna era “una che va con gli uomini”. Per essere
donna dovevo essere seducente: questa l’accezione della
femminilità che mi era stata inculcata in famiglia sin
dall’infanzia: <<Devi camminare in modo femminile, metterti
la gonna, truccarti un po’>>. Queste le parole che ho
sentito dire per anni, questi gli imperativi che
bombardavano la mia testa. Non mi sono ritrovata mai in
questa idea di femminilità e per questo motivo mi sono
sempre sentita sbagliata. Mi sentivo in colpa perché ero
lontana da quell’ “ideale” e non ero come sentivo che mi
voleva mia madre.
A quattordici anni ho scoperto la mia identità sessuale……ed
ho iniziato a massacrarmi.
Pianti su pianti, preghiere su preghiere per estirpare il
peccato più grande : l’omosessualità.
Essere donna e desiderare, amare, pensare ad una donna era
inconcepibile, inammissibile. Allora forse non ero una
donna, pensavo, forse ero un uomo in un corpo sbagliato,
perché se ero donna, dovevano piacermi gli uomini. “Donna e
donna è contro natura” ripeteva il mio cervello.
Ho iniziato a ricalcare l’idea di femminilità che mi era
stata insegnata: dovevo essere una seduttrice. Mi sono
infilata nel letto di molti uomini solo per sentirmi donna,
per sentire che andavo bene, che non ero sbagliata. Ma il
desiderio, che è ciò che fa pulsare la vita, non si può
mettere a tacere, se non anestetizzandolo. Col sintomo
bulimico ho cercato di cancellare ogni traccia del mio
desiderio peccaminoso annegandolo in kili di cibo. Ma ogni
volta che mi “risvegliavo” da un’abbuffata, di cibo o di
sesso, mi accorgevo di sprofondare in un baratro sempre più
profondo. Ho sempre pensato che la vita potesse essere
diversa, che ci potesse essere dell’altro, che si potesse
vivere veramente, ma pensavo però che questo a me non fosse
concesso, che la felicità non potesse riguardarmi...ma non
era così.
Ho scelto, forse non del tutto consapevolmente, forse per
disperazione più che per altro, di farmi dare una mano per
risalire da un pozzo che credevo senza via d’uscita e ho
cominciato passo dopo passo, gradino dopo gradino a
costruirmi una vita e a costruirmi la mia felicità.
Sollevando il coperchio-sintomo è emersa tanta sofferenza a
cui cominciare a dare un nome e un senso. Ho riscritto pian
piano la storia della mia vita e nel costruirmi la mia
identità ho dato spazio finalmente al mio desiderio, quel
desiderio omosessuale così a lungo negato. Ho cercato a
lungo, durante il mio percorso di rinascita, di giungere ad
un compromesso con la mia omossessualità nascondendomi
dietro una finta convinzione-speranza di essere un uomo
mancato, un uomo in un corpo di donna: solo così credevo di
potermi concedere di amare e desiderare una donna. Ma poi
piano piano ho lasciato cadere ogni maschera, ogni menzogna,
accettando di sentirmi, vivermi e amarmi per ciò che sono..
Sono una donna e amo un’altra donna. Oggi mi sento davvero e
finalmente una donna e mi sento tale proprio perché amo
profondamente la mia compagna… perché la femminilità non si
riduce a un tacco, una gonna o un rossetto, non è ideale
esterno a cui ci si può uniformare: credo che ciascuno
costruisca un proprio senso di essa nel momento in cui si
concede di dar spazio al proprio desiderio. Quella che è
sempre stata la mia condanna è oggi la mia felicità.
Felicità che è passata attraverso tante lacrime…non è
semplice liberarsi di tutti i condizionamenti…non è semplice
fare ciò che si sente indipendentemente da ciò che
penseranno e diranno gli altri…non è semplice concedersi di
poter amare e essere felice…ma si può.
Roby (MondoSole)
Rispondi
sull'argomento
Vi presento Verena con il suo Dolore trasformato in
ricchezza!
Mi sono trasferita a Rimini più di tre anni fa per curarmi a
Mondosole perché ero stanca dopo tanti anni di sintomo
bulimico quotidiano, e allora credendo che il mio problema
fosse tutto nel cibo: volevo smettere di abbuffarmi e
vomitare. Sapevo di avere una famiglia “particolare” e piena
di problemi; infatti avevo sempre visto mio padre picchiare
mia madre, sia con le mani che con altri oggetti, e avevo
paura di lui, e credevo di odiarlo; mentre per mia madre il
sentimento era ambivalente, un mix di odio e amore, per cui
a volte sentivo una gran rabbia che però in altri momenti si
trasformava in affetto o pena. La conoscenza della
sessualità è stata altrettanto confusa e dolorosa,
ascoltando nella stanza accanto i rapporti dei miei
genitori, con i lamenti di mia madre e l’insistenza e la
violenza di mio padre, che coprii presto frequentare anche
le prostitute, il che ha avuto in seguito molta importanza
nel mio modo di concepire la sessualità e la figura
maschile, e incidendo fortemente nei miei successivi
sintomi. Fu un’infanzia infelice, in cui il cibo è stato il
mio rifugio, mangiando di continuo, e ripetendomi che almeno
lui non mi avrebbe mai tradito. Le violenze in casa mia
oltre che fisiche erano anche verbali, con pochi i gesti
d’affetto, che provenivano soprattutto da mia nonna. Con la
separazione dei miei genitori, peraltro avvenuta con l’aiuto
dei carabinieri, le cose non migliorarono. Vedevo mio padre
una volta alla settimana, controvoglia, e non andava mai
bene, e anche a casa il clima era teso, con mia madre
depressa che mi riprendeva sul mio sintomo e mio fratello
che a poco a poco si è allontanato. Crescendo mi sono
riempita di schemi e regole; diventavo sempre più dura,
cinica, e aggressiva con tutti, non c’era spazio né per una
parola dolce né per un pianto, neanche quando morì mia
nonna. Tutti quei comportamenti che mi avevano fatto cosi
soffrire erano diventati i miei, non volevo sentirmi fragile
perché temevo che gli altri mi avrebbero fatto soffrire. A
19 anni ho avuto la mia prima esperienza sentimentale con un
ragazzo, che è stato per quattro anni la mia ossessione:
rispecchiava quello che avevo sempre conosciuto in casa mia:
bugiardo, aggressivo, e che alla fine non mi voleva. Da li a
poco al cibo si è aggiunta la bulimia sessuale. Mi sentivo
vuota, insoddisfatta, sentivo che mangiare e vomitare non mi
bastava più, cercavo sempre più adrenalina. Quando conoscevo
qualcuno il mio unico pensiero era darmi o meglio buttarmi
via per lui. I ragazzi cambiavano di continuo e la mia
insoddisfazione cresceva. Mi dicevo di cercare l’amore ma in
realtà ero piena di rabbia, odio e schifo per tutto quello
che avevo visto e sentito negli anni. Non raggiungevo mai il
“piacere” per me stessa, anzi mi prodigavo per soddisfare
l’altro, diventando un po’ come le donne con cui andava mio
padre. Era un bisogno, volevo sentire il rischio,
l’adrenalina. Durante i rapporti non usavo protezioni e
nonostante un aborto e le situazioni promiscue, non riuscivo
a fermarmi, anche se dopo subentrava l’angoscia e un gran
vuoto, e così tornavo al cibo. In questi tre anni sono molto
cambiata, ho lavorato molto terapeuticamente, e ho sradicato
l’idea che mia madre fosse solo una “vittima” e mio padre un
“carnefice”; ho capito cosa li ha legati per 16 anni, la
natura dei loro legami morbosi, e mi sono staccata da quelle
dinamiche malate e per me distruttive che non mi
permettevano di crearmi una mia vita. Oggi mio padre, che ha
cambiato vita, rimane la persona più disposta a starmi
vicino della mia famiglia, mentre con mia madre c’è un
distacco reciproco. Nonostante questo, sto cercando di
costruirmi una vita affettiva fatta di amore e rispetto,
fatta di tanti insegnamenti che ho ricevuto a MondoSole e
tanti aspetti che ho capito, sto studiando all’università
per poter fare un lavoro nel sociale e intanto, per
mantenermi da sola, lavoro, capendo l’importanza e la
responsabilità che si ottiene solo crescendo come persona.
Verena
Binge
Eating Disorder (B.E.D.)
….il binge è stato il varcare una soglia sconosciuta
devastante.
Me ne ero dimenticata, ma con le varie rielaborazioni, ho
ricordato che già ne soffrivo da piccolina, dall’età di 6
anni circa. Ma allora lo vivevo solo come piacere senza veri
sensi di colpa personali, ma solo verso le persone accanto a
me.
Questo ingresso, in questo mondo fatto di regole nuove è
stato allucinante.
Dopo quella prima piccola perdita di controllo per un po’ di
tempo ho ripreso la mia routine, con i miei yogurt, i miei
biscotti tristi, la mia corsa.
Pensavo che tutto fosse rientrato.
Quei devastanti sensi di colpa erano un ricordo, c’erano
quelli quotidiani, quelli che facevano parte ormai della mia
vita. Il pensiero di aver mangiato troppo. Il costante
pensiero del cibo, il controllo degli affetti… ecc.
Ma poi le cose sono sempre più crollate… quel giorno, quello
che ho battezzato come IL PASSAGGIO ha segnato una nuova
fase della mia malattia quella del binge. Gli attacchi
compulsivi inizialmente erano distanti e io cercavo di
recuperarli con i digiuni, con la corsa e non mi rendevo
conto che così facendo ne chiamavo altri in realtà.
Da lontani sempre più vicini. IL binge è stato il
peggioramento dell’anoressia.
Ricordo che in quella prima fase sono passata da 54 kg a 90
in poco tempo quando le abbuffate si sono intensificate. Non
riuscivo a stare lontana dal cibo.
Era una compulsione continua. Quello che chiamo il giro.
Uscivo di casa… rubavo, dovevo mangiare, mangiare, mangiare!
Come a dover recuperare per 1000 tutto quello che non avevo
ingerito fino a quel momento.
Che vergogna. Andavo a scuola, ma facevo di tutto per
evitarlo. Mi facevo letteralmente schifo, mi scuso per il
linguaggio, ma non saprei definirlo in altro modo.
Tendevo a colpevolizzarmi molto perché pensavo di non avere
forza di volontà a sufficienza. Non capivo che era una
patologia. Sentivo che esisteva in me qualcosa che era
potente, ma continuavo a sottovalutarlo.
Tanti buoni propositi, la fatidica espressione DA DOMANI…
continuando a sottovalutare quella belva che si nutriva di
me. E intanto continuavo a peggiorare. Si trattava della
fine degli anni ’80 inizio ’90. Questa problematica non era
minimamente considerata.
Trovavo sollievo solamente mentre ingurgitavo qualcosa, ma
non cibo qualunque. Tutti quegli alimenti di cui nel tempo
mi ero privata o che comunque avevo mangiato con grande
parsimonia e controllo: dai carboidrati in poi.
Quando non mangiavo il senso di vuoto e solitudine era
talmente forte da desiderare solo di morire.
Ero stanchissima, senza energie. Con una depressione
importante.
E’ difficile da spiegare tutto questo, ma so bene che chi mi
sta leggendo lo capisce profondamente, purtroppo.
Ed è anche per questo che ti invito ad alzare una mano con
quel briciolo di energia che ti senti di avere per chiedere
aiuto.
Continuerò nel prossimo post… per qualunque cosa sono qui.
ChiaraSole.it
DEFINIZIONE:
Binge Eating Disorder (B.E.D.) più comunemente detto BINGE
(abbuffata compulsiva).
Molto simile alla bulimia, con abbuffate ma senza vomito.
Manca infatti la fase di ripulitura dalla trasgressione
alimentare e la persona resta invaso dal senso di colpa e
dal gonfiore dell'eccesso. Il binge può essere un'evoluzione
della bulimia ed è diffuso sia tra le donne che tra gli
uomini. Può provocare obesità.
Un’altra frase ripetuta milioni di volte. NON CE LA FACCIO,
NON CI RIESCO. E’ IMPOSSIBILE!
Penso di aver detto e ridetto queste frasi, queste formule
una quantità infinita di volte. Tante da non saperle
quantificare. Il mio non ce la faccio era rivolto
prevalentemente all’obiettivo finale delle singole
“missioni” che mi prefiggevo e non mi soffermavo a tutti
quei micro-obbiettivi che mi dividevano dalla meta.
Quel maledetto tutto e subito della malattia che impedisce
di valutare e sentire la realtà del tempo che passa momento
per momento, ma lo fa captare come una valanga tutta in una
volta.
Quindi se dovevo avere o ottenere qualcosa doveva essere
nell’immediato e di conseguenza era impossibile e doveva
risultare tale. Modo “perfetto” per non fare nulla. Il
concetto di percorso e cioè, di fare ogni cosa un passo per
volta, era per me inconcepibile. Facendo un esempio
sintomatico potrei paragonare il tutto a: “se si vuole
perdere del peso, allora quei dieci chili devono
abbandonarmi ieri, cioè immediatamente”. Tutto quanto sempre
senza tempo.
MI sono ritrovata a dire non ce la faccio nelle situazioni
più disparate, spesso esisteva senza neanche tentare, senza
neanche sforzarmi.
Esisteva anche, ovviamente, di fronte alle violente
compulsioni bulimiche, come se il problema si riducesse, per
quanto doloroso, al mangiare tanto o poco. Ho avuto l’idea
per molto tempo che non avendo più il o i sintomi alimentari
poi sarei stata bene, non mi rendevo conto che le mie
difficoltà erano nascoste proprio da quei problemi
sintomatici.
Non ce la faccio, non ce la faccio, non ce la faccio… spesso
proprio perché non riuscivo a vedermi, a capirmi, a
trovarmi, a comprendermi anche perché tanto anestetizzata
dalla malattia. Non ce la facevo perché annebbiata dalla
frenesia, dalla fretta, dalla depressione, dall’euforia,
dall’iperattività, dalla rabbia, dall’apatia di fare tutto,
ma anche di non fare niente.
Ma poi, chiedendo aiuto, dando tempo al tempo, con pazienza,
lasciando spazio alle mie fragilità e alle mie forze, ho
compreso che quello che sembra impossibile è in realtà
fattibile…. Provandoci!
ChiaraSole
www.chiarasole.it
c4@chiarasole.it
ChiaraSole:
Vi presento Valeria ... la
sua testimonianza!
(...) A parte sporadici momenti, i miei
genitori non uscivano insieme..o usciva mia mamma e noi
stavamo a casa con mio
babbo che si eclissava, oppure ci portava con lei ed io
avevo il continuo
terrore che vedesse altri uomini.
Intorno ai 12 anni la prima
cotta.. era molto più grande e per farmi notare da lui sarei
stata disposta a
tutto.. ricordo ancora quel pomeriggio a casa sua, mentre mi
spogliava diceva
di stare tranquilla, che avrebbe fatto tutto lui..e così è
stato..tremavo dal
freddo e dalla paura, non l’ avevo immaginata così la mia
prima volta..niente
candele, niente amore, solo l’ incapacità di muovermi, di
dire Basta..solo un
gran dolore. Da quel momento paradossalmente avevo solo lui;
stavamo insieme 24
ore su 24, io non avevo più un’ amica, una vita sociale.
Vivevamo in simbiosi
gelosi e possessivi l’ uno dell’ altra. Ed è proprio in
questi anni che mio
babbo va via di casa; le divergenze con mia mamma erano
diventate insostenibili
e la sua depressione lo stava distruggendo..la sera della
sua partenza l’ ho
sentito al telefono che piangeva <vado via, lo faccio per
voi..>. Perché
pensavo, è quindi colpa mia?..Ero certa che fosse colpa mia.
<Quello si
ammazza!> urla mia mamma.. parole che trafiggono.
Dolore e rabbia mi accompagnavano
ogni giorno. Cercavo continuamente la lite con mia mamma e
le persone che mi
stavano vicino.. purtroppo le mie sfuriate venivano sempre
assecondate. Liti, scenate,
bugie, complotti erano il mio ossigeno.
DEVO DIMAGRIRE. Il mio
ragazzo mi ha fatto notare la magrezza di mia mamma (da
sempre molto esile e
molto guardata) <vale,se tu avessi il fisico che ha tua
mamma ti
sposerei!>. Una frase quella che scatenato in me una rabbia
mai provata;
rabbia verso di lui, verso mia mamma ma soprattutto verso il
mio corpo..da lì
il mio biglietto di sola andata per l’ inferno. L’attenzione
si concentrava
sempre più sul mio fisico, sul corpo.. passavo ore davanti
allo specchio “strizzando”
le mie gambe, la pancia, le guance..piangevo e mi disperavo
perché avrei tolto
quella carne con le forbici pur di farla sparire! Inoltre mi
fissavo sul corpo
degl’ altri, quello di mia mamma, mio fratello, il
postino..TUTTI erano sempre
e comunque più magri di me. Il primo dei miei tanti acquisti
è stato un libro
“Cucinare senza grassi”, poi una guaina-calzoncino costata
un occhio della
testa..continuando con pillole
fame-stop, beveroni e lassativi..mangiavo solo prodotti
“Light” facendo
un’ accurata selezione delle
calorie..NO alla pasta NO alla carne NO a troppi di quei
cibi che venivano
considerati OUT. Ero nella fase più orribile dell’ anoressia
e non me ne
rendevo conto. Avevo continui sbalzi
d’ umore, il ciclo mi era sparito
da mesi, alternavo l’ iperattività alla depressione..il mio
primo attacco di
panico è arrivato proprio in questo periodo condizionando
ancor di più la mia
vita.
Mi sentivo cambiare, il mio corpo
stava cambiando e vedere i pantaloni di mia mamma andarmi
larghi e l’ ago della
bilancia scendere sempre di più mi FACEVA GODERE..Sentivo la
fierezza quando mi
dicevano <Vale ma sei uno stecchino!!Ma non mangi?> NO, NON
HO FAME. Nel
frattempo avevo scoperto l’ alcool e lasciato l’ eterno
moroso..la sera ero
sempre in giro, mi sentivo forte come un Dio..frequentavo
solo persone
“pericolose”, persone che mi potessero dare emozioni nuove,
adrenaliniche..e a
casa piangevo in camera mia, sognavo
l’ amore, la mia famiglia riunita
e ovviamente l’ estrema magrezza che non mi bastava mai.
IL MIO FISICO SI RIBELLA. Per due
anni ho avuto la meglio sul cibo, decidevo io quanto e cosa
mangiare.. ma ecco
che un pomeriggio d’ estate si presentò il mio primo attacco
di Binge. Non
riuscivo a capire cosa stesse succedendo, sentivo solo
un’irrefrenabile voglia
di mangiare quelle merendine che per tutto quel tempo ho
tenuto a debita
distanza..<cos’ ho fatto??com’ è potuto succedere?..Mi sono
sentita in colpa
da morire. DA DOMANI si riprende la
dieta…quel domani non è più arrivato..avevo completamente
perso il controllo di
me.C’ erano giorni in cui riuscivo “a fare la brava” e altri
dove mi devastavo
con qualsiasi cosa fosse commestibile..cibi
congelati,avanzati,rubati,scaduti..burro,farina,scatolame e
purtroppo anche
cibo per gatti. Lo nascondevo ben bene in camera mia per
poter avere la mia
abbuffata in solitudine; mi chiudevo a chiave, sola con la
mia droga. Sentivo
che lo stomaco mi sarebbe esploso da un momento all’ altro,
il cuore batteva
veloce per via del sovraccarico di lavoro, la lingua turgida
e mi sentivo
svenire..”adesso muoio”.. malgrado tutto questo io AVEVO
BISOGNO di ridurmi in
quello stato, di non pensare e sentire NIENTE!!
Come se non bastasse riesco ad
andare a vivere da sola..il mio unico pensiero era quello di
poter mangiare
quello che volevo in ogni angolo della casa senza essere
costretta a
nasconderlo..IL FONDO.
Un giorno di corsa in ospedale
per l’ ennesimo “mal di pancia”..prolasso intestinale. Non
volevo arrivare a
tanto pensavo, avevo paura..il pensiero perverso di avere
tutti lì ai miei
piedi in quel momento era troppo forte ma dovevo fare
qualcosa o il mio fisico
avrebbe ceduto!
Ho tentato alcune strade e
svariati metodi per curarmi ma ecco finalmente il SOLE..12
febbraio 2007
MondoSole mi ha dato una seconda
possibilità, la possibilità di costruire la mia vita su
fondamenta compatte. Mi
ha dato gli strumenti necessari per affrontare i problemi e
le situazioni
difficili che fanno parte della vita di ognuno di noi! Mi ha
aiutata a scoprire
quella che è la mia personalità, i miei pensieri, i miei
punti di vista che
prima cambiavano a seconda della persona che avevo di
fronte.
Sono diventata Forte acquistando
tanta fiducia in me stessa.
Pian piano ho imparato a volermi
bene e a voler bene alle persone che ho accanto.. Mi sono
Innamorata di Luca e
messo al mondo il Gioiello più grande..Diego..
Finalmente VIVO..e lo devo a te Chiara e a te Matteo..Non vi
ringrazierò mai
abbastanza..
-Vale-
Potete vedere Valeria anche nel video
COMINCIAMO BENE ESTATE
http://www.facebook.com/group.php?gid=120892411297155&v=app_2392950137#!/video/video.php?v=111369075589979&oid=120892411297155
Non
lasciamo morire le anoressiche: costringiamole a curarsi
ChiaraSole
Ciavatta DA DONNA MODERNA (giornalista Stella
Pende) Questa è la storia di un’amica, una ragazza sottile
che era in guerra col cibo. Una guerra che voleva vincere da
sola. Invece, ha perso. C’ è un solo modo per salvare tante
donne come lei: una legge che consenta il Trattamento
sanitario obbligatorio.
Da pochi giorni Anna non c’è più. Veramente, per tutti noi
che le volevamo bene, lei era Annina. Perché era una ragazza
sottile come il gambo di un fiore, con occhi smeraldo, persa
dentro una nuvola di capelli rossi. Perché era così tanto
piccola che quel nome da bambina le andava proprio a
pennello.
Purtroppo non ho mai conosciuto Annina quand’ era una
ragazza libera dalla prigionia dell’anoressia. Quando l’ ho
incontrata covava già una gran rabbia contro il cibo. Lo
trattava come qualcosa che attentasse alla purezza del suo
corpo, che voleva dissacrarlo. <Mangiare mi sporca il corpo
e l’anima> mi aveva detto davanti alla macchinetta del caffè
della Mondadori, dove lavoravamo. <Mi piaci come parli della
mia malattia> aveva aggiunto diretta.
<Vorrei tanto che se un giorno qualcuno parlasse di me fossi
tu a farlo. Ma non pensare che io voglia morire troppo
presto.No. Voglio guardare il mio futuro dalla finestra
della mia vita>.
Non credo che annina mentisse. Da allora, in ogni baruffa,
lei ci teneva a rassicurarmi che camminava dentro un tunnel
di cui non vedeva ancora la luce in fondo. Ma che l’ avrebbe
trovata. Ed era così convincente, con quel suo sorriso
ironico e gioioso, che io le ho creduto per troppo tempo.
Purtroppo conosco bene l’anoressia. Ce n’è una puramente
estetica che diventa un vero disturbo dell’alimentazione. Le
protagoniste di tale malessere si lasciano prendere dal mito
della magrezza come bellezza estrema. Ma poi, sull’orlo del
baratro spaventate fanno marcia indietro. Altre, malate di
anoressia terminale, non sentono l’odore della morte, né
smascherano i suoi agguati. Ingaggiano invece una guerra con
lei, sicure di poter vincerla. Anzi umiliarla. Certe che sia
il cervello a dominare i riti e i bisogni del corpo. Annina
era una di quelle. <<Non hai ancora capito che io preferisco
volare in alto. Guardarvi da lassù> mi diceva. Quando mi
infuriavo davanti a qualunque pazza attività sportiva
potesse mangiarle la carne, tornava fatalmente pentita.
<Aiutami. Cerca di capire che questa è una
tossicodipendenza> mi ha detto l’ultima volta. Poi, quando
le tenevi la mano, Annina si girava dall’altra parte. Voleva
toccare il tuo amore per lei. Ma non era capace di nutrirsi
nemmeno di quello. Ogni aiuto era vano. Anche quello medico.
<Non voglio essere ricoverata nel reparto delle cure
obbligatorie> mi aveva detto ancora, quando era già solo due
occhi e un vestito che camminava con un’ombra dentro. Annina
è morta in casa. Si è addormentata nel suo sfinimento.
Allora io dico no. Basta morire di anoressia!Sono centinaia
le ragazze che muoiono dentro le loro ossa. Ogni giorno.
Perché una giovane donna in coma deve essere obbligata a
curarsi? Il sottosegretario alla salute Francesca Martini
aveva proposto di modificare la legge, inserendo il
Trattamento sanitario obbligatorio specifico, in centri
specializzati per l’ anoressia. Ma non ha potuto mantenere
la sua promessa. Eppure ci vuole una legge che fermi questa
strage. <Oggi non sono in forma, Stellina. Ma domani andrà
meglio. Volevo farti un saluto. Ma quando torni dal tuo
viaggio?> Questa qualche giorno fa è stata l’ultima mail.
Non ho fatto in tempo a tornare, Annina.
Non sono stata capace di aiutarti ancora una volta. Ma nel
tuo nome e nella tua memoria non abbandonerò più una
battaglia che potrà salvare molte fra quelle ragazze come
te.
Fragili e sottili come gambi di fiori.
Stella Pende
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sull'argomento
MI chiamo
Benedetta B sono di Poppi AR
Se dovessi ricollocare ad una data
precisa l’inizio della malattia sarei in seria difficoltà.
La mia infanzia è costellata di ricordi riguardanti un
rapporto molto contradditorio con il cibo: desiderato e
odiato. Ricordo nitidamente una Benedetta bambina che
guardava il proprio pacchettino di cracker, invidiando gli
amichetti che avevano le merendine.. o la tanto desiderata
Nutella, una sola volta alla settimana, una dose sempre ben
controllata... il cibo considerato “stravizio” era nascosto,
inteso come una gratificazione, che mi veniva concesso solo
a certe condizioni.
Come poteva essere diverso?
Entrambi i miei genitori hanno in primis un rapporto malsano
con il cibo.
Il sintomo anoressico è durato poco..gli anni di restrizione
precedenti mi avevano sfinita a tal punto che non potevo
andare avanti..sentivo una spinta alla trasgressione, e a
divorare quel cibo, quelle emozioni, che mi ero negata..
Sport, dietologi fin dalle elementari, centri di
dimagrimento... e poi il boom della bulimia e del binge, del
cutter.. più il tempo passava più i miei sintomi si facevano
violenti, iniziarono gli “anni yoyo”.. +35kg... -35kg...
sempre questa altalena.. Dimagrivo, e sentivo di avvicinarmi
all’uomo che più di tutti avrei voluto conquistare, mio
padre, mi avrebbe voluto più bene ogni chilo che perdevo,
pensavo, avrei “vinto” io contro quella donna che dovevo
battere, mia madre... Poi però tornavo a rifugiarmi in un
corpo obeso, tentavo, inconsciamente, di salvarmi da questo
meccanismo autodistruttivo. Cutter e grasso, ossa e sudore..
e di nuovo da capo...
Il cutter mi permetteva di sciupare, rovinare, le mie
cicatrici erano un’arma: le contavo, le accarezzavo, le
osservavo fiera di me, di me che sapevo soffrire così bene..
Ognuna era una citazione del mio dolore.. una eccitazione
per il mio sadomasochismo.
Il corpo passa in secondo piano rispetto al trattamento che
esso subisce, la ferita è la cornice.
Crescendo mi sono allineata con quello stile di vita e di
pensiero, il tutto basato su un regime calorico ben
controllato.. tutto controllato e poi non più, la bestialità
della perdita di controllo... condito con un’educazione
sessuale in antitesi: mio padre il “profano”, mia madre il
“sacro”. Crescendo, sono diventata un compromesso tra i due
modelli a cui mi sono aggrappata: nelle azioni ero come mio
padre, libertina e apparentemente senza tabù sessuali, ma
poi, in sostanza, ero come quella donna pura e intoccabile,
guardavo con sufficienza chi era sensibile a quelle
sensazioni, un po’ come un’anoressica che guarda gli altri
mangiare... compatisce e, allo stesso tempo, invidia...
Negli anni ho cercato di trovare luoghi che mi riportassero
a quelle regole che avevo tradito: un collegio femminile,
poi una casa con coinquilini maschi..magari mi avrebbe
toccato nell’orgoglio... ma nulla... l’orgoglio o la forza
di volontà centrano poco quando vuoi solo morire...
Era fortissimo il desiderio di sedurre. Cercavo di
esercitare sull’altro sesso il controllo che non riuscivo
più ad avere verso me stessa. Mi davo facilmente, sebbene mi
raccontassi di essere una “tutta da conquistare”. Quando
c’era la compulsione sessuale non importava chi, non
importava dove, importava che fosse “ora, subito!”.
Inseguivo e pretendevo un sesso animale, violento, durante
il quale godeva sì la mia parte masochista, ma la parte
“delicata”, che avrebbe desiderato coccole e carezze,
restava castrata. Usavo e buttavo via. Il senso poi di
sporcizia, di vuoto, di nulla.
Per anni sono andata avanti così, alternando adrenalina,
alcool, sesso al cibo,vomito, lamette, al mio richiedere
costanti attenzioni tramite la sofferenza... ”se dimostro di
soffrire, di saper soffrire, mi vorranno più bene”, poi
l’astrazione dal reale tramite internet.. un vortice malato
e dai cui non riuscivo ad uscire...
I miei mi hanno portato da vari medici, ma io non ne volevo
sapere, sono stata in cura un anno e mezzo da uno psicologo,
G.N., che mi insegnava a vomitare meglio... poi altri due
terapeuti, ma in me non c’era motivazione, nessuna spinta a
vivere.
A 22 anni ho chiesto, IO, un aiuto... chiesi ai miei
genitori di poter fare un colloquio con ChiaraSole.
Il 25 aprile 2009... ricordo benissimo quel giorno, ricordo
il suo studio, i suoi occhi... solo due persone, nella mia
vita, mi avevano guardata in quel modo, con gli occhi di chi
sa esattamente di cosa sto parlando.. ricordo perfettamente
l’abbraccio di quella donna che oggi mi sta salvando la
vita, giorno dopo giorno.. quell’abbraccio, mi aveva
lasciato la speranza.
Il mio inizio, il 15 giugno 2009.
Inizialmente, sull’onda dell’entusiasmo, mi sono lasciata
invadere dall’onnipotenza che poi si è ben presto dissolta,
lasciando spazio alla violenza dei sintomi e dalla più
totale non lucidità, ebbi varie ricadute alimentari e una di
cutter, la più violenta della mia vita, mi costò 13 punti. E
mi ci sono voluti mesi per capire la gravità del mio gesto.
Posso dire però di aver “cambiato registro” dopo quella
volta.. Ho iniziato a capire, piano piano, cosa volesse dire
la frase
“SE DIMENTICHI IL TUO PASSATO SEI DESTINATO A RIVIVERLO!”
Quando si riesce, con tanto lavoro e impegno, a capire e
svuotare i sintomi del loro significato ci si rende conto
che “non servono più”, si impara a conoscersi, a capirsi e a
rispettarsi. Si riesce ad accettare di essere imperfetti, di
essere “esseri umani”, con punti di forza e debolezze, con
tentazioni e sensazioni.
Oggi, giorno dopo giorno, sto scoprendo chi sono, che cosa
voglio.
Un GRAZIE, che è sempre e comunque insufficiente, a Chiara e
Matteo.
Un GRAZIE alle mie Amiche, compagne di percorso, quella
famiglia che mi sono scelta..
Un Grazie di cuore per tutto quello che lentamente sto
conquistando.
Non rinnego né rimpiango nulla del mio passato, è grazie ad
esso che oggi sono la persona che sono.
Benny
Mi chiamo Margareth volevo diventare invisibile!
Sono sempre stata una bambina ubbidiente,brava,buona,avevo
poche pretese,dicevo sempre sì e non mi ribellavo anche
quando non mi stava bene qualcosa,a scuola prendevo voti
alti,ero la prima della classe,nello sport a 11 anni giocavo
in campionato con le grandi dove arrivò la prima richiesta
di una squadra di pallavolo di serie A,sapevo cucinare e
badavo ai miei fratelli come se fossi per loro una madre…
“non mi mancava niente” mi dicevano,eppure dentro di me
sentivo che c’era qualcosa che non andava,perché?
Perché rispetto alle mie coetanee mi sentivo insicura ed
inadeguata? Loro erano belle,carine ed io mi vedevo
brutta,goffa,incapace a relazionarmi..grassa e
cicciona,inferiore..perchè?
Perché quello che facevo non mi bastava mai? Dovevo dare
sempre di più,non avevo limiti,ero in competizione con
tutti,a casa,a scuola,nello sport,chi cercava di rubarmi la
scena diventava un nemico,dovevo esserci io e solo io..perchè?
A 16 anni ebbi la mia prima delusione d’amore,una storia
durata 2 anni finita perché “i miei genitori non ci facevano
uscire da soli,c’era di mezzo o mia madre o mia sorella” e
lui poveretto mi ha mollata (non so come abbia fatto a
resistere 2 anni!),anche se io in realtà credevo che la vera
motivazione era dovuta al mio corpo che diventava enorme
ogni volta che mi guardavo allo specchio .
Da lì a qualche mese iniziò il mio calvario durato 5 anni e
chiamato ANORESSIA. Ricordo ancora la sera in cui,dopo aver
mangiato un pezzo di pandoro ricoperto di cioccolato,mi
dissi “da domani non mangio più”. Pensai di voler perdere
solo qualche kilo,forse così Marco sarebbe ritornato da
me,mi avrebbe notata di più,solo qualche kilo mi dicevo ed
invece più la bilancia scendeva,più l'adrenalina saliva,più
l'obiettivo e i kili da perdere aumentavano..in realtà
volevo diventare invisibile..nessun numero,nessun numero mi
bastava ma perché in verità un numero non ce l’avevo in
mente...sempre meno..sempre meno.. mi illudevo di avere il
controllo sul cibo,di smettere quando volevo,quando invece
era l'anoressia a controllare me tanto fino ad arrivare al
digiuno completo.
C’è chi ha detto che i miei erano solo capricci
adolescenziali, chi diceva che il mio intento era diventare
una modella (ma quale moda!! Amavo solo e soltanto la
pallavolo), alcuni dicevano che non c’era da preoccuparsi
perché prima o poi quelle fissazioni sul cibo mi sarebbero
passate... ma io stavo male dentro.. sempre di più..sempre
peggio..tanto che arrivò a farmi compagnia la depressione
che scandiva tutte le mie giornate allo stesso modo,chiusa
in camera,nel letto,al buio,con le finestre serrate,non
meritavo niente,nemmeno uno spiraglio di luce.
Fortunatamente sono arrivata a conoscenza di Mondosole in un
momento in cui avevo consapevolezza che le possibilità
davanti a me erano 2: provarci,fare le valigie e partire
oppure lasciarmi morire. Mi bastò vedere la luce che aveva
negli occhi Chiarasole per decidere di prendere in mano la
mia vita:volevo vivere anche io e dire basta a tutto questo.
Andare via dalla Calabria è stato quasi uno strazio sia
perché sono arrivata a rimini prima del periodo natalizio,
in cui vedevo tutta la gente attorno a me felice e contenta
mentre io ero piena di dolore, sia perché mi allontanavo
dalla mia prima e più grande dipendenza: la famiglia.
La parte più difficile è venuta proprio a Rimini:
interrogarsi, guardarsi dentro e dare voce a tutto quel
silenzio,al dolore inespresso attraverso le parole ma
comunicato per mezzo del cibo. Pian piano ho capito che il
vero problema non era il non mangiare,il cibo è stato solo
uno strumento usato perché era l’unica cosa che era
controllabile e gestibile quando dentro di me regnava il
caos. Il corpo è stata la manifestazione del disagio
profondo ed inabissato che ha covato per anni fino a
scoppiare con un sintomo. Andando a ritroso negli anni ho
ripercorso tutta la mia vita,dall’infanzia
all’adolescenza,mettendo in discussione tutto e lasciando
spazio a ciò che era stato oppresso e
compresso:lacrime,dolore,sofferenza sono venute fuori
esattamente come quando ad una pentola bollente si toglie il
coperchio.
Soltanto interrogandomi ho potuto dare spiegazione a quei
perché..
Ho sofferto molto durante l'infanzia,ho più ricordi tristi
che felici,ho odiato le ambulanze e gli ospedali che spesso
mi portavano via mio padre quando veniva ricoverato (mio
padre ha avuto diversi problemi di salute) ed in quei
momenti dovevo stare vicina,dare forza e sostegno alla mia
mamma che emotivamente era fragile,si faceva prendere
dall'agitazione e della disperazione, ero io che mantenevo
davanti a lei la calma quando, per non farmi veder triste,da
bambina andavo a piangere sotto il letto.
Vedere star male mio padre ha portato ad idealizzarlo e ad
innamorarmi sempre più di lui. Per me era un mito,un eroe,un
vincitore perchè guariva sempre per fortuna,mi prometteva
che sarebbe tornato a casa e così era.
Il legame con mio padre: uno dei punti nevralgici del mio
percorso..
Ero la prima figlia e dovevo essere l'esempio per i miei
fratelli,non potevo deluderlo altrimenti avrei perso la sua
fiducia,la sua stima ed il suo amore,dovevo avere
determinati valori solo così ai suoi occhi ero una brava
figlia. Dovevo essere perfetta,pura e casta, io rispettavo
tutte le sue regole ed ero fedele a lui,mentre lui non lo
era con me e da qui l'odio viscerale verso mia madre che era
la sua donna. La detestavo, la invidiavo,volevo essere al
suo posto,ma visto che non era possibile dovevo essere
migliore di lei e di tutte le donne di casa.
Quando nacque mia sorella Ketty avevo 6 anni e per lei, fin
da prima che nascessi, ho avuto delle attenzioni particolari
per lei..la coccolavo,le preparavo e davo il biberon,la
nutrivo e la proteggevo come fa una madre. Un legame
forte,simbiotico,viscerale, facevamo tutto assieme. Stessi
giochi, stessi amici, stessa scuola, io giocavo a pallavolo,
lei giocava a pallavolo, ma in tutto questo c'era in me una
gara a far meglio di lei,dovevo essere io la più brava,
dovevo essere io la migliore fra le due e la preferita agli
occhi di nostro padre. La detestavo se riceveva delle
attenzioni in più di me e la amavo allo stesso modo
difendendola da tutti e da tutto, dai compagni di scuola,
dagli amici,nessuno poteva toccarla:diventavo una furia! Io
e mia sorella eravamo una cosa sola tant’è che dopo pochi
mesi in cui ero a rimini anche lei si ammalò di anoressia.
Per più di anno non ci siamo né potute sentire né vedere.
Il rapporto con la mia famiglia è stato tutto da ricostruire
lì dove si era verificata una sovrapposizione e uno scambio
di ruoli. Oggi quando guardo i miei genitori mi fanno
tenerezza perchè si sono sentiti dire tante volte che è
stata colpa di..ma a loro volta sono figli invasi e
cresciuti con le loro questioni e dinamiche .
Oltre alla parte familiare ho dovuto guardarmi nel profondo
delle mie paure,ascoltare le emozioni,belle e brutte,che
hanno sempre preso forma attraverso lo specchio,accettare le
pulsioni e i desideri che ho sempre cercato di cancellare e
rifiutare(come nel cibo)non è stato per niente facile perché
tutto ciò che è incontrollabile spaventa,terrorizza.
Guardandomi oggi allo specchio vedo una persona diversa..una
donna..e rifarei tutto da capo. Oggi mi sento più
libera,sono io a decidere per me ed a costruire la mia vita,
assieme al mio compagno,ho un lavoro ed economicamente sono
indipendente,ho ripreso gli studi e soprattutto,avendo
spazio nel mio cuore,ho scoperto quanto è meraviglioso amare
e darsi agli altri.
Mondosole mi ha dato la possibilità di uscire dalla prigione
di una vita fatta di doveri e di aspettative massacranti e
soprattutto grazie a Mondosole ed alle mie compagne di
percorso che mi hanno accompagnato in questo cammino la mia
anoressia non si è evoluta nell’altra faccia della medaglia
dei disturbi alimentari: la bulimia. Purtroppo l’anoressia è
una malattia ingannevole perché ti fa sentire
onnipotente,capace di dominare su tutto e tutti,puoi
smettere quando vuoi pensi,quando in realtà è lei a
controllare e gestire la tua vita imprigionandoti con delle
catene subdole e massacranti.
Da queste malattie si può guarire! Ma è fondamentale
chiedere aiuto ed affidarsi a chi è competente perché non se
ne esce da soli ma soprattutto non bisogna dimenticare che
anoressia e bulimia sono il primo caso di morti psichiche in
Italia.
Meg
ESSERE LIBERI DI ESSERE di Elisa Sanguigni
- piccola riflessione sulla Libertà di Essere -
…troppo spesso si da alla parola libertà importanza,
centralità e motivazione, ma quanto si conosce in realtà il
valore e la profondità di questa parola cosi breve e cosi
ridondante nella vita di ognuno di noi???
la libertà politica, libertà di essere, libertà di amare,
libertà di vivere, libertà di agire, libertà di credere e
potrei continuare con una lista infinita di complementi da
far seguire alla parola Libertà.
Oggi la libertà, qualunque essa sia giustifica e da atto ad
azioni umane spesso scorrette e allora la Libertà diventa
uno scudo, la libertà diventa un arma da guerra, la libertà
diventa un pretesto, la libertà diventa un nemico…
La libertà non è un mezzo, la libertà non è un fine… la
Libertà è il principio.
Vuoi essere libero di… allora quanto si è veramente liberi
di…quanto costa essere liberi di…
Il primo verbo, l unico dopo i quali vengono tutti gli altri
verbi a significare la libertà è Essere.
Essere già di per se esprime una libertà.
E’doloroso arrivare alla Libertà di Essere, ma solo questa
ci rende liberi di…..
La conquista della Libertà ha sposato tante cause nella
storia della nostra civiltà lasciando una macchia di sangue
ogni qual volta si è lottato in nome di Questa.
La lotta per la Libertà di Essere non ci lascia immuni dal
dolore, perché per accoglierla dobbiamo prima liberarci di
tutti quei fardelli che si insidiano tra l’ Essere e la
Libertà e cio non può che provocare delle lacerazioni dentro
di noi.
La prima forma e anche la piu semplice di società è la
nostra famiglia.
Questo è il primo contatto che ognuno di noi ha con il mondo
e qui avvengono i primi scambi di info tra l Essere e l
Esterno.
Ogni famiglia è una società a se, con il proprio habitat,
ambiente e individui, con le proprie regole e abitudini, con
i propri bisogni ed azioni.
Ogni nuovo essere è paragonabile ad una pagina bianca che
piano piano inizia a colorarsi e riempirsi mediante lo
scambio di informazioni con l ambiente originario.
La famiglia è membro di un altrettanto ambiente chiamato
Società.
La società è in uno sviluppo incalzante, ogni giorno siamo
sempre più bombardati da input politici, tecnologici,
pubblicitari, produttivi, sociali, un ondata di
informazioni, di prodotti, di immagini, di bisogni.
Questo fiume in piena ci inonda e lascia in ognuno di noi
detriti della sua portata che andranno ad insidiarsi fra le
righe delle nostre pagine originando quelli che poi saranno
i nostri output ovvero le nostre risposte alla società
stessa.
Vorrei precisare che il mio non è un attacco alla società
odierna ma sicuramente l ambiente in cui si vive condiziona
inconsapevolmente o consciamente la vita di ognuno di noi e
per Essere liberi di Essere occorre avere anche la
consapevolezza di dove si proviene di dove si vive e di ciò
che si vive.
Ogni essere è Essere più input e output familiari più input
e output sociali.
Dal grembo materno, passando per il proprio luogo familiare
si arriva al proprio luogo sociale.
E’ un percorso di acquisizioni di informazione cosce e
inconsce,di crescita personale attraverso un confronto
familiare e poi sociale.
Quando si può affermare di Essere liberi di Essere ?
Ciascun individuo grazie all'ausilio di determinati
strumenti, quali ad esempio la psicanalisi può intraprendere
un percorso a ritroso della propria vita, partendo dall'
Essere in divenire fino a tornare all'Essere originario.
Attraverso l analisi, la comprensione, la metabolizzazione e
la consapevolezza dell'ambiente di appartenenza e di
sviluppo quello familiare passando per la comprensione di
ciò che si E’ nel qui ed ora ci si ritrova faccia a faccia
con il proprio Essere.
-Lasciatemi passare il termine Ambiente per riassumere in
un'unica parola luoghi fisici, persone, dinamiche, emozioni
e fatti-
Il percorso di analisi che ci conduce a poter affermare IO
SONO… non sempre è un cammino facile da affrontare, anzi il
più delle volte è doloroso, provoca delle lacerazioni,
perché si viene a contatto con Verità nascoste difficile da
comprendere e accettare che possono essere fatti interni
alla propria famiglia, lati del proprio essere che fino a
quel momento erano sconosciuti, oppure forme malsane di
adattamento al vivere nella società.
Grazie alla conoscenza consapevole del nostro divenire, di
tutti quei fardelli che offuscavano il nostro Essere ,
possiamo dichiararci di Essere e proseguendo il nostro
percorso nel divenire attraverso la consapevolezza di Chi
siamo possiamo finalmente Essere liberi di Essere.
Elisa Sanguigni
La moda milanese esclude la taglia 46 dalle passerelle.
Allarme tra i medici per le giovanissime
fashiontimes.it: L’allarme è stato
lanciato da Roberto Gallosti, Amministratore Delegato del
CICE, Centro Italiano Chirurgia Estetica di Reggio Emilia, a
seguito della mancata presenza di brand come Elena Mirò dal
calendario ufficiale. Secondo Gallosti, “troppe le ragazze
giovanissime che vogliono dimagrire per assomigliare alle
modelle che sfilano in passerella o che posano per le
riviste di moda. Evidentemente non sono bastate le
sentinelle della Moda anti-anoressia ideate dall’assessore
alla salute del Comune di Milano, Giampaolo Landi Di
Chiavenna“.
Gallosti punta il dito contro la Camera della Moda,
sottolineando che “se il presidente della Camera della Moda
Mario Boselli ha negato che esista alcuna preclusione di
taglia ma che la domanda di entrare nel calendari, e’
semplicemente arrivata fuori tempo massimo, questo non
toglie che la Moda italiana abbia perso l’ennesima occasione
di fare qualcosa di davvero utile per la comunità“.
“Purtroppo non è una novità, ma ultimamente abbiamo notato
un incremento di giovanissime che ci contattano per avere
informazioni su interventi orientati al dimagrimento
(palloncino intragastrico, acqua-lipo, liposuzione classica,
etc.)”, spiega Gallosti.
I dati riportati dal CICE peraltro parlano chiaro: tra gli
interventi più richiesti dalle teenager, infatti, c’è
proprio la liposuzione che, con un 31 per cento di domande,
si piazza al secondo posto subito dopo la mastoplastica
additiva (38 per cento). Si tratta principalmente di una
conseguenza dovuta alle tecniche più recenti in fatto di
liposuzione che sono meno invasive e più sicure allo stesso
tempo.
“Al CICE – continua Gallosti – generalmente sconsigliamo
interventi del genere a ragazze molto giovani, soprattutto
per una questione etica e di buon senso. Non solo. Tutti i
nostri pazienti che hanno meno di 21 anni devono
obbligatoriamente fare un colloquio con lo psicologo prima
di sottoporsi a qualsiasi tipo di intervento”. F.A.
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Il mio "primo" sintomo... il CUTTER L' "AUTOLESIONISMO"
Quando mi metto davanti allo specchio, magari dopo la
doccia, e guardo il mio corpo, nudo, mi viene spontaneo
paragonarlo ad una pagina, una pagina su cui, nel corso
della mia vita ho scritto e riscritto il mio dolore, la mia
sofferenza.
Ho utilizzato più di un inchiostro, più di una penna, alcuni
"appunti" sono pressoché invisibili, non si fanno vedere
sulla pelle, ma sull'anima, altri sono nitidi, visibili a
tutti..
Il cutter è stato il mio primo sintomo palese, nonostante il
mio rapporto con il cibo fosse da sempre stato conflittuale
(a dieta da tutta la vita, il primo dietologo alle
elementari..), è stato il primo a farsi strada come forma di
sollievo...di anestesia.
È strano parlare di sollievo quando parliamo di tagli
inflitti al proprio corpo..
Ricordo nitidamente la sensazione: il prima e il dopo.
La sensazione di rabbia, crescente, martellante, il
desiderio di vendetta su di me e sul mondo.
Il capro espiatorio: il mio corpo.
E poi il senso di liberazione, di aver punito il giusto
peccatore.
Ricordo quello che disse una volta una mia compagna di
percorso:
"il tuo corpo, odiato, massacrato, vittimizzato, è stata la
cosa più preziosa che tu abbia mai avuto...è stato lo
strumento utilizzato per esprimere il tuo dolore."
Il fenomeno cutter è ora sempre più diffuso, anche se,
purtroppo, se ne parla poco, per paura di essere giudicati,
di non essere capiti: affamarsi, abbuffarsi e vomitare,
passare ore a massacrarsi in palestra, far sesso come
surrogato d’amore, drogarsi, ubriacarsi… sono poi tanto
diversi?
Confrontandomi con ragazze che soffrono di questa patologia
sono venute fuori molte motivazioni, molte interpretazioni.
Nel mio caso ad avere particolare valore era il dolore, ma
soprattutto la CICATRICE.
Ogni volta che mi tagliavo non pensavo tanto a che cosa
sarebbe uscito, non penso di aver mai creduto che da quelle
ferite se ne sarebbe andata via la mia angoscia, godevo però
nel vedere uscire il sangue...nel vedere la vita, che piano
piano, se ne andava, come col contagocce... sadicamente mi
guardavo con sguardo assente.. Non a caso ho scritto
"sadicamente": Jeckyll che guarda una parte di lui, Hyde,
rovinare e rovinarsi, vittima di se stesso, della sua parte
"cattiva".
Escogitavo ogni tecnica possibile per aumentare il dolore,
perpetrando il mio rito della vasca da bagno: acqua salata,
nastro adesivo sulle ferite..
Ogni fitta, ogni gemito, era per me un segnale che in me
c’erano ancora sensazioni, che ero ancora in grado di
sentire qualcosa, il più delle volte altro non mi sentivo
che un involucro vuoto.
Non mi curavo, non volevo prendermi cura di quelle che
sarebbero diventate un'arma: le mie cicatrici.
Le contavo, le accarezzavo, le osservavo, fiera di me, di me
che sapevo soffrire così bene.. era una manifestazione così
palese che chi avrebbe potuto mettere in discussione la mia
sofferenza?
Ognuna era una citazione del mio dolore.. una eccitazione
per il mio sadomasochismo.
Bastava un litigio, un pensiero, un piccolo, apparentemente
insignificante, cambio di programma.. ed ero legittimata a
farmi del male... La cicatrice era per me un modo per
mostrare a tutti l'insufficienza della mia natura.
La mia natura, mancante, parziale, inadatta.
Le braccia...nasconderle con vergogna, mostrarle con vanto,
motivo di orgoglio, un'etichetta di valore...
La pancia, punto nevralgico, da cui una donna genera la
vita, per me intimo, che nascondo, quella parte del mio
corpo è MIA!
Sulla scia dell'ideale familiare, il mio corpo doveva essere
magro, perfetto, anoressizzato... Ma tutto questo non potevo
reggerlo, era troppo ingombrante, il desiderio di ribellione
era tanto più forte e così ritornava la bulimia, il cutter,
il binge, la restrizione. Tutto votato a:
Sciupare. Provare pena per un corpo rovinato.
Il corpo passa in secondo piano rispetto al trattamento che
esso subisce, la ferita è la cornice. Mi protegge, come una
maschera, infatti è una delle tante maschere di cui mi sono
servita nella mia vita.
Ogni taglio una separazione, da me stessa... Grande
confusione: chi sono io.. quella che taglia o che viene
tagliata?
Ricordo bene il mio primo gruppo a MondoSole, anzi, il primo
gruppo in cui ho preso parola.. portai proprio le mie
cicatrici, la paura di sanarle, la paura che sparissero..
Quando ho iniziato a curarle seriamente da un dermatologo,
ho sentito un gran dolore: non era la parte di dolore fisico
a preoccuparmi, ma il dolore morale, la sensazione che se ne
stesse andando via la mia identità, assorbita dalla mia
stessa pelle.. le contavo e le ricontavo... annotavo
continuamente il numero, quel numero a tre cifre che doveva
rimanere invariato. Che godimento leggendo quel numero!
Nei miei continui sbalzi d’umore ero un conflitto di
emozioni costante: a volte avrei voluto che si
raddoppiassero, altre, che sparissero, che il corpo fosse
pulito.
O tutto o niente.
La mia ultima ricaduta è stata la più forte che abbia mai
avuto. Tale era l’anestesia che non riuscii a capire la
gravità del mio gesto, quella volta ho rischiato la vita, ma
non mi rendevo conto, non SENTIVO. In pronto soccorso
rifiutai i punti, quelli avrebbero fatto guarire troppo bene
quella ferita.. fui però costretta a metterli e li ho
vissuti come una vera e propria “violenza”, tanto che ho
voluto toglierli io, strapparli via, nessun medico mi
avrebbe violata ancora. Così lo avevo vissuto. Avevano
violato il mio corpo..
Ciò che non riuscivo ancora a capire è che IO mi ero
“violata”, IO mi ero ferita, IO cercavo di soffocare un
dolore più grande di me, che oggi, dopo tanta fatica e
lavoro introspettivo, inizio realmente a comprendere e a
sviscerare.
Ci sono dei giorni in cui le cicatrici mi bruciano, mi
pizzicano, ma cerco di non accanirmi, di non crogiolarmi in
quel godimento malato, di autocommiserazione.
Mi fermo, respiro e vado avanti nel mio percorso, che, piano
piano, mi sta portando a conoscermi, a capire chi sono, che
cosa voglio, ma sopratutto mi sta aiutando a sentire senza
bisogno di anestetizzare, ad accettare la frustrazione,
senza che sia il mio corpo a pagarne lo scotto. Tanto lavoro
ancora mi aspetta, ma un’altra cosa che sto allenando è la
pazienza..
Inizio a capire che valgo non perché so soffrire o perché ho
sofferto,
ciò che desiderò di più e per cui ogni giorno lotto col
cuore e con l’anima è la libertà e sono più che sicura, che
arriverà anche per me, con i piedi per terra, ma gli occhi
sempre ben puntati verso il Sole.
La Vita, con i suoi colori, i suoi profumi, le sue
incertezze, le sue sorprese, i suoi imprevisti, è un viaggio
meraviglioso!
Un Grazie di cuore a MondoSole per avermela restituita.
…VITA IN TE CI CREDO.
Benny
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Abuso sessuale... avevo 17 anni...
Sono stata nominata uno degli amministratori della pagina di
facebook "Doppia Difesa" e desidero portare una mia
testimonianza del passato scritta nel libro CHIARASOLE (
anoressia e bulimia: un'esperienza di vita e di morte)
romanzata insieme all’amico David De Filippi. Gli incontri
con la sessualità malata sono stati diversi…
Era arrivata alla soglia dei 17 anni, Chiara, età nella
quale i petali della rosa stanno schiudendosi per
trasformare un promettente bocciolo in un fiore stupendo.
La lotta con la bulimia era una battaglia massacrante, e lo
era diventata anche nei rapporti con la famiglia e con
chiunque circondasse l’esistenza di Chiara.
I tentativi fatti dalla sua famiglia per cercare di arginare
la degenerazione verso l’autodistruzione non si limitavano
al ricorrere alla medicina e al parere dei luminari, ma
anche ad iniziative volte alla disperata risoluzione del
tutto.
Senza pensarci troppo, la mamma di Chiara organizzò un
viaggio assieme alla figlia, sperando che gli svaghi di un
villaggio turistico potessero aiutare la ragazza a
distrarsi.
In quel periodo, completamente svuotata dalla malattia,
Chiara pesava circa quaranta chili, e i tratti somatici che
l’accompagnavano erano tipici dell’incedere malato del suo
demone. Gli zigomi innaturalmente sporgenti, gli occhi
infossati, le scarne mani, quadrate come palette appese a
due manici legnosi che erano le braccia.
Sveniva spesso e il continuo rigettare la privava di quei
liquidi fondamentali per poter affrontare normalmente il
feroce caldo estivo; era un momento sbandato, per lei.
Cercava sollievo fisico e mentale e da un certo periodo
aveva iniziato ad introdurre l’uso di alcolici nella sua
scellerata introduzione di alimenti nel corpo. Un alcol
gentile, amorevole, che le consentiva di svagarsi in quanto,
grazie a lui, tutto improvvisamente assumeva i toni giocosi
dell’irrealtà, consentendole di non pensare alla
quotidianità infernale.
Finito di non mangiare la cena, dove era però stato ingerito
parecchio vino, Chiara decise di trascorrere il resto della
serata in compagnia di altri ragazzi presenti nel villaggio.
Un po’ di svago le avrebbe fatto sicuramente bene, quella
sera, così optò per valorizzarsi un minimo di fronte allo
specchio, quindi uscì.
Immediatamente, il suo essere fresca e femminile, le fece
notare un ragazzo decisamente carino; era uno degli
animatori della zona turistica, ma lo stato d’animo di
Chiara non lasciava presupporre a storie di nessun genere,
neanche fuggevoli, così proseguì la propria serata senza
badare agli insistenti sguardi ammirati di quel giovane
predatore.
Raggiunta la discoteca, venne invasa dai fumi e dai suoni
assordanti e quasi le sembrò, aiutata dall’alcol che aveva
costituito la sua cena, che l’incubo che viveva da sempre
fosse solo un ricordo lontano.
Tra gli schiamazzi, D’un tratto, qualcuno propose il
classico dei classici: bagno in piscina a mezzanotte!
In un ribollire di spruzzi e grida festanti, eccola al
centro dell’enorme vasca, ragazza che sembrava felice di
vivere, ragazza spensierata come tutti.
Era strano questo suo modo di essere. Era un altalenarsi di
eccessi che rispecchiavano la totalità del suo carattere.
Era capace di vivere gioie e momenti bellissimi in famiglia,
e un’ora dopo ritrovarsi a vomitare la propria vita nel
water.
C’era gioia attorno a lei, voglia di vita, voglia di
divertirsi, e lei la percepiva e si adeguava, attrice
superba, al ruolo da impersonare in quella circostanza.
Ed ecco ricomparire lui, il ragazzo carino di poco prima,
con perle di gocce ad adornargli il viso e un sorriso che
colpiva il centro del petto.
Pieno di attenzioni e con fare da vero gentleman, il ragazzo
ricopriva Chiara di ogni premura, facendola sentire protetta
e corteggiata allo stesso tempo.
Le piaceva il modo che aveva di guardarla, come se lei fosse
la più bella di tutte, una vera donna distante anni luce dai
problemi di sempre e quando lui la invitò sotto la doccia
post bagno, lei non pensò altro che a seguirlo.
Aveva dei bei modi e la sensazione che lui, assai più
grande, le rivolgesse così tanti gesti carichi di affetto la
appagava incredibilmente.
Raggiunte le docce, i due ragazzi si accorsero che erano
chiuse, ma sfoderando un nuovo sorriso capace di sciogliere
anche i cuori più gelidi, il ragazzo prese Chiara per mano.
Le chiese di accompagnarlo nel proprio alloggio, dal quale
avrebbe prelevato le chiavi per le docce; lei, pensando con
la ragione dell’alcol, non si domandò nulla, e lo seguì.
Entrando in camera, sempre per mano, Chiara notò un ragazzo
addormentato su uno dei letti presenti in quel locale e
subito le venne suggerito di fare piano, al fine di non
svegliare quell’irascibile compagno di stanza.
Raggiunsero il bagno con passi felpati e una volta dentro,
il ragazzo dai modi splendidi le fece notare la presenza
della doccia. Che senso avrebbe avuto tornare indietro e
fare la doccia assieme a tutti gli altri, quando lì avrebbe
potuto averne una tutta per lei?
Ancora in balia degli eventi e stordita da quel film
romantico che pensava di stare vivendo, Chiara entrò nella
doccia e prese a lasciar scorrere l’acqua, come un eccitante
abbraccio fluido.
Chiuse gli occhi e immaginò di essere in una fresca cascata
di montagna, lontano da tutto, finalmente fuori dai suoi
pensieri…
A quel punto, Chiara aprì gli occhi e vide il giovane
gentiluomo entrare nella doccia assieme a lei.
Ancora sopraffatta dall’alcol, non era in grado di rendersi
ben conto di ciò che stava accadendo, ma capì che c’era
qualcosa di strano e istintivamente si ritrasse, cercando di
uscire.
Voleva solo tornare in camera dalla mamma, percepiva troppa
negatività in quel momento.
Lui la prese per le spalle, però, ed era dolce come in pochi
erano stati con lei. Le chiese di non uscire, di restare lì
con lui a godere di quel meraviglioso momento.
Poi, d’un tratto: “Togliti il costume!”. Il costume?! Ma
come? Perché?
Quella era una doccia fatta per lasciar scivolare via i sali
della piscina, una doccia come quelle che si fanno sulla
spiaggia! Perché mi sta chiedendo di togliere il costume?!
Chiara rispose di no, tentando nuovamente di allontanarsi.
Improvvisamente, come all’ingresso di un orco in un sogno
che sembrava meraviglioso, quello che era stato un giovane
nobile d’animo si mostrò per quello che era.
Iniziò ad innervosirsi e spingendo Chiara contro l’angolo
della doccia per impedirle di uscire, prese a sfilarle il
costume.
Impietrita, spaventata e sconcertata, Chiara rimase immobile
e preda dell’imbarazzo e della vergogna cercò di coprire
quelle che ora erano le sue nudità.
Le ossa che sbucavano dalla pelle erano come aghi crudeli e
taglienti; di certo la sua magrezza non l’avrebbe difesa da
tutto ciò.
Si avvicinò, il giovane predatore, prendendo ad accarezzarla
in modo proibito, a baciarla, a soffiarle addosso un alito
voglioso di sesso crudo.
Il terrore la bloccò, soprattutto nel pensare che un altro
suo simile avrebbe potuto sbucare dalla porta, e iniziare
egli stesso ad abusare di lei.
Prese a pregarlo, Chiara.
Lo faceva a bassa voce, timorosa di svegliare l’altro, e
cercando di tenerlo distante con le braccia troppo esili per
essere utili.
Dio, aiutami… Ho paura… Aiuto, aiutami…
Ma il giovane animale non si fermò e la prese con tutta la
violenza immaginabile.
Per favore… No… Basta… Ti prego… Fermati… Basta…
Il coltello di carne continuava a trafiggerla, sventrandola,
dandole dolore sia fisico sia spirituale.
Quella lama era entrata in lei, in una lei chiusa e
inaccogliente, una lei che non voleva, ma che era diventata
il solo desiderio di quell’uomo animale.
Durò pochissimo, ma durò per sempre.
Restò lì, Chiara, accovacciata ora a terra, con lo
scrosciare dell’acqua che non la lavava dal senso di sporco
del quale non aveva colpe, se non quella di aver ecceduto
nell’inebriante alcol.
Restava immobile, mentre il centro del corpo, essenza stessa
della sua femminilità, pulsava dolorosamente ferito e offeso
nel profondo.
Voleva solo uscire di lì, tornare nella sua camera, ma non
le fu permesso.
Fu raccolta da terra e sospinta verso il letto vicino al
dormiente co-inquilino del ragazzo infame.
Piangeva, singhiozzava in silenzio, tutta tremante alla sola
idea che il potenziale complice si svegliasse e
ricominciasse da dove il primo aveva abbandonato.
Stava lì, rannicchiata come un bambino che dorme, ma lei non
dormiva, anche se ciò che aveva vissuto aveva le sembianze
di un incubo.
Il tempo passava, ma non nella sua testa. Viveva dentro di
sé un attimo eterno, in cui la parola stupro aveva un
significato concreto e tangibile, lama di carne dentro il
suo corpo.
Implacabile, lo scorrere del tempo fece entrare la prima
luce di un giorno che sarebbe stato ancora più vuoto dei
precedenti, e lei, ancora lì, rannicchiata e scossa,
trattenuta dal braccio dormiente del carceriere.
Solo a mattino giunto riuscì ad alzarsi e a scivolare via
grazie alla complicità del sonno del ragazzo per bene, del
ragazzo dai modi raffinati, dal ragazzo che le aveva fatto
quanto più di ignobile avesse potuto farle.
Aspetta… Le disse il ragazzo uomo bestia, o forse
semplicemente, temette di sentire quella parola quando ormai
era finalmente fuori, finalmente libera come la fresca aria
che l’accarezzava affettuosamente. Si sentiva gonfia, il
ventre rigido come fosse stato di cuoio, saturo di impurità
e di veleno prepotente. Camminando come in un incubo,
raggiunse l’alloggio della mamma, e la trovò seduta sul
letto colma di preoccupazione per non averla trovata dopo
una ricerca durata qualche ora. Colma di vergogna e di
terrore, Chiara improvvisò una scusa puerile, sostenendo di
essersi addormentata vicino ad uno scoglio e subito dopo
cadde in una specie di trance. Ma venne accolta duramente,
in modo istintivamente preoccupato, come solo una mamma in
ansia può essere.
E come se non avesse sopportato abbastanza, una sberla le
voltò la faccia.
Rimase in silenzio, Chiara. Un silenzio suo, solo suo. Un
silenzio buio. Un silenzio nero come il nulla.
Avanzò lentamente verso il bagno, e con ancora una mano
pulsante a farle bruciare la guancia, aprì il rubinetto di
quella doccia amica, e iniziò a sfregarsi, come a volersi
depurare da ciò che aveva subito.
Si lavò con maniacale accuratezza; poi, si stese sul letto
sicuro e crollò in un sonno mortale, nel quale l’unica cosa
che riaffiorava alla mente era il volto ansimante
dell’animale che le penetrava l’anima. I giorni successivi
furono terribili, costellati di ricordi a fotogrammi, e di
suoni che riecheggiavano nella sua mente. Quel modo di stare
male era del tutto diverso, non era causato da se stessa,
dal suo autolesionismo, ma da una precisa cattiveria da
parte di un uomo.
Perché? Perché le aveva fatto questo? Perché quando la
incrociava sorrideva maliziosamente, come a volerla
schernire ulteriormente, dopo il torto fattole?
Quella vacanza si sviluppò nel peggiore dei modi, sommando
ulteriori insicurezze alla situazione di Chiara; a al
rientro, sentendosi sporca, indegna e colpevole di un
segreto che sarebbe rimasto tale per molto tempo, precipitò
con maggior intensità al centro del suo vortice malato.
Questo racconto può sembrare estraneo alle vicende della
malattia, ma in realtà è radicato nella malattia stessa.
Purtroppo esistono individui abominevoli per i quali nutro
talmente poco rispetto da non potermi permettere di
qualificarli come vorrei (in fin dei conti, una censura
morale deve esistere, soprattutto nell’utilizzo delle parole
scritte).
E non li qualificherò, relegandoli nell’oblio
dell’indifferenza.
Ma mi rivolgo a coloro che ascoltano e percepiscono con le
vibrazioni dell’anima.
Soggetti in grado di approfittarsi del debole equilibrio di
una ragazza, ne esistono. Ne esistono eccome. Guardatevi
attorno, ragazze. Guardatevi attorno come loro guardano voi.
E diffidate.
Spesso il bisogno di evadere dalla propria realtà anoressica
o bulimica, porta all’avere la necessità di voler vivere una
storia appassionata, un amore pseudo-normale, uno spot di
vita come ogni altra ragazza.
Be’, ragazze mie; voi siete come ogni altra ragazza.
Mettetevelo in testa.
Raccogliete questo sole che avete dentro di voi, e fatelo
brillare sopra i tratti del vostro viso.
Voi siete esattamente come qualunque vostra coetanea. State
passando un momento drammatico, orribile, devastante. Ma ne
verrete fuori. Credeteci. Credeteci con me!
“The sun will rise again”, è una frase rubata agli Iron
Maiden.
Un titolo bellissimo… “Il sole torna a sorgere ancora”.
E’ vero. Il sole, il vostro sole, tornerà a sorgere.
E allora, quel giorno, vivrete tutto ciò che desiderate.
Sogni, amori, desideri, passioni.
Tutto. Tutto quanto.
Con un’intensità superiore a quella che potreste mai
immaginare.
Forza!
Un abbraccio…
ChiaraSole Ciavatta
http://www.chiarasole.it/
Scandalo! Nei negozi T-shirt pro-anoressia. Sei d'accordo?
Un famoso marchio di vestiti per ragazzi, Bershka, è finito
nel bel mezzo di una serrata polemica, contro una delle loro
nuove linee di T-Shirt con sopra la scritta "Love My Bones"
(ama le mie ossa).
L'intento dell'azienda probabilmente era quello di essere
rock, ma visto che non si vive di intenti, ma di risultati,
chiunque abbia avuto quest'idea nel reparto stile di Bershka
ha commesso una grande leggerezza.
Se si vuol parlare ai giovani, non si può ignorare che tutto
il mondo pro-ana, l'universo delle anoressiche che si
sostengono on-line e si tramandano sui loro forum i
comandamenti per essere dei perfetti scheletri ambulanti, ha
tra i propri slogan proprio "ama le tue ossa".
Il principale scopo di questo disagio psicologico e sociale
che tocca da vicino sempre più ragazze e ragazzi è proprio
quello di veder spuntare le ossa dalle proprie magliette,
vedere le costole attraverso la pelle e perseverare sulla
strada della magrezza a tutti i costi, anche quando si è ben
consci che non è per niente sano.
Ora per il brand spagnolo si prospettano tempi duri, sul web
si sta creando una vera e propria coalizione anti-Bershka,
affinché tolgano dai negozi e dalla produzione quel tipo di
T-Shirt.
Voi come la pensate al riguardo? Una maglietta con scritto
"Love My Bones" può influire ancora di più su delle ragazze
che già vedono nella magrezza l'unico stile di vita?
champs12.it/Magazine-Attualita
MI SI TAGLIA quando la sparizione dello stereotipo fa comodo
a qualcuno
![]()

A scanso di equivoci, non abbiamo niente contro il famoso
concorso di bellezza di “Miss Italia”. L’uso storpiato del
nome è solo pretestuoso per far riflettere sul fatto che,
indipendentemente dalle forme corporee di chi indosserà
sorridente la fascia di “più bella del reame”, l’ideale
estetico che realmente domina quasi incontrastato le
palestre e i bagni femminili delle scuole italiane, è quello
filiforme e lolitesco delle taglie under 44. Di oltre due
millenni di cultura europea e di divinità femminili dai
fianchi generosi, neanche l’ombra. Le vere miss che popolano
i sogni notturni (e non) delle teen ager (e non) italiane,
restano troppo spesso le ossute e depresse modelle che si
trascinano sulle passerelle della moda, alternando diete a
base di aria e ricoveri per overdose. Giusto festeggiare la
bellezza, ma senza fingere di non notare che il concetto di
bellezza è spesso drogato da condizionamenti culturali e
commerciali dai quali dobbiamo difendere le nostre figlie:
future donne, future mogli, future madri. Che la bellezza
resti un evento culturale ed emotivo, non matematico e
geometrico.
CUTTER,
alzi la mano chi sa cos'è?
Cutter deriva dal verbo inglese TO CUT e significa tagliare.
Il cutter è una forma di autolesionismo che si manifesta
attraverso tagli autoindotti sul corpo, ma in realtà non
“solo” quelli. Diciamo che con cutter si possono racchiudere
tutte quelle manifestazioni di autolesionismo contro se
stessi: focalizzare l’attenzione su una porzione del proprio
corpo fino a farla sanguinare o, comunque, fino a farsi del
male. Questo può avvenire in svariate forme ad esempio con
delle pinzette accanendosi contro qualche pelo incarnito o
presunto tale, fino a farsi sanguinare in modo importante,
oppure, contro a brufoli oggettivamente inesistenti ci si
possono creare reali cicatrici. Il cutter viene praticato
sia a mani nude che con vari strumenti da lamette,
taglierini, unghie, coltelli, forbici, ecc.
Si tratta di una problematica che esiste da sempre, ma
solamente da poco è stata battezzata con questo nome nome.
La compulsione può essere talmente forte e cieca che può
portare la persona a mettere seriamente a rischio la propria
vita.
Di seguito parte di uno scritto tratto da un articolo a cura
del Dott. Matteo Mugnani
“Cosa succede dunque, ci chiedevamo? Cosa spiega questo
fenomeno, che dunque non è in verità nuovo, ma è solo una
nuova forma di espressione e di tentativo di trattamento del
disagio umano?
Basta ascoltare le parole di chi ci descrive queste sue
pratiche, per capirne di più, ascoltare quali pensieri,
fobie, ossessioni generano queste spinte inarrestabili ad
agire così sul proprio corpo. Ce ne parlano come di pratiche
di estrazione dal corpo di un'impurità, di un qualcosa di
illecito, di non casto, ce lo illustrano come una vera
autopunizione perchè nel corpo, dentro al corpo, sentono che
c'è qualcosa che non dovrebbe esserci, che loro non vogliono
più avvertire. (…)Si propone dunque una scissione tra ciò
che è interno al soggetto e al suo corpo, che dovrebbe
essere a tutti i costi puro e buono, e ciò che è esterno,
nel mondo attorno a lui, sui cui vengono proiettati il male,
l'impurità, la perversione. E il corpo e la pelle come suo
ultimo avamposto, come linea di confine, sono vissuti come
la barriera che separa il bene dal male, il puro interiore
dall'impuro esterno. Ma se l'impuro abita all'interno del
soggetto, se il desiderio che muove la vita del soggetto è
avvertito come un'ospite insopportabile, come una forma di
impurità interna, allora ecco che il soggetto si convince in
modo illusorio di poter "materializzare" questa sua parte
impura, di poterla "sostanzializzare" ad esempio nel sangue
che esce dalle ferite autoindotte, o di punire questa parte
con le pratiche masochistiche. Ma il progetto fallisce
perchè s'imbatte nella verità ultima della natura umana, che
come hanno dimostrato le teorie freudiane, è una natura in
parte anche perversa, in cui l'illusione di poter espellere
da sé e dal proprio corpo questa dimensione vissuta come
impura, può essere superata solo passando per un'altra via,
più stretta, che punta invece ad un riconoscimento e ad una
accettazione di questa dimensione perversa, emanazione della
pulsione di morte, che abita la natura umana.”
Nel mio libro accenno ad alcuni episodi di cutter con
forbici, unghie, mani e non solo.
36) TESTA O CROCE
Quello che accomuna molte delle ragazze che stanno vivendo
questo tipo di problemi, oltre ovviamente al rigettare ogni
sostanza nutritiva, è il martoriarsi fisicamente.
Ho ancora ricordi freschi delle torture volontarie alle
quali Chiara si sottoponeva, nonostante tutti i miei
tentativi di impedirle simili barbarie su se stessa.
Lei, posseduta dallo stolto demone distruttore, sentiva le
mie parole come provenienti da eco lontane, troppo flebili
per essere ascoltate e percepite con decisione.
Si mangiava le unghie.
Già, ma non come qualsiasi adolescente con quel vizio
dettato da un po’ di insicurezza o nervosismo.
Si mangiava le unghie, e con abili contorsioni, anche quelle
dei piedi, ma lo faceva andando fino in fondo e causandosi
terribili infezioni.
Sapeva che non doveva, eppure continuava e neppure il dolore
la frenava. Neppure l’uscita di tutto quel sangue. Anzi,
quasi la eccitava. Quasi la faceva godere in un amplesso
masochistico con sé stessa, con il suo dolore, con la sua
voglia di mortificarsi.
Allo stesso modo, con la stessa tenacia, arrivava a mordersi
la carne dei talloni, delle dita, fin quando il vivo della
pelle, gridando bruciore accecante, non la risvegliava da
quel torpore innaturale. Allora si abbandonava al pianto più
sconfortato, e mani sanguinolente e piedi che le avrebbero
fatto male ad ogni passo si rannicchiavano attorno al suo
corpo, e soffrivano assieme a lei.
Tuttora, guardandole le mani, è possibile riconoscere alcune
altre piccole cicatrici; sì, proprio lì, vicino al tatuaggio
a forma di sole che fa’ bella mostra di sé sul suo polso.
Quale posto migliore, se non ci sono portacenere nei
paraggi, in cui spegnere le sigarette?
Erano vere e proprie torture, delle quali potrei parlarvi a
lungo, dai pugni contro le pareti, o contro tutto ciò che
era solido (procurandosi anche una frattura), ma è giunto il
momento di rendervi partecipi di quella volta in cui, per
propria volontà, scelse di farla finita.
ChiaraSole Ciavatta
www.chiarasole.it
Una delle frasi che ho sentito dire di più, e che ho detto
di più, è MI SENTO SOLA!
Ma non quella solitudine dettata dal non stare insieme alle
persone, bensi’ quel tipo di solitudine che esiste anche in
mezzo alla folla. Un vuoto che infiamma lo stomaco e spesso
anche le parole.
“…. Mi sento così sola…” Per quanto mi riguarda
quell’espressione in realtà significava tante cose. Provo ad
elencarne alcune letture.
La sofferenza che vivevo dentro che andava al di là dei miei
sintomi (cioè dalla percezione abnorme del mio corpo, dal
fatto che mangiassi una foglia di insalata, o 20 chili di
pasta) la sentivo talmente mia e inspiegabile all’esterno,
da farmi catapultare in un’altra dimensione nella quale
nessuno poteva venire.
Non riuscivo a dare un nome a tutte quelle emozioni… era un
gomitolo infinitamente ingarbugliato di sensazioni che non
ero in grado di riconoscere e quindi di spiegare a nessuno.
Mi riempivano tanto da svuotarmi, comprendo che sembra un
paradosso, ma ciò che non si riconosce trasmette effetti
anche contraddittori e mi facevano sentire un grande vuoto.
Da li il senso di solitudine estremo.
MI sentivo sola, perché evitavo di condividere ciò che
provavo, un po’ per vergogna, un po’ perché mi sentivo
folle. Non denunciavo l’esistenza di quanto io stessi
vivendo, tutto abitava SOLO dentro di me… le persone intorno
non potevano saperlo e io spesso mi aspettavo che lo
immaginassero senza nessuna mia comunicazione. Io non
capivo, ma gli altri dovevano capire da un mio sguardo, da
un atteggiamento.
E allora mi arrabbiavo… perché nessuno capiva e io MI SENTO
SOLA!
MI sentivo sola, perché mi isolavo. Mi sentivo sola perché
pensavo di essere la mia malattia, ma una persona non è la
sua malattia ma quello che riesce a fare della stessa nella
sua vita chiedendo aiuto.
ChiaraSole
www.chiarasole.it
italiasalute.it: Spesso avere figli precocemente tranquilli
e maturi viene considerata una fortuna in quanto
responsabili e concilianti. Sicuramente sono meno faticosi
di altri , ma frequentemente nascondono un dolore che non
riescono ad esprimere. In tal senso, dunque, essere figli
perfetti non è indice di benessere psicologico.
Accade che i bambini o gli adolescenti blocchino le proprie
normali crisi di crescita perché consapevoli che
nell'ambiente circostante vi sono già seri problemi o
fragilità degli adulti per cui imparano presto a cavarsela
da soli senza “disturbare”.
Crescendo possono ottenere anche molti successi in ambito
scolastico o sociale ma, nonostante l’apparente forza ed
equilibrio, possono essere soggetti a crisi depressive od a
disorientamento.
Sono vissuti con l'idea di dover diventare ciò che gli altri
si aspettavano da loro e ciò li rende molto vulnerabili,
specie in quelle situazioni in cui è necessario compiere
scelte complesse e personali. Hanno un ideale di perfezione
che può rendere la loro vita molto infelice.
Certe irrequietezze, gli errori, gli insuccessi sono
necessari ad una graduale crescita del bambino ed a
diventare adulti più forti. Gli adulti devono essere
abbastanza maturi da non scaricare aspettative sui figli, da
ricordarsi che non devono assolutamente essere strumento di
compensazione dei propri fallimenti e che hanno bisogno di
essere rassicurati e non di dover rassicurare.
Diventare ed essere genitori non è facile. Si ha una
responsabilità nei confronti dei figli che deve superare
quella nei confronti di sé stessi. Aiutiamo loro a crescere
gradualmente e serenamente con la consapevolezza che non
esiste perfezione e che gli errori fortificano.
Che dici... ti riguarda?!?
ChiaraSole
percosse come metodo educativo?!
Sono giorni che desidero scrivere questo post. Giorni che
rimando. Giorni che provo a mettermi davanti ad un foglio di
word bianco e le dita non partono tanto è lo sgomento e lo
sdegno. Un dolore che purtroppo esiste sempre e non solo ora
perché i fatti di cronaca ci informano di questo scempio
all’asilo Cip Ciop. Vedere quel video di quel piccolo bimbo
di 10 mesi preso a botte, la donne gli tirava i capelli e
l’altro bimbo un pochino più grande si è avvicinato per dare
un po’ di affetto e comprensione.
Non so, non ci sono parole, non ce ne sono mai. Non ne ho
non solo oggi che fatti così gravi emergono alla luce del
sole, non ci sono parole nè verso queste persone
evidentemente disturbate né verso quello che sono le
percosse in senso generale. Scrivo con emozione queste
righe. Mi viene spontaneo fare più ragionamenti ad ampio
raggio.
Purtroppo nella nostra cultura le percosse sono state un
tragico metodo educativo basti pensare al modo di dire
“darle di santa ragione”. Ancora oggi si sentono persone che
ritengono giusto picchiare o dare dicono “solo una
sculacciata o uno schiaffone” per far capire. E dire che di
informazione su quanto le percosse in senso generale
interrompino la comunicazione se n’è fatta. Si è parlato dei
danni delle violenze. Chi è stato vittima di percosse nelle
proprie mura domestiche sa che oltre ad imparare cosa fosse
il terrore puro non ha appreso anche perché spesso erano
condite da parole. Quali e quanti traumi si porta appresso
una persona che è stata vittima di percosse.
Un’altra cosa che fa riflettere è sulla supervisione dei
luoghi che hanno a che fare con chi dovrebbe prendersi cura
dell’altro a partire dall’educazione in poi. Chi si prende
carico di valutare l’insegnante?!
Perché mi sento di aggiungere che, Pistoia è un estremo
incredibile, esistono insegnanti accorti, ma allo stesso
tempo, sento storie incredibili. Punizioni che non
dovrebbero esistere che un bimbo non ha le capacità di
comprendere né metabolizzare. La domanda nasce spontanea se
da una parte una famiglia si trova in difficoltà per
dinamiche personali e dall’altra la scuola non si fa carico
in nessun modo del benessere educativo della persona, che
aiuto avrà quell’essere umano che sta crescendo?!
Sfogliando la vita delle persone mi rendo sempre più conto
che prendere botte sembra la normalità… ebbene NON E’
NORMALE. Non lo era ieri e non lo è oggi. Purtroppo chi è
stato picchiato ha conosciuto quella realtà come normalità e
spesso la ripropone nelle realtà che andrà a creare, si
svilupperà così una catena senza fine se individualmente non
ci si metterà con coraggio davanti a se stessi a guardare le
proprie profonde situazioni per interrompere questo giro.
Gli asili, le scuole… come dicevo, ho avuto modo di
conoscere insegnanti realmente interessati al loro mestiere,
farlo con passione, ma fatti gravi purtroppo sono all’ordine
del giorno e una vera supervisione sarà ora di farla.
ChiaraSole
giornata contro la violenza sulle donne
Un argomento, un concetto, un’emozione, ma soprattutto un
fenomeno che purtroppo vale sempre… tutto l’anno e non
solamente un giorno, ma attraverso il 25 Novembre l’ONU ha
ufficializzato una data per sensibilizzare l’opinione
pubblica su un dramma che colpisce una marea di persone.
Porto una mia testimonianza del passato scritta nel libro
CHIARASOLE romanzata insieme all’amico David De Filippi. Gli
incontri con la sessualità malata sono stati diversi…
Era arrivata alla soglia dei 17 anni, Chiara, età nella
quale i petali della rosa stanno schiudendosi per
trasformare un promettente bocciolo in un fiore stupendo.
La lotta con la bulimia era una battaglia massacrante, e lo
era diventata anche nei rapporti con la famiglia e con
chiunque circondasse l’esistenza di Chiara.
I tentativi fatti dalla sua famiglia per cercare di arginare
la degenerazione verso l’autodistruzione non si limitavano
al ricorrere alla medicina e al parere dei luminari, ma
anche ad iniziative volte alla disperata risoluzione del
tutto.
Senza pensarci troppo, la mamma di Chiara organizzò un
viaggio assieme alla figlia, sperando che gli svaghi di un
villaggio turistico potessero aiutare la ragazza a
distrarsi.
In quel periodo, completamente svuotata dalla malattia,
Chiara pesava circa quaranta chili, e i tratti somatici che
l’accompagnavano erano tipici dell’incedere malato del suo
demone. Gli zigomi innaturalmente sporgenti, gli occhi
infossati, le scarne mani, quadrate come palette appese a
due manici legnosi che erano le braccia.
Sveniva spesso e il continuo rigettare la privava di quei
liquidi fondamentali per poter affrontare normalmente il
feroce caldo estivo; era un momento sbandato, per lei.
Cercava sollievo fisico e mentale e da un certo periodo
aveva iniziato ad introdurre l’uso di alcolici nella sua
scellerata introduzione di alimenti nel corpo. Un alcol
gentile, amorevole, che le consentiva di svagarsi in quanto,
grazie a lui, tutto improvvisamente assumeva i toni giocosi
dell’irrealtà, consentendole di non pensare alla
quotidianità infernale.
Finito di non mangiare la cena, dove era però stato ingerito
parecchio vino, Chiara decise di trascorrere il resto della
serata in compagnia di altri ragazzi presenti nel villaggio.
Un po’ di svago le avrebbe fatto sicuramente bene, quella
sera, così optò per valorizzarsi un minimo di fronte allo
specchio, quindi uscì.
Immediatamente, il suo essere fresca e femminile, le fece
notare un ragazzo decisamente carino; era uno degli
animatori della zona turistica, ma lo stato d’animo di
Chiara non lasciava presupporre a storie di nessun genere,
neanche fuggevoli, così proseguì la propria serata senza
badare agli insistenti sguardi ammirati di quel giovane
predatore.
Raggiunta la discoteca, venne invasa dai fumi e dai suoni
assordanti e quasi le sembrò, aiutata dall’alcol che aveva
costituito la sua cena, che l’incubo che viveva da sempre
fosse solo un ricordo lontano.
Tra gli schiamazzi, D’un tratto, qualcuno propose il
classico dei classici: bagno in piscina a mezzanotte!
In un ribollire di spruzzi e grida festanti, eccola al
centro dell’enorme vasca, ragazza che sembrava felice di
vivere, ragazza spensierata come tutti.
Era strano questo suo modo di essere. Era un altalenarsi di
eccessi che rispecchiavano la totalità del suo carattere.
Era capace di vivere gioie e momenti bellissimi in famiglia,
e un’ora dopo ritrovarsi a vomitare la propria vita nel
water.
C’era gioia attorno a lei, voglia di vita, voglia di
divertirsi, e lei la percepiva e si adeguava, attrice
superba, al ruolo da impersonare in quella circostanza.
Ed ecco ricomparire lui, il ragazzo carino di poco prima,
con perle di gocce ad adornargli il viso e un sorriso che
colpiva il centro del petto.
Pieno di attenzioni e con fare da vero gentleman, il ragazzo
ricopriva Chiara di ogni premura, facendola sentire protetta
e corteggiata allo stesso tempo.
Le piaceva il modo che aveva di guardarla, come se lei fosse
la più bella di tutte, una vera donna distante anni luce dai
problemi di sempre e quando lui la invitò sotto la doccia
post bagno, lei non pensò altro che a seguirlo.
Aveva dei bei modi e la sensazione che lui, assai più
grande, le rivolgesse così tanti gesti carichi di affetto la
appagava incredibilmente.
Raggiunte le docce, i due ragazzi si accorsero che erano
chiuse, ma sfoderando un nuovo sorriso capace di sciogliere
anche i cuori più gelidi, il ragazzo prese Chiara per mano.
Le chiese di accompagnarlo nel proprio alloggio, dal quale
avrebbe prelevato le chiavi per le docce; lei, pensando con
la ragione dell’alcol, non si domandò nulla, e lo seguì.
Entrando in camera, sempre per mano, Chiara notò un ragazzo
addormentato su uno dei letti presenti in quel locale e
subito le venne suggerito di fare piano, al fine di non
svegliare quell’irascibile compagno di stanza.
Raggiunsero il bagno con passi felpati e una volta dentro,
il ragazzo dai modi splendidi le fece notare la presenza
della doccia. Che senso avrebbe avuto tornare indietro e
fare la doccia assieme a tutti gli altri, quando lì avrebbe
potuto averne una tutta per lei?
Ancora in balia degli eventi e stordita da quel film
romantico che pensava di stare vivendo, Chiara entrò nella
doccia e prese a lasciar scorrere l’acqua, come un eccitante
abbraccio fluido.
Chiuse gli occhi e immaginò di essere in una fresca cascata
di montagna, lontano da tutto, finalmente fuori dai suoi
pensieri…
A quel punto, Chiara aprì gli occhi e vide il giovane
gentiluomo entrare nella doccia assieme a lei.
Ancora sopraffatta dall’alcol, non era in grado di rendersi
ben conto di ciò che stava accadendo, ma capì che c’era
qualcosa di strano e istintivamente si ritrasse, cercando di
uscire.
Voleva solo tornare in camera dalla mamma, percepiva troppa
negatività in quel momento.
Lui la prese per le spalle, però, ed era dolce come in pochi
erano stati con lei. Le chiese di non uscire, di restare lì
con lui a godere di quel meraviglioso momento.
Poi, d’un tratto: “Togliti il costume!”. Il costume?! Ma
come? Perché?
Quella era una doccia fatta per lasciar scivolare via i sali
della piscina, una doccia come quelle che si fanno sulla
spiaggia! Perché mi sta chiedendo di togliere il costume?!
Chiara rispose di no, tentando nuovamente di allontanarsi.
Improvvisamente, come all’ingresso di un orco in un sogno
che sembrava meraviglioso, quello che era stato un giovane
nobile d’animo si mostrò per quello che era.
Iniziò ad innervosirsi e spingendo Chiara contro l’angolo
della doccia per impedirle di uscire, prese a sfilarle il
costume.
Impietrita, spaventata e sconcertata, Chiara rimase immobile
e preda dell’imbarazzo e della vergogna cercò di coprire
quelle che ora erano le sue nudità.
Le ossa che sbucavano dalla pelle erano come aghi crudeli e
taglienti; di certo la sua magrezza non l’avrebbe difesa da
tutto ciò.
Si avvicinò, il giovane predatore, prendendo ad accarezzarla
in modo proibito, a baciarla, a soffiarle addosso un alito
voglioso di sesso crudo.
Il terrore la bloccò, soprattutto nel pensare che un altro
suo simile avrebbe potuto sbucare dalla porta, e iniziare
egli stesso ad abusare di lei.
Prese a pregarlo, Chiara.
Lo faceva a bassa voce, timorosa di svegliare l’altro, e
cercando di tenerlo distante con le braccia troppo esili per
essere utili.
Dio, aiutami… Ho paura… Aiuto, aiutami…
Ma il giovane animale non si fermò e la prese con tutta la
violenza immaginabile.
Per favore… No… Basta… Ti prego… Fermati… Basta…
Il coltello di carne continuava a trafiggerla, sventrandola,
dandole dolore sia fisico sia spirituale.
Quella lama era entrata in lei, in una lei chiusa e
inaccogliente, una lei che non voleva, ma che era diventata
il solo desiderio di quell’uomo animale.
Durò pochissimo, ma durò per sempre.
Restò lì, Chiara, accovacciata ora a terra, con lo
scrosciare dell’acqua che non la lavava dal senso di sporco
del quale non aveva colpe, se non quella di aver ecceduto
nell’inebriante alcol.
Restava immobile, mentre il centro del corpo, essenza stessa
della sua femminilità, pulsava dolorosamente ferito e offeso
nel profondo.
Voleva solo uscire di lì, tornare nella sua camera, ma non
le fu permesso.
Fu raccolta da terra e sospinta verso il letto vicino al
dormiente co-inquilino del ragazzo infame.
Piangeva, singhiozzava in silenzio, tutta tremante alla sola
idea che il potenziale complice si svegliasse e
ricominciasse da dove il primo aveva abbandonato.
Stava lì, rannicchiata come un bambino che dorme, ma lei non
dormiva, anche se ciò che aveva vissuto aveva le sembianze
di un incubo.
Il tempo passava, ma non nella sua testa. Viveva dentro di
sé un attimo eterno, in cui la parola stupro aveva un
significato concreto e tangibile, lama di carne dentro il
suo corpo.
Implacabile, lo scorrere del tempo fece entrare la prima
luce di un giorno che sarebbe stato ancora più vuoto dei
precedenti, e lei, ancora lì, rannicchiata e scossa,
trattenuta dal braccio dormiente del carceriere.
Solo a mattino giunto riuscì ad alzarsi e a scivolare via
grazie alla complicità del sonno del ragazzo per bene, del
ragazzo dai modi raffinati, dal ragazzo che le aveva fatto
quanto più di ignobile avesse potuto farle.
Aspetta… Le disse il ragazzo uomo bestia, o forse
semplicemente, temette di sentire quella parola quando ormai
era finalmente fuori, finalmente libera come la fresca aria
che l’accarezzava affettuosamente. Si sentiva gonfia, il
ventre rigido come fosse stato di cuoio, saturo di impurità
e di veleno prepotente. Camminando come in un incubo,
raggiunse l’alloggio della mamma, e la trovò seduta sul
letto colma di preoccupazione per non averla trovata dopo
una ricerca durata qualche ora. Colma di vergogna e di
terrore, Chiara improvvisò una scusa puerile, sostenendo di
essersi addormentata vicino ad uno scoglio e subito dopo
cadde in una specie di trance. Ma venne accolta duramente,
in modo istintivamente preoccupato, come solo una mamma in
ansia può essere.
E come se non avesse sopportato abbastanza, una sberla le
voltò la faccia.
Rimase in silenzio, Chiara. Un silenzio suo, solo suo. Un
silenzio buio. Un silenzio nero come il nulla.
Avanzò lentamente verso il bagno, e con ancora una mano
pulsante a farle bruciare la guancia, aprì il rubinetto di
quella doccia amica, e iniziò a sfregarsi, come a volersi
depurare da ciò che aveva subito.
Si lavò con maniacale accuratezza; poi, si stese sul letto
sicuro e crollò in un sonno mortale, nel quale l’unica cosa
che riaffiorava alla mente era il volto ansimante
dell’animale che le penetrava l’anima. I giorni successivi
furono terribili, costellati di ricordi a fotogrammi, e di
suoni che riecheggiavano nella sua mente. Quel modo di stare
male era del tutto diverso, non era causato da se stessa,
dal suo autolesionismo, ma da una precisa cattiveria da
parte di un uomo.
Perché? Perché le aveva fatto questo? Perché quando la
incrociava sorrideva maliziosamente, come a volerla
schernire ulteriormente, dopo il torto fattole?
Quella vacanza si sviluppò nel peggiore dei modi, sommando
ulteriori insicurezze alla situazione di Chiara; a al
rientro, sentendosi sporca, indegna e colpevole di un
segreto che sarebbe rimasto tale per molto tempo, precipitò
con maggior intensità al centro del suo vortice malato.
Questo racconto può sembrare estraneo alle vicende della
malattia, ma in realtà è radicato nella malattia stessa.
Purtroppo esistono individui abominevoli per i quali nutro
talmente poco rispetto da non potermi permettere di
qualificarli come vorrei (in fin dei conti, una censura
morale deve esistere, soprattutto nell’utilizzo delle parole
scritte).
E non li qualificherò, relegandoli nell’oblio
dell’indifferenza.
Ma mi rivolgo a coloro che ascoltano e percepiscono con le
vibrazioni dell’anima.
Soggetti in grado di approfittarsi del debole equilibrio di
una ragazza, ne esistono. Ne esistono eccome. Guardatevi
attorno, ragazze. Guardatevi attorno come loro guardano voi.
E diffidate.
Spesso il bisogno di evadere dalla propria realtà anoressica
o bulimica, porta all’avere la necessità di voler vivere una
storia appassionata, un amore pseudo-normale, uno spot di
vita come ogni altra ragazza.
Be’, ragazze mie; voi siete come ogni altra ragazza.
Mettetevelo in testa.
Raccogliete questo sole che avete dentro di voi, e fatelo
brillare sopra i tratti del vostro viso.
Voi siete esattamente come qualunque vostra coetanea. State
passando un momento drammatico, orribile, devastante. Ma ne
verrete fuori. Credeteci. Credeteci con me!
“The sun will rise again”, è una frase rubata agli Iron
Maiden.
Un titolo bellissimo… “Il sole torna a sorgere ancora”.
E’ vero. Il sole, il vostro sole, tornerà a sorgere.
E allora, quel giorno, vivrete tutto ciò che desiderate.
Sogni, amori, desideri, passioni.
Tutto. Tutto quanto.
Con un’intensità superiore a quella che potreste mai
immaginare.
Forza!
Un abbraccio…
Perché?
Perchèèèè???
Perché?!?!?!
Perché????
Perché a me?!?!
Questa domanda è stato un vortice incredibile di dolore che
mi ha accompagnato per tanto tempo.
Durante gli anni sintomatici, la parte razionale spesso
riconosceva l’”assurdità” di quegli stessi sintomi, ma la
forza emotiva che mi costringeva a massacrarmi era più
forte. Quell’autodistruzione aveva la meglio su tutto e non
mangiare o mangiare tanto… il bisogno viscerale di sradicare
ogni brandello di carne dal mio corpo come a voler togliere
le colpe del mondo da me era necessario. Una corsa contro il
tempo, quindi contro la vita. Ma quella continuava comunque
a pulsare e ogni sintomo, ogni percezione più o meno
distorta erano una grande schiavitù disarmante: una prigione
che amavo e odiava e che mi dava grande adrenalina
fondamentale alla mia esistenza. Nei momenti di disperata
lucidità ricordo vividamente il mio chiudermi a guscio in
camera, in qualche luogo protetto o al porto a me tanto
caro. La testa tra le mani e il continuo ripetermi e
chiedermi perché? Perché A ME?
Perché questa corsa all’autodistruzione… per un po’ è stato
un piangere sul mio dolore e quel fatidico PERCHE’ A ME non
mi è servito a molto.
Poi gli anni passavano confusa e illusa da un DA DOMANI
inutile ero sempre più sommersa e avvolta da sudicio vomito
e affogavo in un fiume di lacrime e ho deciso di capire
davvero quel, o meglio, quei PERCHE’.
Aiutata da una professionista ho compreso tutte le cause
delle mie compulsioni, della mia malattia.
Perché a me è una domanda che ha tante risposte per ognuno.
Aggiungo una cosa… prima di questo percorso oltre ad averne
fatti tanti altri avevo in me la convinzione di sapere già
tutto di me. Di avere ogni risposta. Di avere tutto chiaro i
perché e i per come di ogni cosa.
Ho imparato che fino a quando si è soli a guardarsi e
guardare le dinamiche che riguardano la propria vita si
rimane l’unico arbitro di tutto, di conseguenza è
praticamente impossibile cambiare prospettiva e angolazione
nell’osservare cose e situazioni. Ho imparato, mettendomi in
discussione, che ogni perché ne nasconde un altro e tutto
quanto è come un gomitolo intrecciato che ha bisogno di
tempo per essere srotolato, compreso e digerito.
ChiaraSole
31 Dicembre… Abbasso i bilanci!
Un altro anno è passato. Inesorabile tempo che scandisce
ogni momento facendo in modo che i pensieri determinino il
bene o il male, il positivo o il negativo della nostra
esistenza.
Tra qualche istante si sentiranno nell’aria lo schioppettate
delle bottiglie di champagne e spumante che segnerà il
passaggio al nuovo anno. Un anno tutto da scrivere. Una cosa
che, purtroppo, ero solita fare alla fine di ogni anno era i
MALEDETTI BILANCI che guarda caso puntavano solo ed
esclusivamente a guardare cose terribili. I bilanci
riuscivano sempre, ma proprio sempre, a rovinare ogni fine
anno e ogni compleanno e tutto si riassumeva in un'unica
spiegazione: il tempo passava e io stavo ancora male, il
tutto condito da pensieri come “ancora non ho creato nulla,
non sono riuscita a realizzare niente, non valgo nulla alla
mia età, ecc.” Una tristezza infinita che mi portava
inevitabilmente a sabotare altri momenti di vita che,
chissà, magari potevo vivere in modo più spensierato… anzi
che POI ho vissuto spensieratamente, perchè ho imparato che
in quel modo non facevo altro che trovare situazioni e
atteggiamenti per chiedermi in me in mondo incomprensibili
che avevano solo bisogno di immense e potenti anestesie
perché quel dolore era troppo grande, troppo mio, troppo
isolate, troppo profondo.
Spesso tutto questo nasceva, oltre che per cause personali
familiari, anche per motivi simili al Natale… ERA CAPODANNO
e bisognava divertirsi per forza, fare cose incredibili,
fare tardi…
Una costrizione insopportabile…
Quindi, detto tutto questo, propongo di vedere il 31
Dicembre e l’1 Gennaio… come il passaggio naturale dalla
fine di un anno all’altro… con la possibilità di darsi
l’opportunità di scrivere un anno tutto nuovo all’insegna
del benessere interiore con l’aiuto di chi ha gli strumenti
per darlo… pensando che da soli si arriva ben poco lontani.
E che l’anno passato, per quanto doloroso possa essere
stato, è sicuramente pregno di insegnamenti importanti.
Tutti questi anni insieme, uno dopo l’altro… faranno
arrivare al traguardo.
ChiaraSole
Natale non è solamente il 25 Dicembre, ma tutto il periodo
che va in particolare dall’8/12 al 6 Gennaio.
Questo momento è molto difficile per chi soffre di disturbi
alimentari. Ricordo i miei Natali con sofferenza. Sono stati
sempre faticosi, dolorosi e ricchi di incomprensioni.
Natale, oltre al significato religioso, porta con se tanti
altri significati.
Al di là dell’aspetto alimentare, è come se a Natale si
respirasse nell’aria una sorta di dovere: quello cioè di
dover essere felici e in armonia a tutti i costi. Certo che
quando questo equilibrio non lo si possiede non è tanto
facile far pace con se stessi.
Girare per le strade e vedere persone abbracciarsi, luci
colorate, pacchettini, regali, dolciumi, persone che
sgranocchiano cibi prelibati spensieratamente, famiglie che
si amano… ebbene tutto questo e molto di più mi rattristiva
moltissimo.
Mi faceva odiare tanto il Natale, neanche io capivo bene il
perché… ovviamente buttavo tutto sul cibo come sempre. Era
sempre colpa dell’aspetto sintomatico: del mangiare, del
dover stare tante ora a tavola. Sicuramente, avere tanta
della mia droga a disposizione non aiutava, ma il punto vero
non era quello.
Il fatto era che dovevo festeggiare la vita quando non è
avevo alcuna voglia, quando di voglia di vivere ne avevo
davvero poca. Dovevo stare con la mia famiglia, tutta la mia
famiglia, ipocritamente, sapendo che gli equilibri interni
erano assolutamente precari. Quel dover essere felice mi
pesava tantissimo. Tutto non doveva essere rovinato da
nulla, tutto apparentemente “perfetto”.
E, puntualmente, non reggevo e mi rifugiavo nel mio amato e
odiato cibo.
Oggi scrivo questo post, perché già da anni, mi adopero come
posso, affinchè le persone che soffrono di questo male
incredibile si diano la possibilità di scoprire il natale
senza le vesti del dovere.
So che molte delle sensazioni che ho scritto qua sopra e
tante altre che non ho scritto sono a comuni a chi soffre di
disturbi alimentari, ma quello che dico è… perché il Natale
deve essere per forza brutto perché lo è sempre stato? Per
un anno, e non solo, può essere all’insegna di se stessi.
Della propria riscoperta o scoperta. Quella nascita può
coincidere con la propria, con una scelta tanto importante
quanto lo è la lotta per vivere. Quanto lo sono far cadere
le maschere e scegliere di essere anzichè dover essere.
Questo Natale ognuno può regalarsi la possibilità di
chiedere aiuto, o chi già sta seguendo un percorso di
rilanciare la propria motivazione con tutta se stessa.
Io vi dico che è possibile vivere il Natale senza pensare
che sia un dovere viverlo perché tutti se lo aspettano da
noi… e che tutto va al di là del significato stesso che
istituzionalmente ha: ognuno può dare il significato proprio
a questo periodo.
Può pensare di scegliere di assecondare i propri desideri…
di darsi un’altra chance con tutto l'aiuto necessario.
Questo è il mio augurio per questo Natale e cioè di
seguire te stessa/o!
Io ci sono!
ChiaraSole
Internet e Disturbi Alimentari
Internet può essere molto prezioso per il mondo dei disturbi
alimentari se punta a portare chi vive questo profondo male
nella realtà. Il puro confronto tra persone che soffrono
senza una mediazione non porta a molto, anzi, rischia di
portarle e portarli a insegnarsi reciprocamente gli
espedienti malati.
Internet è anche un mezzo di comunicazione e può essere
usato in modo sano e in modo malato. Molte persone tendono a
nascondersi dietro ad un monitor proprio per il terrore di
interagire con il mondo, la sfera sociale è una di quelle
più colpite da queste malattie.
A mio giudizio i siti, i blog, i video pro ana (anoressia) e
pro mia (bulimia) hanno un impatto terribile su tutte le
persone che rischiano di ammalarsi o che comunque stanno già
male ed è proprio per questo che è bene parlarne, fare
informazione, ma non pubblicizzarli.
La dimensione anoressico-bulimca è un mondo a parte. E’ un
mondo in cui ci si illude di tenere sotto controllo cibo e
corpo, si tenta di fare questo, mentre invece è la malattia
che controlla la persona e non la fa essere libera. Io mi
sentivo forte, mi illudevo di esserlo, ma poi ho compreso
che non ero mai libera di avere pensieri lontani dai miei
sintomi: cibo, calorie, corpo, percezione del mio corpo. E
questi sono solo i sintomi della malattia. Gli espedienti
attraverso i quali anestetizzavo il dolore che era sepolto
dentro di me e che non volevo e non riuscivo a riconoscere.
Quando ero inconsapevole della verità che custodivo dentro
per me il problema era davvero il corpo, ma poi curandomi,
grazie al mio percorso, ho capito, mi sono scoperta.
Secondo me bisognerebbe intervenire su due fronti… da una
parte la censura, ma dall’altra queste persone che soffrono,
spesso senza esserne consapevoli a causa dell'onnipotenza
della patologia che anestetizza, vanno avvicinate
coinvolgendo i familiari dando loro consigli pratici e
spiegando profondamente cosa sono queste malattie nelle
varie sfaccettature.. (Per aprire un blog si scrivono i
dati, estremi sulla privacy permettendo.)
Le persone che si imbattono nei siti pro ana e mia possono
cercare di mettersi in contatto con le ragazze ma è
necessario avere delle competenze. Può ad esempio
indirizzarle verso altre realtà sempre via internet.
Esistono forum e blog sani e propositivi. Psicologi ecc.
Raramente è bene parlare con chi soffre di queste patologie
dell’aspetto prettamente sintomatico ovvero di come quanto
ci si alimenta e/o dell’aspetto ponderale: è meglio
avvicinarsi parlando d’altro come ad esempio l’aspetto
umorale.
ChiaraSole Ciavatta
- tratto da un'intervista fatta recentemente -
LA MALATTIA – pagina di diario -
Io non capisco ogni giorno mi riempio la testa e il cuore di
buoni propositi
DA DOMANI BASTA ABBUFFATE
da quanto tempo è che me la racconto?
da quanto tempo mi illudo di poter vincere questo male che è
una sorta di cancro al cervello?
è inutile che io mi illuda lui è più forte di me
la Chiara cattiva che chiamo da sempre Francesca mi vuole
morta e io non riesco a contrastarla
ogni istante provo a resistere all'impulso maledetto
dell'abbuffata ma inesorabilmente fallisco e continuo con la
solita cantilena
NON CE LA FACCIO PIU’ VOGLIO MORIRE
provo uno schifo pazzesco verso me stessa
ma è mai possibile che la mia testa abbia tutto questo
potere su di me?
è mai possibile che non riesca minimamente a decidere di
seguire la strada del bene invece che quella del male?
e quel che è peggio è che dipende tutto da me questo non è
un male che si può guarire con le medicine si tratta di un
male psicologico la mia testa può farmi vivere o portarmi
alla morte e io non riesco a combattere questo spirito
distruttivo che ho dentro
maledetto maledetta me e il mio non riuscire a reagire
quando mi dicono che dipende da me mi viene un nervoso tale
che spaccherei tutto intorno
NON CE LA FACCIO
possibile che nessuno capisca che non è una mia volontà
quella di mangiare chili di schifezze?
la mamma si arrabbia quando trova il frigorifero vuoto e in
parte ha ragione ma io non sono semplicemente golosa come
dice lei
come faccio a spiegarle che quello che mi spinge a fare
quelle cose è una parte di me che io non riesco a gestire?
è come una calamita incontrastabile quella che mi spinge
verso il mio cibo
che rabbia mi sento impotente davanti a me stessa
mi guardo allo specchio e provo uno schifo pazzesco mi odio
perché quando ho bisogno di mangiare non guardo in faccia a
nessuno calpesto chiunque si trovi sulla mia strada
anche ieri sera
mi vergogno di me stessa
ero con il mio amore poveraccio a dover star dietro ad una
come me
per l'ennesima volta ho fatto l'amore con lui per poter
arrivare al mio scopo
avevo bisogno di un'orgia alimentare mi pulsava tutto il
corpo sentivo dolori ovunque stavo male
DOVEVO MANGIARE
siamo stati insieme e io non ho pensato a lui neanche per un
momento
volevo che stesse bene ma per arrivare alla mia meta malata
stavamo lì a letto e la mia mente immaginava grandi immensi
buffet
vedevo panini ovunque
salse
lasagne
immaginavo cibi pregni di olio
come posso comportarmi così verso una persona che mi
dimostra amore?
ovviamente lui non si è accorto di nulla ma appena abbiamo
finito io sono corsa in cucina mentre lui si è addormentato
ma che razza di male terribile è questo che mi obbliga ad
arrivare a bassezze simili?
non sono più io
questa persona non è Chiara
a volte mi sento quasi indemoniata
quella parte folle che è dentro di me io non la conosco non
sono io
ieri sera sempre per facilitarmi il tutto ho bevuto
parecchio alcool
mi faceva schifo il pensiero di fare sesso e così mi sono
anestetizzata e sono ricaduta nel solito errore
eppure ormai dovrei saperlo che quando bevo il bisogno di
mangiare aumenta spropositatamente
non più tardi di una settimana fa la mamma mi ha trovata
svenuta nel bagno
ero a terra e non riprendevo i sensi fra alcool cibo vomito
poveri genitori quante ne stanno passando a causa mia
che senso ha vivere così?
perché devo vivere così in questa prigione dorata invisibile
da fuori
una prigione solo mia che mi fa trasformare in una persona
che odio con tutta me stessa
ogni mezzo è buono per raggiungere il mio scopo
ora sono stremata mi sento molto debole ho vomitato
ininterrottamente per quasi due ore
non so dire quanta robaccia sia riuscita a spingere a forza
dentro al mio stomaco prima di correre in bagno per
liberarmi di tutto
mi vergogno tanto non ho più dignità e sento sempre dolori
sparsi per tutto il corpo
sento questo vuoto che è come un pozzo nero senza fondo una
voragine che devo assolutamente riempire con la vita con il
cibo
con il mio amato/odiato cibo
l'unico capace di darmi un po' di sollievo
ma poi cosa succede subito dopo?
devo liberarmene perché quelle calorie mi farebbero perdere
questa falsa sicurezza che la magrezza mi regala
la rabbia più grande viene dal fatto che razionalmente
capisco tutto
mi rendo conto di tutto ma poi la Chiara cattiva prende il
sopravvento mi spazza via e mi fa tutto il male che mi sta
facendo anche ora
e nessuno mi capisce io desidero solo la morte
ormai sono anni che vado avanti così
sono anni di sotterfugi
purtroppo divento incredibilmente astuta quando voglio
mangiare
che vergogna quante schifezze ho fatto quante leggerezze ho
commesso
come ti ho detto ho appena vomitato
è incredibile come questo atto mi metta subito davanti alla
più devastante realtà
subito dopo il vomito se riesco a non continuare a mangiare
mi prende la disperazione
penso che se un giorno mi ammazzerò sarà proprio durante uno
di questi momenti
ma diario mio sappiamo bene entrambi che non ho le palle
neanche per farla finita
e quindi continuerò a morire vivendo
sì perché ormai sono morta dentro
nulla mi fa contenta non provo interesse per nessuna cosa
che non sia il cibo
lo sogno lo vedo ovunque e lo bramo
maledetto
io so che ogni volta che rimetto rischio la vita e così cosa
faccio?
continuo a vomitare ancora e ancora sperando la tanto attesa
emorragia interna che forse mi porterà un po' di pace
un'emorragia e in venti minuti è finito tutto
e invece niente continuo a espellere sangue ma ahimè sono
solo i capillari a rompersi
la mia vita è fatta di sangue e lacrime ormai
non so che devo fare
so solo che voglio morire è l'unico mio desiderio perché
tanto so che non guarirò mai
Tratto dal libro CHIARASOLE "UN'ESPERIENZA DI VITA E DI
MORTE"
Spero sia uno specchio anche per te... come ci sono riuscita
io chiedendo aiuto... puoi farcela anche tu!
ChiaraSole
Il
Passaggio – Anoressia – Binge… sintomi!
Come dicevo nel post precedente tanta rigidità anoressica
non poteva durare.
Una cosa è scolpita nella mia mente e vedo che è comune a
tante persone. Il momento del passaggio. Della perdita
dell’illusione del controllo. Della fine dell’anoressia.
Quel giorno per me è cominciato il vero inferno.
Ricordo che avevo l’abitudine malata di fare sempre
interminabili sedute di palestra. Poi salivo in cucina. Mi
concedevo pochi biscotti light. Erano biscotti molto tristi
e alquanto insapore.
Quel giorno il pacco era da cominciare.
L’ho aperto e in un istante mi sono trovata con la carta
vuota tra le mani. All’interno della confezione non c’era
più nulla. Cercavo i biscotti e non ne vedevo più.
Li avevo divorati tutti io senza poter decidere niente.
Un intero pacco di biscotti.
Tutti in una volta quando ogni boccone era sempre ragionato,
calcolato, controllato, pensato nei minimi particolari.
In quel momento mi sono sentita morire. L’espressione senso
di colpa non descrive affatto ciò che ho provato. Volevo
sprofondare dentro di me. Ho chiamato mio padre piangendo.
Non sapevo cosa fare. Non riconoscevo la persona che ero.
Sentivo dolore fisico in tutto il corpo: come se mi stessero
trafiggendo 100 coltelli tutti in una volta. Urli, pianti…
nulla era in grado di farmi provare un po’ di sollievo. QUEL
DOLORE PESAVA TANTISSIMO!
Non volevo tutta quella vita dentro di me.
Tutto quel nutrimento.
Io, e solo io, dovevo decidere…. Avere il controllo. Anche
se in realtà non l’avevo mai avuto. MI ero illusa di averlo,
ma la malattia si era impossessata di me, si nutriva della
mia vita e decideva per me.
Il tutto si è “risolto” con ore di corsa per cercare di
rimediare, per mettere a tacere bruscamente i sensi di
colpa…. Ma ormai quello pseudo controllo era morto.
Continuerò nel prossimo post…
ChiaraSole
c4@chiarasole.it
www.chiarasole.it
Anoressia (e/o ideale anoressico) - alcune sfaccettature
Si è portati a pensare che l’anoressia sia solo restrizione
assoluta alimentare.
Così come si pensa che una persona ammalata di anoressia sia
solo una persona di pochi chilogrammi.
A me sembra decisamente riduttivo!
E’ vero che molte persone arrivano a pesare pochi chili, ma
quelle stesse persone quando hanno cominciato a variare la
loro alimentazione pesavano diversamente e non erano forse
comunque anoressiche?
Il vocabolario descrive l’anoressia mentale come sindrome
nevrotica caratterizzata dal rifiuto sistematico del cibo e
questa è l’idea comune delle persone, ma assolutamente
riduttiva e incompleta del dramma che si vive.
L’anoressia è una forma mentis.
Quando io ero anoressica ho vissuto brevi periodi di
digiuno. Ricordo le mie giornate profondamente ossessive.
Ogni cosa aveva orari. Il mio ideale di perfezione era
assolutamente surreale. A scuola dovevo avere tutti 11: un 9
era un fallimento.
I cibi erano accuratamente selezionati. Gli affetti dovevano
essere controllati. Ogni cosa doveva essere sotto il mio
controllo e se non lo era vivevo frustrazioni dolorose. Non
sentivo la stanchezza grazie all’iperattività e ai nervi
anoressici che mi tenevano su in una forma di euforia
onnipotente.
Se qualcuno mi diceva che qualcosa non andava io non gli
davo retta, io sapevo cosa dovevo fare.
Io ero anoressica in tutto, in tutte le sfere della vita.
Avevo grandi problemi relazionali con le compagne di scuola.
Facevo tanto sport. Tantissima corsa. E mi nutrivo, ma a
modo mio.
Ricordo un periodo durante il quale avevo grandi crisi di
nervi ogni volta che qualcuno mi contraddiceva. Era il mio
mondo e doveva andare avanti così, anoressicamente con un
controllo compulsivo…. Che però non poteva durare! Da un
punto di vista ponderale non si vedeva, ma gli atteggiamenti
erano molto particolari.
Stavo male, volevo scomparire, mi vedevo enorme, eppure mi
nutrivo: con i miei schemi, con i miei riti e programmi, con
cibi concessi ed altri tabù.
Continuerò nel prossimo post….
ChiaraSole
L'infinita sofferenza non ha bisogno di etichette esterne...
esiste e basta e non è meno dolorosa per questo, anzi, lo è
di più, perchè NON SI VEDE!
E’ meglio se mi chiudo in casa
Mi piacerebbe sfruttare questo spazio per ragionare insieme
a voi su tanti aspetti delle patologie che riguardano più o
meno tutti.
Partendo dal, o meglio, dai sintomi si riesce sempre a
capire molto di se.
Isolarsi significa sottrarsi alla vita per svariate paure,
ma è davvero complesso ammettersi il timore di affrontare le
relazioni, il timore di crescere, il timore di avere
responsabilità, ecc.
Così è frequente che si ricorra inconsapevolmente ai
dolorosi sintomi.
Oggi vorrei soffermarmi particolarmente sulla visione di se
stessi.
Ricordo quando mi vestivo coprendomi dalla testa ai piedi
per la vergogna di come ero fisicamente, di come mi
percepivo. Mi illudevo che il mio problema era come apparivo
agli occhi degli altri e così prima o dopo finivo per
chiudermi in casa, perché non volevo essere vista, per la
vergogna.
Poi ho compreso che io proiettavo negli altri ciò che vedevo
in me. Come se tutti potessero percepire la visione distorta
che io stessa avevo del mio corpo, ma questo non valeva
solamente per il fisico… come sempre quella è la punta dell’ice
berg, ma per qualunque altro aspetto negativo la mia bassa
autostima riteneva possedessi.
Usavo il sintomo per non vivere, per non uscire, per non
affrontare le difficoltà, le paure.
Era sempre così: sicuramente le persone pensavano di me che
non valevo nulla, ma in realtà ero io a pensarlo. Nel mio
essere enorme, mi sentivo invisibile.
Quell’enormità dettata da un dolore senza nome, mi faceva
sentire che le persone potevano avercela con me
costantemente, quando in realtà ero io ad essere arrabbiata
con me stessa. PROIETTAVO SEMPRE TUTTO FUORI, perché
fermarmi a guardarmi dentro faceva davvero male e i miei
sintomi mortali e autolesionistici mi proteggevano da tanta
sofferenza anestetizzandola.
Pensavo fosse una lotta tra me e il mondo quando in realtà
si trattava di una lotta tra me e me.
Si, sono stata davvero enorme, molto più che enorme… ben al
di là dei miei 90 chili, era il mio dolore ad essere
grassissimo! Proprio come il vostro!
ChiaraSole
www.chiarasole.it
Giù la maschera!.... LE MASCHERE PROTETTIVE.
Quanto conta poco l’apparenza. Raramente una persona è come
si presenta.
Non riguarda solamente il grande mondo dei disturbi
alimentari, ma ovviamente ora mi soffermerò particolarmente
su questo.
Parlando di me: quando stavo male ero martellata mentalmente
da doveri.
Dovevo essere bravissima in tutto, dovevo dimostrare di
essere forte, non dovevo dimostrare le mie fragilità, le mie
emozioni, dovevo rispettare un ideale di perfezione
inesistente, dovevo primeggiare per affermarmi.
Dovevo insomma. Dovevo, dovevo e dovevo.
Con i tanti “dovevo” che avevo percepito imposti da varie
dinamiche familiari, sentivo che loro si aspettavano questo
da me, che tutto il mondo voleva questo, ebbene a quel punto
non c’era più spazio proprio per la persona più importante e
cioè IO.
E così inconsapevolmente sono stata costretta ad inventarmi
tutta una serie di maschere comode e scomode allo stesso
tempo.
Avevo come un guarda roba di maschere: quella “giusta” per
ogni occasione.
Indossavo il “vestito-maschera” per ogni situazione non
vivendo mai però e non riconoscendomi in nessuna di essa.
Anche per questo a periodi alterni mi sentivo costretta a
chiudermi nel mio mondo di depressione nera, chiudermi in
casa, perché quelle recite dopo un po’ risultavano davvero
insostenibili. Io non sapevo chi ero. Non sapevo Riconoscere
cosa mi piaceva, cosa desideravo fare. L’unica cosa che mi
rimaneva era nascondermi per un po’ e prendere fiato,
anestetizzarmi con i miei sintomi e proteggermi. MI
ribellavo con violenza oppure entravo in letargo.
C’è voluto aiuto, lavoro e tempo per LASCIARE IL DOVER
ESSERE PER L’ESSERE, per comprendermi e conoscermi, per
disintegrare quelle maschere: impostori, ospiti che
fungevano anche da protezione per la mia sensibilità che non
voleva sentire.
ChiaraSole
“Come ti vedo bene oggi” “Oddio, sono ingrassata”
Anni fa, quando stavo male, se qualcuno mi diceva “come ti
vedo bene oggi” lo vivevo come un’offesa mortale, perché
pensavo che mi dicesse che ero ingrassata. Soffrivo tanto
per questa affermazione. Può sembrare strano, perché porta
in se un complimento, eppure per me era vissuta come una
violenza, come un’incomprensione… anche da qui arriva la
campagna di sensibilizzazione che abbiamo proposto.
Decodificando il tutto con la rielaborazione di oggi sentivo
che quelle persone non notavano in me il dolore che provavo,
perché fuori non si vedeva. Interpretavo quel vedermi bene a
modo mio, o meglio, a modo della malattia. Le persone mi
dicevano semplicemente che ero viva e questo non lo
sopportavo, perché volevo solo che vedessero il mio non
voler vivere.
Magari loro vedevano semplicemente una luce nei miei occhi
differente dal solito, ma il male che era in me interpretava
quella frase a modo suo strumentalizzandola.
“Come ti vedo bene oggi” significava diversa da ieri o
comunque da tempo addietro, quindi un possibile cambiamento…
altra cosa insopportabile, perché non controllabile, proprio
come le emozioni.
Bene significava, per me, inevitabilmente più viva, non
emaciata, ero una persona che non faceva trasparire
sofferenza e questo mi annientava.
Non sopportavo che gli altri non potessero vedere quanto io
stavo soffrendo.
Per me far vedere il mio dolore significava risultare
sciupata, con i pestoni, deperita. C’è voluto tempo per i
interiorizzare che la sofferenza non ha peso e ho compreso
che le persone non potevano vedere ciò che era dentro di me.
E non lo potevano vedere a qualunque peso a 20/30/60 o 100
kg.
Quando raccontavo che soffrivo di anoressia-bulimia e mi si
dicevo che non si notava, che ero una ragazza normalissima…
il ritratto della salute, inizialmente era per me un grande
dolore. Poi ho compreso che nessuno poteva comprendere ciò
che non gli era stato profondamente spiegato.
La cosa importante, dal mio punto di vista, è non
nascondersi indossando maschere come per tanto tempo anche
io ho fatto.
ChiaraSole
www.chiarasole.it
Tempo... TUTTO E SUBITO?!
E' difficile, è dura, fa male.
Quando si soffre di quel dolore irraccontabile,
indescrivibile a parole è davvero complesso pensare di
lavorare su se stessi.
Complesso chiedere aiuto.
Quella sofferenza a cui è persino strano dare un’”etichetta”
come anoressia, bulimia, binge…
Ci si appella ad un “TUTTO E SUBITO” impossibile.
Si spera che esista un click magico capace di cambiare le
cose dall’oggi al domani, ma questo non esiste.
ESISTE la possibilità di un percorso.
Esiste il chiedere aiuto, vero atto di forza.
Esiste il raggiungere tanti piccoli obiettivi passo dopo
passo fino ad arrivare alla possibilità di essere liberi e
non mi riferisco solamente alla sfera alimentare, ma a tutte
le sfere della vita da quella sociale, relazionale,
affettiva, sessuale, professionale.
La dimensione temporale è fortemente alterata quando si sta
male di queste problematiche perché è come se esistesse
solamente il QUI E ADESSO. Ieri e oggi sono spesso
inconsapevolmente strumentalizzati.
Per me è stato così e constato ogni giorno che non lo è
stato solo per me.
Datevi del tempo per il vostro percorso. Concedetevi di
ritrovarvi senza porre scadenze impossibili, in questo modo
i risultati arriveranno, paradossalmente, prima del
previsto.
ChiaraSole
c4@chiarasole.it
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